A 40 anni dalla Legge Basaglia continua l’indifferenza dello Stato su malattie mentali

A quarant’anni dalla Legge Basaglia, la legge del 13 maggio 1978, n. 180 in tema di “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori” che prende il nome da Franco Basaglia, lo psichiatra che istituì la chiusura definitiva dei manicomi, si continuano a porre interrogativi circa il mondo delle patologie di salute mentale, con le relative conseguenze e problematiche.

Perché se da un lato è vero che la chiusura dei manicomi ha allargato gli orizzonti, verso cura e psicoterapia che tendono all’esterno e quindi al territorio e alla società facendo sentire il soggetto non più un pazzo bensì una persona comune alle altre, dall’altro lato è pure vero che vista l’immensa e complessa materia non è stato possibile o non è stato sufficiente, con la sola chiusura delle strutture manicomiali, giungere a dei risultati innovativi anche in chiave scientifica.

Le patologie più gravi quali la schizzofrenia o la nevrosi sono ancora oggi carenti di interesse da parte degli studiosi e degli addetti ai lavori. Inoltre, l’ospedalizzazione e i Tso che sostituiscono o proseguono la via dei manicomi non sono spesso regolarizzati, e non si profilano esaustivi. I numerosi casi di cronaca attestano dati allarmanti.

“Non è importante tanto il fatto che in futuro ci siano o meno manicomi e cliniche chiuse, è importante che noi adesso abbiamo provato che si può fare diversamente, ora sappiamo che c’è un altro modo di affrontare la questione; anche senza la costrizione”. (Franco Basaglia )

Un particolare e suggestivo articolo a cura di Vittorio Lingiardi è stato dedicato, nella Domenica de Il Sole 24 Ore, al mondo delle malattie mentali. “No one cares about crazy people”, che in italiano è stato tradotto in “Chissenefrega dei matti, Il caos e lo strazio della salute mentale”, è il racconto di un padre di due schizofrenici. Viene messo in rilievo, nella pagina di giornale di cui sopra, il libro di Ron Powers Edizioni Centro Studi Erikson, Trento. Quello che inoltre emerge, dal saggio sociale, e in parte scientifico, è l’ indifferenza. Una chiamata alle armi, dunque, a diventare complici di tutti coloro che lottano. “Il problema è che nessuno sembra interessato a conoscere, veramente, come si può curare in un altro modo”.

Una sentenza di primo grado che prevede 1 anno e 8 mesi per i 3 agenti della Polizia Municipale e per lo psichiatra che presero in carico Andrea Soldi, seduto su una panchina della città di Torino il 5 agosto 2015 e con la forza lo condussero ad un Tso – trattamento sanitario obbligatorio.

“Andrea era affetto di schizofrenia, ma non faceva del male a nessuno” – commenta la sorella che da quando è morto Andrea, il gigante gentile, non prende pace e chiede giustizia.

Probabile che questa condanna per omicidio colposo non serva a niente, o sia davvero residuale, perché Andrea Soldi su quella panchina era davvero tranquillo, e lo dimostrano i vari testimoni al processo, gente del paese o del bar intorno alla piazza.

Un Tso che, nel caso di Andrea, non solo ha portato alla repressione ma anche alla morte.

“La morte di mio fratello deve avere un senso, deve iniziare un percorso”, – ha detto in lacrime, per l’Ansa, Maria Cristina Soldi dopo la lettura della sentenza: «Mi auguro che qualcuno si metta intorno un tavolo e ragioni sui Tso, perché le cose cambino. Mi auguro soprattutto che il cammino sia fatto per aiutare le famiglie».

Due casi di familiari afflitti dal dolore doppio, quello con cui hanno condiviso per anni a fianco dei propri figli o del proprio fratello, ed infine il dolore dell’indifferenza e della repressione dello Stato, complice ancora una volta della morte di vittime innocenti.

Valeria D'Agostino

Giornalista pubblicista

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