Un viaggio nell’oscurità. Il bene e il male nel Signore degli Anelli di Tolkien.

Le fiabe parlano di cose permanenti: non di lampadine elettriche, ma di fulmini. Autore o amante di fiabe è colui che non si fa servo delle cose presenti.” (Tolkien, Tree and Leaf, Londra 1964)
Elemire Zolla, nell’introduzione all’edizione della Bompianti, rileva correttamente quanto affermato dell’autore:”Ci vuole poco a sentire che egli sta parlando di ciò che tutti affrontiamo quotidianamente negli spazi mutevoli che dividono la decisione dal gesto, il dubbio dalla risoluzione, la tentazione dalla caduta o della salvezza. Sull’erba immutevole è passata un’orma da poco, e quella presenza potrebbe essere la nostra.”

L’autore sfrutta i semplici e forse scontati contenuti narrativi per consegnare qualcosa di più di un’avventura cavalleresca.
A fare da sfondo è l’eterna contrapposizione tra Bene e Male.
La Terra di Mezzo è una regione sull’orlo della distruzione. L’ombra avanza e il Male allunga le mani su ciò che prospera da secoli. Sauron muove guerra per riottenere lo strumento del suo potere, l’Unico Anello, da tempo perduto. Questo si trova nella Contea, nelle mani di Frodo.
Inizia così un’avventura che porterà i protagonisti della vicenda attraverso lande desolate, con lo scopo di distruggere l’Anello nel luogo ove fu forgiato: la terra di Mordor, dimora di Sauron.

Sauron, nell’impianto dell’opera, incarna il Male assoluto, perchè egli è l’unico che può pienamente adoperare l’Anello, mentre chiunque altro lo possieda, anche transitoriamente, ne è vinto e diventa schiavo del suo potere.

Emerge immediatamente un aspetto: nessuno è immune al richiamo del male, che è peste che può corrompere anche ciò che è sempre stato puro, dal momento che l’Anello distrugge e attira a se’ anche gli animi più saldi.
Un esempio, forse il più noto: Gandalf narra a più riprese la storia struggente di Gollum, di come egli fosse un tempo un pacifico Hobbit, attratto dalle radici, dalle piante e dalle cose naturali. Egli, corrotto dall’Anello, si macchia di efferati crimini, si curva su sé stesso, dimentica radici e piante e vive nell’oscurità. L’Anello però non gli appartiene; egli non è che una semplice pedina, non incarna il Male assoluto, e l’Anello tende invece verso il Male assoluto. Il destino di Gollum commuove Gandalf e quando Frodo afferma che per la sua malvagità merita la morte, Gandalf lo ammonisce:” Molti tra i vivi meritano la morte. E parecchi che sono morti avrebbero meritato la vita. Sei forse tu in grado di dargliela? E allora non essere troppo generoso nel distribuire la morte nei tuoi giudizi: sappi che nemmeno i più saggi possono vedere tutte le conseguenze.”
Cosa vuole dire Gandalf? Che non vi è un abisso tra bene e male, che non si è mai assolutamente buoni o assolutamente ingiusti. Che un breve tratto separa il gesto encomiabile e quello meritevole di biasimo. Che anche dove la luce abbaglia può giungere improvvisa l’ombra.
Altro esempio è dato dalla vicenda di Saruman, potente stregone amico di Gandalf. Saruman incarna la sapienza e la conoscenza assoluta. Egli s’illude di poter collaborare con il Signore del Male, confidando che sotto qualunque regime i sapienti possano sopravvivere e lentamente giungere a posizioni di comando, per governare il mondo in base alla ragione. Saruman viene accarezzato dall’idea che dall’imperio assoluto sulle cose e sulle persone possa emergere la figura del sapiente, tutto raccolto nella propria ricerca e lontano dalle vicende del mondo. Gandalf mette in guardia lo stregone dal voler adoperare l’Anello. Non vi può essere vittoria se essa è conseguita con lo strumento del Maligno, in quanto esso è la negazione di tutto ciò che è retto e ragionevole. La sola salvezza è di rifiutarlo, di non scendere a compromessi di sorta, di distruggerlo.

