Le sedici considerazioni che nascono su un viaggio in corriera son sedici modi per dire grazie.

Iniziano a muoversi dita su una corriera in corsa, diretta chissà dove.

Fortuna posseggo la mia dolce carta che processa in binario, dove appuntar tutto: pensieri, sensazioni, aspirazioni. Una sequenza di cifre di zero e di uno che si tingono di un superficiale testo a cui spetta il compito di sondare nel profondo, un po’ alla volta.

Il superficiale che è chiamato ad andare in fondo. Dolcemente, in fondo.

Un nuovo personaggio. Effettivamente credo sia questo il miracolo della scrittura, o in genere il miracolo del pensiero. Si da vita ad un nuovo personaggio riempiendolo di tutti quei connotati che solo il nostro vissuto è in grado di attribuirgli. Dar forma a  quella miscela che altro non è che una trasformata della nostra.  (Per questo unica). Una combinazione della nostra: affine o discorde (legata per contraddizione o affinità) ne è comunque combinazione.

Di fatto, ragionandoci, quel che siamo continuamente chiamati a fare è dare costruzione ad un personaggio che è trasposizione futura del nostro esser presente. C’è chi dice “se lo pensi, lo stai già facendo”. Allora mi appello ad una simile considerazione per avanzare quanto segue: anche la nostra proiezione futura altro non rappresenta se non la combinazione più prossima a noi stessi. Una combinazione fedele. Forse la più fedele. Una combinazione che spesso la si veste nell’esatto momento in cui la si concepisce.

(Sulla nostra proiezione futura, mi viene da avanzare una considerazione. Un flusso di pensieri è quello che mi spinge a considerazioni concatenate, da cui la seguente. D’ora in poi sarà un continuo flusso di considerazioni.)

Con quanta cura muoviamo i nostri passi. Con quanta cura tracciamo i nostri sentieri. E quanta cura lasciamo ché sia sempre loro riservato il lato della meraviglia, sempre votati alla scoperta, lontani da una logica di globale e esaustiva programmazione. Anche perché ogni scelta, per quanto voluta sia, risulta esser pur sempre un salto nel vuoto, un andar verso l’incognita che al suo approssimarsi toglie il fiato, occupa i pensieri prima di concederti al sonno, e rivela una qualche tachicardia da momento.

(Ma quale bussola migliore potremmo scegliere per i nostri passi se non l’ascolto di ciò che ci si muove dentro come reazione a quanto si muove fuori).

Quanta voglia e quanta esigenza avremmo, a volte, di riservarci un tempo di silenzio, un tempo per noi, che non sia un tempo di nulla, tutto il contrario. Un tempo di rivelazione profonda che nasce dall’ascoltarsi e dal saper ascoltare. Dal cimentarsi e dal testare. Ma per farlo bisognerebbe slegarsi dalle trappole della cattiva percezione degli impegni cadenzati, delle scadenze definite, delle voragini di impegni che talora catturano ed impediscono di percepire il tutto come dovrebbe essere percepito: un costante testarci.

Un costante scoprirsi che dovrebbe naturalmente sfociare in un seguente scrivere e narrarsi, dunque in un nuovo sognarsi: un seguente tracciar la nuova rotta dei propri passi con coordinate lievemente più accurate rispetto la precedente emissione.

(Iniziando a determinare le coordinate di un qualche percorso, lo si focalizza, e ci si scopre non soli, ma in compagnia. Si è sempre in compagnia. C’è sempre una buona compagnia).

Nel susseguirsi dei propri, – finalizzati ad una fase di costruzione che sia meta, che sia intermezzo – inevitabilmente si incrociano i passi di quanti necessitano di seguire il medesimo tratto di percorso per definirsi compiuti, per definirsi soddisfatti o semplicemente per proseguire il cammino. In una simile circostanza nasce la comunione e il senso di comunità. O quello che si chiama civismo, associazionismo. Scegliete voi quale nome più appropriato dargli. Se non lo avete sperimentato, gettatevi a scoprire quale gruppo è il vostro: perché non si è mai soli in questo viaggio, e c’è sempre qualcuno che condivide il nostro stesso alfabeto. E quel qualcuno, la maggior parte dei casi, rischia di nascondersi proprio svoltato l’angolo. Nelle vicinanze, sebbene non te lo saresti mai aspettato. Laddove pensassimo pottese esserci solo tavola rasa. Forse si impiegherà un po’ a ricercarlo e trovarlo: d’altronde si sa, l’oro si fa sempre attendere.

(Una compagnia che trascende luoghi, spazi, tempi, lingue e culture. Un compagno fidato si può celare ovunque. Anche nel libro ingiallito che qualcuno deve aver lasciato in soffitta).

Lo avrete già sperimentato: è dolce ritrovarsi ad essere cullati e descritti dalle parole che qualcuno ha già sussurrato, posto su penna qualche istante appena passato o qualche istante scorso ormai da troppo tempo, così come è dolce ritrovare quel discorso, quel testo in un libro ingiallito, sottrarlo dalla prigione dello sconosciuto e ripulirlo dai segni di un tempo che lascia depositar la polvere, per scoprire un amico di penna che non pensavi potessi possedere. Un amico di penna che non possiede l’occasione di risponderti, ma che ha saputo trovare lo strumento per raggiungerti.

