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Ci incamminiamo sperando nel favore degli dei. Le antiche pietre di Terina, città di uomini, sono testimoni del nostro passaggio. Qui, in questa terra riarsa, prosperavano i commerci, marciavano eserciti, si sacrificava agli dei. Qui, sulla cima della roccia, vi erano i sacri recinti del Dio. Uliveti antichi cari ad Atena ci circondano. Monete e oro greco sono affiorati da queste campagne, monaci e cavalieri vi hanno stabilito la propria base. Il mito e la storia si sono felicemente incontrate in questo lembo di terra. Assaporiamo questa consapevolezza procedendo in salita.

Ecco, dinanzi a noi, il Mancuso, tempio di divinità perdute e dimenticate, casa di foreste popolate di Satiri. Acque sacre sgorgano dalle sue falde, dimora di Ninfe. L’uomo vi si immerge dopo un lungo cammino e la divinità gli concede riposo e ristoro. I geologi dicono che sul Sant’Elia le numerose grotte siano il prodotto di antichi fenomeni carsici. Noi crediamo, invece, che siano la dimora dei temibili Ciclopi e perciò ci teniamo a debita distanza. L’ascesa è faticosa e impervia tra rocce e valloni. Giungiamo stanchi sulla boscosa e solitaria cima, irta di fitte faggete. Assistiamo al passaggio di un gruppo di Baccanti. Memori del destino di Orfeo continuiamo il nostro cammino.

Sul Reventino Eolo ci mette alla prova, sferzando con freddi venti il passo incerto. Alberi squassati dalle raffiche crollano dinanzi a noi, rendendo insicuro l’animo del viandante. Tra i pini udiamo la voce della montagna, terribile e minacciosa. Non possiamo fermarci. Conquistiamo a fatica la cima e il favore del figlio di Poseidone, che calma il vento e ristora le provate membra. Grandi rocce affiorano ora dalla terra. Un rapace svetta sulle nostre teste. Alcuni dicono che sia stato mandato da Zeus per punire Prometeo, incatenato in qualche parete nascosta. Decidiamo di non sfidare il Padre degli Dei, pur commuovendoci per il destino del malcapitato.

Scendiamo a valle seguendo il letto del fiume sacro alla città della piana, il Lametos. Dapprima attraverso le scoscese e pericolose gole, per poi giungere al calmo corso della pianura. Una rigogliosa distesa ci accompagna, visione divina. Una vista blu, distante, ora guida il nostro percorso. Come i soldati di Senofonte leviamo il grido “Θάλασσα, Θάλασσα”. Recitiamo, infine, una preghiera davanti al mare. Ecco, in lontananza, il verde Mancuso e il grigio Reventino. Facciamo ritorno, a malincuore, nella città degli uomini. Strade e palazzi occupano lo sguardo. Di tutta questa Grecia che ora si è raccontata restano solo rovine sparse, perché morte e distruzione sono passate sull’Ellade antica. Nei boschi, tuttavia, è ancora possibile incontrare il Dio, che, in varie forme, attende il viandante. Basta tendere l’orecchio o aguzzare la vista.

Tutti fummo Greci e, forse, alcuni di noi lo sono ancora.

Di Francesco Giuseppe Murone

25 anni. Amo la Grecia antica e le montagne. A Lamezia sono a casa.

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