Gandalf sa che l’anello è giunto a Frodo non per caso, ma grazie alla Provvidenza. Vi sono forze nascoste che contrastano il male e ciò spiega perchè Gandalf affidi la missione più rischiosa, quella di condurre l’Anello in terra nemica, non a possenti guerrieri, ma a piccoli Hobbit. Essi trascorrono le loro vite isolati in contrade lontane dai campi di battaglia, all’oscuro delle vicende del mondo, eppure in quelle contrade lontane sta già giungendo l’Oscurità. Gli Hobbit non possono comprendere, per loro natura, il male e le sue macchinazioni, ne sono del tutto estranei e pure nel mezzo dei pericoli mantengono saldo il loro animo sincero e puro. Sam, che accompagnerà Frodo verso Mordor, tra esalazioni e fumi, nemici e montagne da scalare, volgerà sempre il suo sguardo verso casa, razionerà il poco cibo in vista del ritorno, come se la speranza, in luoghi dove non vi è mai stata, mai lo abbandonasse.
Frodo, invece, il portatore dell’Anello, sente il suo peso man mano che si avvicina al compimento della missione. Egli, come Gollum, si curva su se stesso, diventa taciturno, scontroso e più volte cede all’idea di far fallire la missione per tenere per se’ l’anello. Vera salvezza è quindi Sam, il quale non conosce il potere dell’anello e che rappresenta, nell’Ombra, tutto ciò che vi è di sano. Sam, pur essendo nella gerarchia della storia un accompagnatore, è in realtà colui che non permette di attraversare il ponte tra Male e ciò che sta per cedere al Male. Egli consente ancora di salvarsi: anche la più piccola delle persone può reggere i destini di tutti, ed essere allo stesso tempo, in confronto ai millenni e alle ere, solo una piccola comparsa. Grandezza e impotenza si fondono e si mischiano, dando al lettore ora un senso di infinito sconforto, ora rivalsa e speranza.

In mezzo alle immonde azioni del malvagio sono inserite narrazioni che rincuorano il lettore e lo cullano: sprazzi di speranza. Barbalbero è un abitante di un’antichissima foresta, mai violata per millenni da uomini o bestie, casa esclusiva degli Ent, esseri dalle sembianze di alberi. Egli, incontrando due Hobbit, li custodisce e racconta loro come gli eventi recenti si ripercuotano su quella temibile e misteriosa foresta. Quando i due chiedono come andasse di nome, egli risponde:” Innanzitutto ci vorrebbe troppo tempo: il mio nome cresce costantemente, e io ho vissuto molto, molto a lungo, perciò il mio nome è come una storia. I nomi propri narrano le vicende delle cose cui appartengono, nella mia lingua. Per dire una cosa qualsiasi si impiega un’infinità di tempo, perchè noi preferiamo non dire una cosa se non vale la pena di impiegare molto molto tempo per dirla e ascoltarla.”
Ancora: in una regione di confine contesa tra Mordor e il regno di Gondor Frodo e Sam si imbattono in Faramir, capitano di Gondor, e nel suo contingente. Presi in consegna vengono affidati a due soldati provati dalla fatica, la cui presenza rischiara i cuori e squarcia l’oscurità:” E Frodo vide che erano begli uomini, dalla pelle chiara e dai capelli scuri, gli occhi grigi e il viso triste e fiero.”

Tema caro all’autore è quello della pietas.

Il significato del termine non corrisponde all’attuale “compassione” o “misericordia”, ma rimanda alla concezione greco-romana. In quest’ottica si potrebbe definire Boromir, proprio come l’Enea di Virgilio, pius. C’è di più, in questo personaggio, che il mero tentativo di sottrarre l’anello a Frodo.

La pietas degli antichi era infatti la devozione religiosa, il sentimento d’amore patriottico e il rispetto verso la famiglia. Enea veniva definito pius non perché fosse buono e misericordioso, ma perché era devoto agli dèi, come si vede quando Enea obbedisce al fato, mettendo in secondo piano l’amore per Didone. Inoltre incarnava i valori di rispetto dell’unità familiare, come durante la fuga da Troia, quando Enea si fa carico sia del figlio, sia del padre Anchise.