Ancora altri amici di penna conteremo nel nostro percorso, alcuni presenti – in grado di dare immediate o più o meno istantanee repliche -, altri ancorati ad un tempo passato da cui li si richiama. Chissà di quante nazionalità, con quanti passati diversi saranno questi compagni di penna: corrispondenti di viaggio, che assumeremo come lumini di coscienza e del nostro sentire. Magari qualcuno lo si sentirà sussurrare le giuste parole per mezzo di un radiofono che risuona in un qualche pub della Dublino più vera. O ve ne faremo così casualmente incontro in qualche altra città Europea dove ci si troverà a spender parte di quel programmato pezzetto di viaggio, che è il futuro pensato diventato presente.

(Persi in un città confusa, meticcia: quanto mi piacerebbe calarmi e perdermi in una simile città, al centro di una piazza dove migliaia di vita scorrono davanti, per esser costretto ad usare l’unica bussola a cui mi possa veramente affidare. Una bussola che porto dentro).

Quanti volti vedremo scorrere in quella città così tanto ampia da poter essere contenitore umano di tutta l’eterogeneità mai censita sulla faccia del pianeta: dagli autoritari, ai missionari, dai leader, agli anarchici, dagli indifferenti, alle comari affacciate al balcone.

Quante volte penseremo alle vecchie comari di casa, a quelle della ruga, del borgo in cui abbiamo passato la nostra infanzia: quante volte ancora penserò a quante buone cose nascevano dalle mani di quelle comari, nonostante dalle loro bocche a volte pareva potessero uscire cose non così tanto profumate. Ma le mani. Quelle sì che erano in grado di compier miracoli. Quante paste e pastiere. Quante pizze sfornate. Quante braciole calde di cui si sentiva l’odore al solo approssimarti alle loro case. Ci scometto: questi sì che saranno i più dolci ricordi che apparire immediati sorrisi, anche se risposti su un sedile angusto di un pullman che viaggia verso un tanto atteso rincasare dalle incombenze del giorno.

(E poi ci son loro)

Quante volte penserai agli amici di sempre, agli amici di infanzia sempre al fianco quando i progetti si limitavano ad essere ancora esclusivamente sogni da mettere in pratica appena il tempo non avesse fornito le giuste chiavi per farlo. Con cui si è festeggiato l’arrivo di quelle chiavi. Loro che ben sanno quanto importante erano i traguardi dell’età: consentivano di avere accesso ad un trampolino da cui si stavi da sempre ambendo di poter saltare.

(E in mezzo a tutta questa fiumana di gente, non è possibile non lasciarsi trasportare da una simile considerazione).

Quante volte penseremo alle diverse strade che ciascuno si traccia. Quante volte le vedremo costruire davanti ai nostri occhi. Quante volte pensaremo a quanto di noi ci sarà nelle strade che la gente attorno compirà. A quanto ci sentiremo da loro coinvolte. E quante altre volte, per contro, sulla strada si incroceranno storie e pensieri per cui è impossibile capacitarsi di come possano esser sorti. Vite che non riusciremo a capire come mai abbiamo deciso di intraprendere simili strade e sposar simili cause: a cui fronteggeremo cercando di non abdicare mai a quel principio secondo cui “nulla di umano reputo a me estraneo”, seppur non possa apparirci più nauseante parte del loro agire per via di una radicale e differente direttrice del concepir la vita, antagonista a ciò che crediamo debba e possa esser vita.

(E poi lei, il pensiero fisso).

Quante volte penseremo alla nostra città, alle storie che rimangono pendenti: alle sfide che metabolizzai di compiere da bambino, adolescente, ragazzo, a cui non voglio proprio abdicare. Pur possa io essere lontano migliaia di chilometri da casa.

Per le feste che cangiano forma, che ci ritroveremo a costruire da zero. Un senso. Un radicamento che proveremo a replicare, per portare in quel nuovo vivere, in quel nostro nuovo viaggiare parte di un senso che è sempre stato nostro e che non si vuol proprio abbandonare. Seppur i progetti abbiano spinto a macinare chilometri su chilometri, a macinar tempi di scoperta, di adattamento e di ambientamento.

Si compiranno così giornate di inatteso, di meraviglia, di progettazione e costruzione. Una promessa: mi impegnerò affinché ogni giornata possa avere questa tinta. Mi impegnerò ogni giorno affinché nel mio nuovo vivere possa trovarsi sempre l’ordine che consente di far emergere il me che necessita di esser posto sotto cura. Eliminerò il disordine per far posto all’ordine. Avrò più tempo per l’altro. Più spazio per l’altro. Farò sempre spazio all’altro. Pronto a dirottarmi verso l’isola felice dell’ordine. L’ordine in cui ritrovarmi, e riscoprirmi. L’ordine in cui meravigliarsi per ciò si scorge.

