Carlo Puca, “I giovani di Lamezia vogliono restare, e vanno alla ricerca della bellezza negata”

Lamezia Terme – Come si fa in poco tempo a intercettare gli animi di una città? Carlo Puca, giornalista di Panorama, c’è riuscito. È stato qui a Lamezia per un sopralluogo, per parlare con i suoi giovani, per conoscere usi e costumi, per prendere nota su quanto c’è da costruire e quanto da eliminare, ed è ritornato per la serata conclusiva di Trame 8 Festival dei libri di mafia. “La città involontaria” questo il titolo di un pezzo ben spalmato in un’ora di pubblico attento e partecipato, all’interno del Chiostro San Domenico fra le strade lametine, che partono da S. Eufemia e giungono a Nicastro, proiettate sul muro ed accompagnate dal live rap di alcuni giovanissimi. “Lamezia ha tutto ma le manca credere in sé stessa” – ha detto in apertura Puca, il quale ha subito messo in evidenza una Lamezia ancora divisa nella sua identità.  Quello che ritorna subito in fatto di identità è però la forte devozione ai Santi, e il pubblico non perde occasione per correggere il giornalista che aveva scritto “S. Antonio Abate” invece del “S. Antonio da Padova”. Un senso religioso che, nonostante la modernità, si rinnova di generazione in generazione, ma che si appiattisce sempre più se a questo attivismo spirituale non si aggiunge altro.

La parte d’inchiesta toccata da Puca verte sull’abusivismo. L’ecomostro, il pontile dell’area ex sir, dove negli anni ’70 nascevano amori  e dove gruppi di giovani si riunivano a parlare di politica. Ci sono i beni culturali, ci sono gli scavi di Terina l’Abbazia Benedettina il Castello Normanno Svevo e ancora le Terme di Caronte a volte aperte e a volte no. Tutto il resto è chiuso, e qui i giovani che “si riconoscono nella bellezza” tentano di scavalcare cancelli e rischiano di farsi male pur di accedere “alla bellezza negata”.

“I difensori la chiamano edilizia di necessità, io aggiungerei edilizia di avidità”.

A Lamezia la ‘ndrangheta è vecchia, quindi più facile da abbattere, ma occorre impegno. “A Lamezia i boss continuano a delinquere secondo il modello degli anni ’80 – ha aggiunto – usura, spaccio di droga porta a porta, è così antica che ancora compie rapine. Occorre disinfestare, i mafiosi sono parassiti in competizione permanente, a volte fra loro non solo con lo Stato”. Puca apre gli occhi, e i molti volontari gli aprono il loro cuore perché hanno capito l’invito profondo del giornalista. Parole che tagliano, semplici,  che scavano, scrivendo da che parte sia meglio stare. “I boss finiscono in carcere, latitanti o uccisi, bisogna sgolarsi con i ragazzi, gridare: quella degli ‘ndranghetisti è una vita di merda”.

Ma i lametini sentono, vedono, parlano?

Non è mancato un momento di coinvolgimento del pubblico, quando Puca avanzando dal palco ha detto “Io una cosa devo chiedervela: è vero che a Lamezia siete tutti ‘Ndranghetisti”? tutti, in quella frazione di secondo, avranno fatto pensieri contrastanti, anche se in silenzio. Puca ha smosso le coscienze, lontano da retorica. Non è venuto a presentare se stesso o un suo libro, è venuto a conoscere Lamezia ed a parlare con lei, ché come diceva Corrado Alvaro “Il Calabrese vuole parlato”, e Puca, il giornalista di Panorama, l’ha capito. Forse perché essendo napoletano ha pure la sensibilità giusta nel capire la posizione che da sempre dall’alto dell’Italia è stata assegnata, non a ragione, a noi del Sud?

“C’è sempre stata una superiorità antropologica da parte dei settentrionali verso i meridionali. Ma la differenza di PIL a vantaggio del settentrione è sul piano ambientale. Il Sud si sta spopolando, perché nessuno parla dell’emigrazione del Mezzogiorno? La Calabria ha perso il 36% degli studenti nel 2016”. Puca ha esaltato, nel senso più nobile, i giovani di Lamezia Terme. Ed ha ricordato la nostalgia, i sentimenti del restare, impressi negli occhi dei ragazzi che ha incontrato nel suo viaggio. Ha lanciato un campanello d’allarme ai ‘vecchi’ ed ha stimolato a credere di più nelle potenzialità di una regione ricca di creatività. “Occorre la capacità di mettere a reddito la creatività che possedete. Le vecchie generazioni hanno fallito – ha spiegato inoltre – Lasciate campo libero alle nuove generazioni”.

Un invito a non cadere nella assuefazione tipica conseguenza di coloro che si rassegnano a lasciare le cose come stanno. Di chi non è più pronto alle piccole grandi rivoluzioni. Di chi continua, anche qui a Lamezia, e magari qualcuno seduto nel pubblico avrà pure la puzza sotto il naso, ad ammiccare ai boss, ad offrirgli il caffè la mattina. “Ho incontrato 20 ragazzi a Lamezia e tutti mi hanno detto che stavano cercando un modo per restare – ha concluso Puca – perché Lamezia è la città in cui sono nati. Pensano in grande i giovani di Lamezia. Pensano alla bellezza come qualità della vita. Alla mia generazione tocca costruire un motivo che conduca i giovani a restare”.

Alla fine sono applausi, e tutti si alzano per andare a ringraziare e congratularsi con Carlo Puca. Ancora una volta Lamezia ha bisogno dello sguardo esterno per sentirsi più orgogliosa, per trovare nuovi stimoli.

Un grazie a fine serata Manifest lo rivolge al direttore artistico, Gaetano Savatteri, senza il quale momenti magici ed essenziali come quelli creati da Carlo Puca, non ci sarebbero stati.

Valeria D'Agostino

Giornalista pubblicista

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