Boromir, allora, potrebbe ben configurare in poema epico. “Un po’ scostato dagli altri Frodo notò un uomo alto dal volto bello e nobile, dai capelli scuri e dagli occhi grigi, dall’espressione orgogliosa e severa“. Boromir era testimone del declino del regno di Gondor. I fasti del passato erano svaniti, i possedimenti si riducevano con l’avanzare del nemico. La nostalgia di epoche gloriose e l’amore verso il proprio popolo resero Boromir un capitano fiero e carismatico. L’Anello rappresentava l’occasione per disporre di un’arma da utilizzare contro il nemico sempre più forte. Fallito nel suo intento, perirà difendendo i propri amici tentando di riscattarsi dal proprio gesto. Nel congedare il personaggio, l’autore gli riserva un degno saluto: “Seduto con la schiena appoggiata a un grande albero, pareva dormire. Ma Aragorn vide che era trafitto da molte frecce dalle piume nere; stringeva ancora in mano la spada, rotta presso l’impugnatura; l’elmo, spaccato in due, giaceva al suo fianco. Boromir aprì gli occhi, sforzandosi di parlare. Infine, lente, gli uscirono di bocca queste parole: «Ho cercato di togliere a Frodo l’Anello. Chiedo perdono. Ho pagato». S’interruppe, e gli occhi, già spenti, si chiusero. Dopo qualche attimo parlò nuovamente: «Addio, Aragorn! Va’ tu a Minas Tirith e salva la mia gente! Io ho fallito». «No!», disse Aragorn, prendendogli la mano e posando un bacio sulla sua fronte. «Hai vinto. Pochi hanno conosciuto un simile trionfo. Rasserenati! Minas Tirith non soccomberà!».”

Dopo una giornata impiegata a vagare su rocce impervie senza essere riusciti a trovare una via per proseguire, Frodo si abbandona allo sconforto. Sam, in pena per l’amico, cerca di consolarlo. Chiede al compagno se si ricordasse delle favole narrate loro durante l’infanzia. Frodo annuisce, ma non comprende dove Sam voglia arrivare. Allora Sam prosegue: in quelle fiabe, egli dice, il Male sembra avere la meglio, anzi, a volte sono talmente tristi e terribili da non voler sapere il finale. Eppure, dice Sam, “anche quest’ombra dovrà passare. Sorgerà un nuovo sole”. Sam afferma che anche loro sono come i protagonisti di quelle storie e che c’è qualcosa che li accomuna agli eroi delle fiabe. Quelle persone, dice Sam, combattevano perchè credevano in qualcosa, perchè c’è del buono nel mondo per cui vale la pena combattere.
E proprio come nelle favole narrate da Sam, infine il Bene trionfa.
Vince, è vero. Ma nessuno tra quelli che hanno visto il male troveranno la gioia di vivere di un tempo. Molte terre sono state devastate e molti cari sono periti. Il ricordo di tutto quel che è successo resterà indelebile in chi resta. Frodo, il portatore dell’Anello, colui che ha visto più di tutti gli effetti del Male, conclusa la missione e tornato a casa con gli amici si rende conto che, è vero, la Contea è salva, ma non c’è alcun conforto per chi ha conosciuto la sofferenza: “Ma sono stato ferito troppo profondamente, Sam. Ho tentato di salvare al Contea, ed è stata salvata, ma non per me. Accade sovente così, Sam, quando le cose sono in pericolo: qualcuno deve rinunciare, perderle, affinché altri possano conservarle“.

Il Signore degli Anelli insegna che dal confronto col Male non se ne può uscire indenni e che, nonostante questa sconfortante prospettiva, bisogna avere il coraggio di guardare l’indicibile, anche se reggerne lo sguardo appare arduo. Tolkien ci consegna un mondo dove il bene sembra svanire e la speranza vacilla, costellato di popoli e paesaggi in pericolo, dove nessuno può pretendere di disinteressarsi delle vicende che accadono. Tutti possono essere raggiunti dalle orde di Sauron e su tutti incombe la medesima Oscurità. Non resta agli Uomini che unirsi e affrontare il Male.

Il mondo è davvero pieno di pericoli, e vi sono molti posti oscuri; ma si trovano ancora delle cose belle, e nonostante che l’amore sia ovunque mescolato al dolore, esso cresce forse più forte.”

Francesco Giuseppe Murone

25 anni. Amo la Grecia antica e le montagne. A Lamezia sono a casa.

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