Nuovo millennio: il crepuscolo dell’Occidente

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“La filosofia più tarda, più giovane, più nuova

è anche la più sviluppata, la più ricca, la più profonda.

[…] poiché essa dev’essere il riflesso dell’intera storia.”

(Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Lezioni sulla storia della filosofia, Laterza, p. 93)

 

Le pietre della storia. L’alba ha mai visto i vostri occhi? Avete parlato con i venti del tempo? Solo allora potrete sapere come l’acqua diventa poesia! La coscienza porta sulle sue spalle il peso del passato, ma se questa mantiene il volto chino, come potrà accorgersi che siamo al vespro? Questo appesantisce il suo passo come un invisibile e oscuro fardello, che essa può ben far mostra di rinnegare, e che nei rapporti con i suoi simili rinnega fin troppo volentieri, per suscitare loro invidia. Invece gli uomini -per così dire- storici, sono spinti dallo sguardo del passato verso il futuro, il che infiamma il loro coraggio a misurarsi con la vita.

Il complesso delle opere di Spengler, in piena contemplazione del dibattito filosofico nel corso della storia, parte esattamente da questa constatazione: la civiltà occidentale -europea e statunitense-  mostra i segni di una profonda crisi, dal carattere etico, politico, religioso. Jünger ci scrive che, nel momento della sconfitta dell’Impero austro-ungarico, Il tramonto dell’Occidente venne accolto come un grandioso congedo dalla posizione che ebbe caratterizzato il positivismo del progresso, destinato invariabilmente a leggere il corso degli eventi in modo unidirezionale. In questo periodo, a differenza di quanto avveniva nell’Ottocento -con il predominio di un febbrile entusiasmo scientifico- si avverte ora una forte insoddisfazione per la riduzione della complessità umana e naturale ai dati di fatto. Si comprende che le azioni dello Spirito non possono essere contemplate secondo le forme proprie del metodo sperimentale, giacché l’oggetto delle scienze dello Spirito è l’essere umano, considerato nella sua essenziale dimensione storica (metodo genealogico), mentre l’interesse delle scienze naturali sono i fenomeni fisici. Il fatto di aver privilegiato le discipline fisico-matematiche ha determinato la spaccatura tra “fisico” e “psichico” e ha causato la sovrapposizione di un mondo di identità astratte alla realtà concreta dell’esperienza.

 

La voce della storia. Spengler cercò di indagare la genesi della decadenza che sta portando l’uomo ad attuare ciò che Nietzsche aveva profetizzato come “trasvalutazione dei valori”; entrambi individuarono i simboli di un accadere che, nella sua apparente caducità, allude all’eterno ritorno dell’uguale. Se la civiltà classica fu permeata da uno Spirito apollineo, di pura contemplazione teoretica, nell’età moderna si fa strada, invece, uno Spirito faustiano. In Francis Bacon si trova una forma emblematica di consapevolezza: ciò che gli uomini (baconianamente) vogliono apprendere dalla natura, è come utilizzarla ai fini del suo dominio sull’esistente, ma lungo l’itinerario verso la nuova scienza, gli uomini rinunciano al significato; nell’autorità dei concetti generali essa crede ancora di scorgere la paura dei demoni. Per arginare la crisi spirituale in cui l’Occidente è precipitato, Spengler propone il ritorno a strutture morali premoderne. Dalla storia si può apprendere che in un popolo si conserva meglio quella stirpe nella quale la maggior parte dei membri possiede vivo senso dell’uguaglianza dei loro principi abituali e della loro fede comune. L’idolatria convulsa della nuova società rende difficile realizzare quell’impeto che si era raggiunto, ad esempio, nel Rinascimento italiano; esso ebbe in sé quelle forze positive che finora, nella nostra cultura moderna, non sono ancora ridiventate così potenti. Tuttavia, il grande compito dell’Umanesimo non potè vedersi adempiuto: lo impedì l’energica protesta di spiriti arretrati, che non s’erano ancora affatto saziati di medievalità -con la scoperta dell’America, che sposta il baricentro dal Mediterraneo all’Atlantico, la predicazione di Savonarola e la Riforma luterana diedero dei gravi colpi al già vacillante prestigio italiano-; lo impedì il susseguirsi di contese tra le grandi potenze europee, nonché l’avvento delle armi da fuoco. La realtà della tecnica militare segnò il tramonto della nobiltà feudale e del codice d’onore bellico, abbandonando la civiltà alla scomparsa dell’armonia costruitasi. E non si soffriva ancora abbastanza, poiché ognuno soffriva (machiavellicamente) di se stesso, ma non aveva ancora sofferto dell’uomo.

 

