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Caro A.,

È notte fonda e io resto ancora qui, ferma, a guardare le stelle. Ultimamente mi piace rimanere in silenzio a contemplare il cielo di notte, tentando di formulare le ipotesi più strane sull’origine dell’universo. La finestra rappresenta la soglia che mi separa dal mondo esterno,  è uno spartiacque tra la mia solitudine e un “altrove” sconosciuto.  Da qui posso vedere  l’asfalto poco illuminato dai lampioni, una busta di plastica e un gatto solitario che prende la rincorsa  per poi dileguarsi nel buio. A volte mi piacerebbe essere come quel gatto, agile e scattante, per poter sparire silenziosamente. Stasera la luna è luminosa ma timida, sembra che voglia rivelarmi un segreto. Improvvisamente ripenso a una frase che dicevi spesso: “Omero era un bluesman”, ripetevi durante i tuoi lunghi discorsi sull’epica greca. Non so perché, ma l’immagine del cantastorie curvo e trasandato, intento a suonare, mi ha sempre fatto un po’ sorridere. Sai, caro A., ho sempre invidiato la tua innata ironia, la tua straordinaria abilità nell’esprimere concetti complicatissimi in modo semplicissimo, senza essere mai banale. Hai sempre creduto fortemente nel potere delle parole, ci hai creduto fino alla fine, anche rischiando. In fondo, tu non eri così diverso dagli eroi tragici greci che tanto amavi:  come loro sapevi destreggiarti tra i mille ostacoli della vita, affrontando tutto con caparbietà e ingegno, correndo a passo svelto, senza arrenderti mai. Eri quasi sempre “contro”. Contro il conformismo, le apparenze, la stupidità. Ma eri soprattutto appassionato e affamato dell’idea di ʻconoscenzaʼ e di ʻscopertaʼ. Ulisse cercava disperatamente la sua Itaca,  allo stesso modo tu cercavi una ricchezza interiore da raggiungere attraverso l’impegno, la fatica, lo studio, qualcosa di molto diverso dalla mera erudizione, piuttosto un modo di “essere” al mondo. Essere una ʻmente pensanteʼ, prima di ogni cosa. Eravamo diversi io e te: tu conoscevi troppe cose, io invece no; tu eri sicuro, io no; tu eri forte, io fragile.  Eppure c’era qualcosa che ci univa profondamente e quel qualcosa era l’amore per la musica.  Si dice che gli eroi lascino orme indelebili dietro di sé, per questo ti sento ancora qui. Sei dentro di me, nelle mie ossa.  Perché le tue orme restano, non vanno via come il vento, le ore, le rose.

Di Marianna Leone

Amo l'arte e la musica. Sono perennemente in bilico tra sogno e realtà. Sto ancora cercando il mio posto nel mondo.

Un pensiero su “Le tue orme restano”

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