Ultime considerazioni da appendice:

Mi son accorto di avere una posizione preferita per lo scrivere. Leggevo qualche giorno fa di un senso di orientamento di alcuni animali che li porta a compiere o meno certe azioni, ad avere o meno certi stimoli a seconda delle direzione cardinali verso cui sono posti. Ho scoperto la mia personale direzione che conduce al vero stimolo della scrittura, per cui esce fluida, senza alcun tipo di grumi.

Sarà che forse non sarò mai in grado di filtrarla senza grumi. Confesso d’esser ancora troppo acerbo e inesperto. Ci vorranno altri anni da addossare al calendario. Altre candeline da soffiare. Altri conti alla rovescia da far partire. Altre ansie da provare. Altri auguri e abbracci da dare. Altre passeggiate sul corso nel nuovo anno che viene, seduti a prendere una birra con la più vera compagnia al Santo Bevitore. Sarà che dovrà passare il tempo, l’acqua scorrere sotto i ponti, ed alcune tradizioni dovranno essere confermate in alcuni momenti, e sconfessate in altri. Ci saranno ponti a cui far suonare la ringhiera, e ci saranno le note di sempre che dovranno risuonare ancora un bel po’ di altre volte, innumerevoli altre volte. Dovranno esserci altre avventure e disavventure, altre emozioni, altre conquiste e successi, altre sensazioni di incapacità, altre lotte intestine all’indifferenza, altri obiettivi da porsi e strade da tracciare in un sogno futuro che pian piano inizia a diventare percorso compiuto. Altri ordini che torneranno disordini, e poi ancora ordini, forse troppo tardi. Altre sensazioni di aver perso tempo. Altre sensazioni di aver smarrito occasioni. Altre situazioni in cui mi convincerò d’aver fatto la cosa giusta. Che ogni scelta ha un costo, ma ogni costo ha una sua ripaga. Che ad ogni rinuncia corrisponde una contropartita.

Quanti altri fatti vedremo scorrerci davanti con noi partecipi o protagonisti. Quante altre albe accoglieremo.

Quante altre sveglie suoneranno e con loro la voglia di mordere il giorno che viene, o la voglia di rimanere accucciati nel letto caldo, sfatto o disfatto – a seconda dello stato d’ordine in cui mi ritroverò -, per proseguire un sogno che si pensa possa offrirti la soluzione della vita, che appena si torna desti pare la cavolata più grande potesse essere formulata.

Quante altre volte torneremo a macinare gli stessi pensieri che diventeranno fondamento del nostro quotidiano agire, sempre più che l’alba succederà alla notte. Quante altre volte ci ritroveremo a leggere quanto scritto mesi, anni prima. Quante altre volte. Tante altre volte.

Intanto la corriera è giunta a destinazione, e le considerazioni di viaggio van quì a terminare. Scopro solo ora una canzone: sarebbe stata perfetta per questo viaggio in corriera. Peccato non avessi le cuffie. Sarà per la prossima volta.


In ogni sguardo c’è un punto di vista. In ogni rinuncia c’è un po di conquista. Mi fermo a pensare alle cose vissute, a quelle che ho adesso, a quelle perdute, ed è bello capire a che cosa è servito fare di un sogno il migliore vestito che ho. Sorrido, respiro, son viva, cammino, cammino e ringrazio la vita che indosso. Ringrazio i miei giorni, gli errori, i rimpianti, ringrazio i silenzi, ringrazio i presenti, ringrazio il dolore che a volte ho provato, ringrazio la forza che dove ho trovato non so. Ringrazio la vita che è così bella e infinita e grazie a quelli che ho incontrato nel cammino, a quelli che mi restano vicino, a quelle strade che ho dovuto scegliere per crescere.

In ogni passo c’è un metro di vita, in ogni caso – discesa o salita – c’è sempre un bisogno, il bisogno di andare perché siamo istinto, un istinto animale. Ed è bello ogni tanto tornare bambini per vivere il tempo ma senza confini però. Discesa o salita è così bella la vita. E grazie a questa terra che ora so apprezzare, a quando viene voglia di cantare, a quella mia abitudine di perdermi per esserci. E grazie a quella rabbia che diventa amore, al tempo che è un bravissimo dottore, a quelle cose che non sono mai per caso e mai per sempre. E intanto questo sole nasce e l’alba mi emoziona, mi illumina di immenso e piango lacrime di gioia: ho voglia di cantare, il resto può aspettare. Chiudo gli occhi e sento solo pace dentro e grazie.

A questo sole che mi batte in faccia. A chi mi vuole bene e a chi mi abbraccia, ad ogni vita che ha dovuto perdersi per esserci. Grazie a quella voglia di ricominciare, a quando resto fermo ad aspettare tutte le volte in cui non devo arrendermi ma crederci.

(Amara, Grazie)


Grazie.

Giovanni Nicolazzo

Il mio nome mi piace pensare mi dovesse esser destinato. (La ragione, andrai presto a comprenderla).
Attualmente sul mio comò c'è Dumas ad aspettare. Sulla mia scrivania un esame da preparare. E nel mio cuore, un lieto ritorno a casa, che non aspetta altro d'arrivare .

Così mi sento:
Prenditi un momento, entra su Manifest, leggi qualche frammento e dimmi: può andar mai meglio la giornata?

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