Siria, una torta in pasto a sciacalli e strateghi e “l’alleanza di Giuda” degli USA

Escalation, one day only, missione di pace o giustizia. Nel corso degli ultimi decenni ci hanno impartito nomi, imposto lezioni di linguaggio comprensibili ai più, anche a coloro i quali hanno poca dimestichezza con termini complessi.

Eppure manovre e scenari appaiono sempre più o meno simili e i protagonisti sempre gli stessi. È inutile star qui a trincerarci dietro i soliti slogan pacifisti o ripararci dietro frasi filosofeggianti che, seppur apprezzabili e condivisibili, a poco servono nell’economia di una situazione politica internazionale che da anni cammina sempre sullo stesso filo sottilissimo, in precario equilibrio e sempre prossimo alla caduta definitiva.

Ad alimentare dubbi e pensieri, stavolta, ci ha pensato un articolo interessante apparso sull’ultimo numero de “L’Espresso” a firma di Alberto Negri, una disamina approfondita e puntuale e che descrive minuziosamente gli scenari di guerra, rivolta e guerriglia che riguardano la Siria e il Medio Oriente.

Ma, a far riflettere non è tanto l’ultimo “strategico” bombardamento attuato dagli Usa di Trump con il consenso di Gran Bretagna e Francia, quanto all’abitudine di questi ultimi a “tradire” le speranze degli amici “momentanei” in virtù dei loro interessi e delle loro strategie politiche che si intrecciano con quelli economici.

I protagonisti, loro malgrado, sono le popolazioni curde siriane, cacciate letteralmente dai confini della Turchia di Erdogan, con gli Stati Uniti (vecchi alleati) che stanno a guardare, dimenticando come proprio i curdi siano stati fondamentali nella guerra sanguinosa all’Isis a Raqqa. Ma già in passato era successo.

Come scrive Negri, nel 1991 i curdi erano scappati dall’Iraq su invito di Bush a insorgere contro il raìs Saddam, e poi dimenticati, salvo poi fare ritorno solo nel 2003. Un po’ come è accaduto ora, dunque. Cambiano i nomi, i volti ma la linea scelta è sempre la stessa. Tradire i propri alleati.

Si gioca tutto sulla disperazione, sulla speranza di un mondo nuovo e migliore, sul futuro di una popolazione che da decenni combatte contro abusi e soprusi. Dall’altra parte ci sono sempre gli stessi, due fronti che scaldano il Medio Oriente, soffiando nubi di guerra e incertezza. Ci sono gli Usa, appoggiati da una parte dell’Europa, dall’Arabia Saudita e da Gerusalemme. E poi Russia e Turchia insieme all’Iran.

Una “triplice alleanza” finora vincente, che è riuscita ad imporsi nella guerra in Siria, sostenendo Assad, garantendosi larghe fette di una torta distrutta, appunto la Siria, mettendo le mani su una ricostruzione che vale almeno 400 miliardi di dollari e che passa dalla riconquista dei pozzi petroliferi di Deir ez Zhor.

Gli interrogativi, allo stato attuale, rimangono molti, troppi. In ballo c’è il destino di circa 8 milioni di Siriani costretti in 7 anni di guerra a cambiare casa e a non poter più tornare indietro. Tra loro moltissime sono donne e bambini, vedove e orfani di combattenti illusi e morti in battaglia.

A loro, e a noi, rimane solo qualche boccone amaro. Lo scenario futuro è poco incoraggiante e descrive una Siria sempre più al centro di bieche strategie, farcite di squallidi interessi economici e politici, passando dalle “rotte del gas” nel Mediterraneo alla “via della Seta” che porta fino in Cina. Una nuova guerra fredda che, come scrive ancora Negri, “ci avvicina a grandi passi verso la balcanizzazione della Siria”.

Giorgio Curcio

Sono i ricordi e gli amori che non ho mai avuto, le risate e le bugie, gli schiaffi presi e quelli non dati, ma anche i sorrisi e gli sguardi rivolti nel vuoto delle anime che mi circondano e spesso ne scrivo anche. Giornalista di professione, utilizzo i miei occhi e i miei sensi per trovare un filo che unisce le migliaia di distrazioni che mi circondano e che mi confondono.

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