Cosa rimane di tutte quelle masturbazioni mentali?

Si contano sulle dita di molte, moltissime mani. Sono attorno a noi, ci stanno invadendo, agiscono ai bordi delle strade, in fila al semaforo, in un cocktail bar e poi, soprattutto, qui, dove si posano gli occhi che, invece di riposare, continuano la loro imperterrita ed eiaculatoria roteazione su questi schermi.

Son finiti i tempi duri e anche quelli liquidi; è il tempo di una dolce, soffice e melliflua ricotta fresca che, per quanto provocatrice di deliziosi orgasmi, s’impasta tra i denti e gli alveoli, sotto la lingua, mantiene la bocca di un caldo sensuale e accogliente. Così, non ci fermiamo alla prima boccata, ma ne vogliamo – ne abbiamo assoluto bisogno – una seconda, più famelica della prima.

Ma proprio non ci accorgiamo di essere diventati tutti degli organizzatori delle nostre vite? A che gioco stiamo giocando? Qual è quella forza misteriosa che ci spinge a diventare sempre migliori? Quali migliorie penseremmo di compiere senza un’adeguata sollecitazione del nostro membro cerebro-sessuale? Dove va a finire la fantasia di un bambino dopo i suoi dodici-tredici anni?

La nostra inventiva e la nostra creatività sanno come renderci schiavi, di una schiavitù blanda e subdola ma non per questo meno letale, anzi. C’era quella vecchia storia della rana bollita, da qualche parte. Da dove proviene tutta quell’energia necessaria per lavorare su noi stessi? Da un luogo diverso, sicuramente, di quella necessaria per accettarci per come siamo o di quella necessaria per accettare gli altri, o di quella fondamentale per comprendere che un essere umano in quanto tale sì, forse non lo conosceremo mai fino in fondo, ma… dopo un po’ che vogliamo fare? Il nostro benessere è più legato al capriccio o alla ragionevolezza? Il nostro cuore sa essere puro senza il capriccio? E la nostra mente ferrigna senza cadere in un’erezione perenne, una sorta di priapismo mentale?

Fortuna vuole che di tanto in tanto, almeno, terminato il nostro auto-eccitamento, incombe minacciosa quell’aura grigia e scura attorno a noi, da evitare assolutamente e da contrastare con tutti i mezzi. Ma persino lei, in quei pochi e rari momenti in cui ci riposiamo dopo esserci masturbati il cuore e la testa, ha il suo fiero e utile compito: ricordarci che a essere umili forse si perde qualcosa di importante. Io dico che a essere umili si perde la tracotanza, l’arroganza, la superbia e la finta eleganza.

Essere umili è come la scultura: solo togliendo le forme in eccesso, quella ricotta appiccicosa e grassa, arriveremo forse a noi stessi. Più brutti, più deboli, forse, ma anche più puri.

 

Domenico Benedetto D'Agostino

Sono nato nei giorni della Merla, ventisette anni fa a Lamezia Terme. Studio ciò che mi appassiona, Storia delle Religioni, Beni Culturali, Arte e Archeologia e, citando Calvino: "Scrivo perché sono insoddisfatto di quel che ho già scritto e vorrei in qualche modo correggerlo, completarlo, proporre un’alternativa".

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