Preferirei parlarvi di fiori ma… non siamo ancora pronti ~

 

«Preferirei parlarvi di fiori», così diceva quella donna eterea e angelica qualche mese in uno spettacolo in cui, invece, s’era trovata a raccontare la poesia della sua vita, dolce e maledetta allo stesso tempo. Anche io preferirei parlarvi di fiori e farò tutt’altro. Perché «non siamo pronti», non ancora almeno. E forse non lo siamo stati mai.

Non siamo ancora pronti a raggiungere una purezza disinteressata e il motivo di ciò ci destabilizza: non è nella nostra natura e dovremmo accettarlo. Forse. Voglio dire, la vogliamo davvero questa purezza?

Prima, mentre bevevo il caffè più sacro, quello dopo pranzo, pensavo che dopotutto gli studi neotestamentari e quelli sulle origini del Cristianesimo sono – o dovrebbero essere – come una bella storia d’amore: necessitano il mettere da parte ogni tipo di individualismo spirituale e religioso, raggiungere un grado di estraneità dalle proprie convinzioni talmente alto da non riconoscere nient’altro che la materia trattata, con i suoi dati attendibili e più o meno provabili. Bisognerebbe diventare critici di se stessi prima di approcciarsi alla critica di un testo. Che non vuol dire annullare la propria personalità, diventare “altro da sé”, no. Lo diceva anche un grande storico delle religioni qualche mese fa: persino dello studioso più oggettivamente imparziale non c’è da fidarsi completamente, anche di lui ci sarà da indagare circa le sue idee più recondite, le sue convinzioni più nascoste, perfino i suoi gusti sessuali o culinari. Sì, anche queste cose lasciano traccia del proprio “io” durante uno studio.

«E ora qualcosa di completamente diverso…». Se ci si riconosce inadatti a svolgere un qualche tipo di attività, pensate sia giusto mettersi da parte? Mollare?

Siamo così strani. E ce lo riconosciamo. Questo treno regionale è un inferno. L’abbiocco pomeridiano ha trovato nell’aria condizionata, decisamente inappropriata, la sua fedele compagna di giochi nel disturbare la mia cervicale. Ogni fermata mi gira sempre più. Vibo-Pizzo l’ho intravista, praticamente, come se stessi nuotando su binari sottomarini. L’anziana signora seduta accanto, forse, a sua figlia, ha delle rughe stupende, così profonde da sembrare dipinte. È una donna completamente mappata: ne seguo una che parte dalla fronte e, senza rendermene conto, mi trovo a fissarle le mani racchiuse, una nell’altra, sulle ginocchia ricoperte dallo scialle nero che non conosce moda.

Dicevo ieri della mia Malasorte. Quale potrebbe essere mai? La Malasorte è il mio presente condannato, insoddisfatto, è il mio oggi che guarda al domani piangendo sul latte di ieri. Ma per la mia capacità di ripresa non devo ringraziare nessuno. Ed è forse quando non devi ringraziare nessuno che raggiungi un tale senso di serenità da voler quasi ringraziare tutti: grazie signor controllore per aver controllato il mio biglietto con un abbozzo di sorriso; grazie signora seduta di fronte a me per lo sguardo malinconico che, di tanto in tanto, lancia dall’altro lato del finestrino. Grazie persino a lei, signore bofonchioso che tiene gli occhi fissi sullo smartphone: non lo saprà mai, ma mi ricorda mio nonno Domenico e mi fa sorridere immaginarlo ancora vivo e capace di mandarmi uno smile su WhatsApp. Insomma… quando non hai finalmente bisogno di nessuno, neanche di te stesso, riesci a vivere meglio e ad aver bisogno di tutti.

Ma dicevo che la mia Malasorte poteva e potrebbe essere il restare così, sospesi a mezz’aria tra la lancetta delle ore e quella dei minuti, con in testa i viaggi più belli e avventurosi mai immaginati. Forse è anche per questo che non sono riuscito ad andare via: ero già via da tanto tempo e ora è venuto il momento di «tornare a casa». Niente di metaforico eh; voglio dire, la mia vera casa, il mio appartamento al quarto piano senza ascensore, con la mia stanza che regala uno scorcio di mare e tremila locandine appiccicate sul muro. Di recente mi hanno fatto i complimenti per delle semplicissime grafiche pubblicitarie. Mi ha fatto molto piacere. Un musicista tedesco, davvero in gamba, ha apprezzato così tanto la locandina che avevo preparato per il suo concerto che se l’è voluta portare a casa. Forse negli ultimi tempi ci ho preso un po’ la mano, è vero. Eppure delle tremila locandine appicciate al muro della mia stanza preferisco quelle più vecchie. Più l’anno stampatoci sopra è lontano, più mi piace.

Questa sensazione – dico, questa di provare piacere nel guardare vecchie foto e vecchie immagini – è diventata oggi più pesante: non saprei quantificarne il peso ma, all’incirca, credo sia quanto il peso della mia anima.

Io davvero potrei dire che la Malasorte del mio presente sia voler parlare di fiori senza riuscirvi ma… forse sarebbe più giusto ammettere che sia il cancro, la debolezza, l’incomprensione, il litigio e quella stupida tristezza che t’assale a colazione, quando pensi che un altro giorno è passato. Ma forse basterebbe dire il cancro.

Come dicevo, se arrivare a un alto livello critico nello studio di un testo, per esempio, non è faccenda affatto facile ma che comporta svariati sacrifici, allo stesso modo è tortuoso, direi scosceso, il cammino verso il massimo criticismo della realtà che ci circonda. Ma proviamo, ancora una volta, a partire azzerando noi stessi.

«Heaven can wait» mi diceva Meat Loaf quando avevo quattordici anni e sognavo la Sicilia come la Luna. Tutti noi abbiamo una Sicilia personale che, dopotutto, di giorno in giorno, di mese in mese, di anno in anno, diventa via via più vicina. Un capitolo finirà, poi un altro, poi si arriva alle conclusioni. Che ci convincano o no passeremo a un altro saggio. Ho ancora fissato nella mente l’esercizio più utile insegnatomi dal mio maestro: «tu prendi un libro, segni all’inizio quali sono le intenzioni dichiarate dall’autore, lo leggi e, alla fine, vedi quali sono le conclusioni a cui è arrivato. Intenzioni iniziali e conclusioni finali coincidono?»

I capelli ricrescono sempre, la barba pure. Le locandine più vecchie non diverranno mai brutte ma, invece, sempre più pure. E forse riusciremo, un giorno, a parlare anche di fiori. Nel frattempo ne ho un po’ qui, vicino alla valigia. È una bella piantina, viva e colorata. È una sorpresa per te.

Domenico Benedetto D'Agostino

Sono nato nei giorni della Merla, ventisette anni fa a Lamezia Terme. Studio ciò che mi appassiona, Storia delle Religioni, Beni Culturali, Arte e Archeologia e, citando Calvino: "Scrivo perché sono insoddisfatto di quel che ho già scritto e vorrei in qualche modo correggerlo, completarlo, proporre un’alternativa".

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