Nostòs, mito e maturità.

A Lamezia ci sono vie ripercorse infinite volte e colline osservate con religiosa dedizione che mai appaiono allo sguardo come la ripetizione di qualcosa che è già stato vissuto. Avviene sempre un’interiorizzazione nuova, un nuovo processo di costruzione. Quest’ultimo ha il proprio momento fondativo nella la scoperta e conoscenza del mondo. Nell’opera di Cesare Pavese è l’infanzia ad assumere il ruolo di mito fondante.  È, anzi, epoca mitica. Nell’infanzia, ancor prima che la coscienza nomini, identifichi e carichi di proprietà positive o negative le cose nella loro assolutezza, il bambino produce dentro sé quelle immagini simboliche destinate a tessere la trama del proprio mito.

Per un adulto, ad esempio, il pontile dell’area ex Sir è, con ogni probabilità, un elemento deturpativo del paesaggio, una struttura in acciaio abbandonata e decadente. Per il bambino assiso sulla spiaggia quel profilo distante e proteso sul mare, più che oggetto fisico da descrivere carico di un significato piuttosto che di un altro, è fenomeno percettivo e sensoriale stimolo di avventure e sogni. Il bambino si chiede cosa ci sia in quella terra lontana, come possa raggiungerla, quali storie porti con sé.

Ad infrangere l’epoca mitica dell’infanzia è la maturità, ovvero la progressiva presa di coscienza del mondo. Il ragazzo, che a lungo ha agognato di raggiungere il luogo desiderato, sedimentando nel proprio animo immagini e sensazioni, trovandosi di fronte all’oggetto della propria percezione comincia ad interiorizzarlo una, due, tre volte, aggiungendo ora un’esperienza, ora un’altra. Quel processo di costruzione e ricostruzione di cui si è detto all’inizio comincia inesorabilmente. Un luogo sempre nuovo si presenta al ragazzo, perché sempre nuova è la persona che vi si reca. E’ in questo processo, mai anagrafico ma personalissimo, insondabile e non necessario, che avviene il passaggio tra l’infanzia e la maturità. Nel momento in cui l’osservatore si rende conto che a mutare è lui stesso, mentre quel paesaggio, quella vigna, quel bosco restano sempre identici, viene a crearsi la rottura del mito, la fine di un’epoca. Portato di questa consapevolezza è la nostalgia e la pietà verso un luogo, quel legame unico e irripetibile che lega un individuo ai suoi posti.

Prende allora vita il tema, odisseico, del ritorno sui luoghi che per sempre sono stati nostri e nei quali, tuttavia, non possiamo sostare a lungo, dovendo invece lasciarli e allontanarci, fisicamente o meno, per poi fare, di nuovo, ritorno.

Ripeness is all” scriveva Pavese nella dedica de La luna e i falò: la maturità è tutto. Maturità che distrugge, reca sconforto ma che è, allo stesso tempo, rimedio ai mali dalla stessa creati. Di fronte al dolore, pur lacerante, bisogna avere il coraggio di tenere aperti gli occhi, di guardare il male e voler sapere il perché. Ritrovarsi davanti ad un luogo caro è una discesa dolorosa alle proprie origini, la persona muta, i volti cari e le memorie svaniscono sotto le macchie del tempo, ma non quel luogo e le percezioni allo stesso legate, nei ricordi sempre identici. Quel paese, quella collina, quel paesaggio ancora così belli ai nostri occhi rischiano sempre di essere mutati in peggio da mani prive di cura. La distruzione di un luogo caro comporta la perdita della propria identità che lì si è svolta. Preservare l’eredità di bellezza e di saggezza di un posto amato rende non solo partecipi alla sua splendida storia che procede attraverso i secoli ma rompe il senso di inappartenenza dell’individuo rispetto al mondo generato inizialmente dalla maturità. Questo ciclo, che dalla distruzione di memorie incontaminate porta alla difesa delle stesse, non è anch’essa una forma di ritorno?

Un paese ci vuole”, diceva Pavese.

Francesco Giuseppe Murone

25 anni. Amo la Grecia antica e le montagne. A Lamezia sono a casa.

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