Il guastafeste nella scienza. Giunti a questo punto si è in piena Rivoluzione scientifica. Si realizza ora una logica del procedimento tecnico-scientifico polemicamente contrapposta a quella di provenienza aristotelica e scolastica. Gli esponenti dell’Empirismo inglese caldeggiano vivamente che il progresso del sapere non si possa ricondurre al lavoro delle scuole filosofiche: è, piuttosto, merito delle invenzioni e del fiorire delle arti meccaniche. Dalle loro parti questo è dovuto, in effetti, a ragioni storiche che risalgono ad un passato non troppo lontano e per cui l’appartenenza a una certa confessione non appare come causa di fenomeni economici, ma, fino a un certo grado, come loro conseguenza. D’altra parte, bisogna osservare che il progresso scientifico non è di genere diverso da quello del progresso in altri campi, ma -come Kuhn suggerisce- l’assenza di scuole in competizione fra loro, ognuna delle quali metta in discussione gli scopi e i criteri delle altre, fa sì che il progresso di una corporazione governata dall’attività di ricerca scientifica sia più facile da osservare. Lo sguardo della scienza moderna non è più contemplativo e disinteressato, come quello degli antichi: la metafisica interpretava il libro della natura come una volta la Chiesa e i dottori facevano con la Bibbia; del resto ci vuole moltissima intelligenza per applicarvi la stessa severa esegesi, ma la nuova scienza intende elaborare leggi che valgano per tutti i tempi e per tutti gli uomini. In tal modo, tuttavia, si fanno propri i contenuti dei miti che la critica ha abbattuto, limitandosi a trasferire da Dio all’uomo il dominio sull’esistente. L’intento del Novum Organum è dimostrare come l’intelletto sia portato a supporre nella natura un’armonia maggiore di quella che è in realtà: ora il pensiero porta dentro di sé la natura negata, come una colpa rimossa che dà origine a una sorta di inconscia coazione a negare, nel soggetto razionale, la natura fuori di sé e dentro di sé. Che lo volessimo o meno, entrava in scena l’imperativo dell’utile. E se è vero che “sapere è potere”, è pur vero che non a tutte le forme di conoscenza si dà il benvenuto. La coppa del sapere non può essere riempita due volte. Perciò la critica empirista e illuminista (Bacone compreso) individuerà il suo contenuto e gli conferirà un nome colmo di disprezzo: pregiudizi. Questa polemica rimanda a lotte contro avversari recalcitranti a dialogare. Il no della controparte al dialogo illuminista è un fatto tanto potente da divenire problema teorico; ed ecco che la riluttanza degli adepti della tradizione diviene essa stessa oggetto d’indagine.

 

Residui cinici. Come scrive Sloterdijk, argomentare dietro le spalle e sopra la testa dell’avversario ha fatto la scuola della configurazione dominatoria del cinismo. Gli antichi conobbero il kynikos nella sua veste eccentrica di “Socrate impazzito”; egli aveva il suo posto di sbeffeggiatore distanziato e distanziante, di mordace individualista che dà a intendere di non aver bisogno di nulla e di nessuno. Il materialismo, a confronto con i grandi sistemi della filosofia greca, viene giudicato come una sorta di commedia inquietante, e vi si soprassiede come se si trattasse di un episodio tra il burlesco e l’osceno. Mentre la teoria “alta” di Platone aveva tagliato ogni legame con la corporeità, la variante sovversiva “bassa” di Diogene portava all’estremo la pantomima grottesca della propria corporeità tradotta in prassi. In età più recente, il cinismo, estraneo alla sua originaria tradizione di pensiero improntata all’autosufficienza, si è capovolto nella sua negazione, facendosi cono di una forma di realismo malvagio dal quale i potenti hanno appreso l’obliquo ghigno dell’amoralità aperta. Il puro neocinismo non si fa più notare in modo eclatante perché lo si vive a mo’ di statuto privato che assorbe la situazione del mondo. Ostenta sprezzo e beffarda indifferenza, è misantropo e nichilista, temperato da un sarcasmo nero e un umorismo macabro. «Noi abbiamo inventato la felicità» dicono gli ultimi uomini, e strizzano l’occhio. Gli antieroi sono ora masse urlanti che sminuiscono l’uomo e gli tolgono dignità; sono convinti che nulla possa cambiare e diventano perfetti esecutori dello status quo, assurti al piano più alto della sovrastruttura. C’è il lutto dell’innocenza perduta; agiscono contro ciò che, in santa coscienza, pur si sa, irresistibilmente attratti dalla “forza delle cose”. Nel linguaggio dei benintenzionati, per sopravvivere -che lo si voglia o meno- bisogna andare a scuola di realtà. Per addestrarsi al conflitto di un mondo sdivinizzato, la coscienza, in preda al disincanto, deve imporsi una forma di autodisciplina che la porti all’insensibilità voluta e programmata rispetto alle grandi verità. Forse tra centinaia di anni le credenze saranno perdute, così come le storie di eroi e grandi re.

 

In vicinanza della follia. Allora qualcuno accenderà una lanterna alla luce del mattino, correrà al mercato e si metterà a gridare “Cerco Dio! Cerco Dio!”. L’annuncio che Nietzsche affida alle ultime pagine della Gaia Scienza ci presenta l’abisso che si apre di fronte ai nostri occhi (sempre che esista ancora un alto e un basso):

“Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dette la spugna per strusciar via l’intero orizzonte? Che mai facemmo per sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci muoviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all’indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto più freddo? Non seguita a venire notte, sempre più notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? […] Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dèi si decompongono!”

L’uomo folle è colui che ha saputo scorgere le accecanti conseguenze della crisi delle certezze, ma vede in essa un nuovo spazio di creatività e di possibiltà. Tuttavia questi è canzonato dagli uomini del suo tempo, gli stessi responsabili dell’avvento del nichilismo, i quali non hanno compreso a fondo l’enormità di questo evento. Ma se il tempo dell’ultimo uomo si avvicina, sarà sempre meno distante la venuta dell’uomo nuovo; pieno di Spirito è colui che coglie il senso della terra e si sacrifica ad essa per l’oltreuomo, colui che vive per tramontare.

Lucrezia Nicotera

Liceo Tommaso Campanella

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