Settembre e noi

Ce ne stavamo lì, in mezzo a quella spiaggia vuota di inizio settembre. Con una busta di patatine al pomodoro da dividere, i gabbiani in lontananza, l’odore de pescato, il suono del mare davanti a noi, il silenzio del tramonto.
“Tu dici che ce la facciamo?”, mi chiede lei.
“A fare cosa?”, le chiedo io.
“Come a fare cosa? A farcela. A realizzare i nostri sogni. A dire: cazzo ce l’abbiamo fatta, i nostri sforzi sono serviti a qualcosa.”
Ed io: “Buh, sì, lo spero. Ma i nostri sogni son difficili da realizzare”
“Quali sogni?” mi chiede lei.
“Che ne so, se non lo sai tu. Ne stavi parlando tu”, le dico io.
“Io non ne ho sogni” mi dice.
“Beh, a pensarci bene nemmeno io a dire il vero. O almeno non così definiti”, le dico
“Io nemmeno indefiniti. Vedi cosa mi serve? Un sogno. Un cazzo di sogno. Un motivo per alzarmi la mattina e sapere che se vado a pulire i cessi è perché mi servono i soldi per pagarmi gli studi. Perché devo realizzare i miei sogni.”
“Ma magari li hai” – le dico – “devi solo farli venire fuori”
“Non li ho ti dico”, mi dice.
“E allora inventalo, no? Facciamo finta che hai un sogno. Che te ne fai?”, le chiedo
“Lo inseguo”, mi dice
“Come?”, le chiedo ancora
“Mettiamo che voglio fare l’astronauta” mi dice “mi iscrivo all’università dove mi insegnano a fare l’astronauta, no?”
“E se volessi fare la fotografa?
“Mi iscriverei ad un corso di fotografia, no? Ma che cazzo di domande fai?”
“Ok, e se non sai cosa fare allora come fai?”
“Dimmelo tu”, mi dice arrabbiata
“No, mi devi rispondere. Cosa faresti?”, le chiedo deciso
“Lo cercherei, credo”
Un attimo di silenzio. I gabbiani sembrano sempre meno in lontananza. Le luci del tramonto si stanno spegnendo.
“Allora cercalo no?”, le dico.
“Sì, ma se poi lo trovo e mi dovessi solo accontentare? Tu il tuo lo stai inseguendo?” mi chiede
“Non so se lo inseguirò ancora” le dico “ma ti ripeto che è indefinito”
“E che vuol dire che è indefinito?”, mi chiede
“Che spero di realizzare quale sia mentre lo cerco, sempre che lo cerchi. Ma l’importante è averlo”
“Perché?”, mi chiede
“Perché sennò impazzirei”, le dico
“Infatti io impazzirò”, mi dice
“Sempre che non lo trovi”
“Sempre che non lo trovo”
Ancora silenzio. Più profondo ora. È quasi buio.
“Senti” -mi dice – “non so che voglio fare, è vero. Ma mi sono laureata. Qualche dote devo pure averla.”
“Magari anche qualche sogno”, preciso io.
“Sì, infatti. Alla fine io ce l’ho un sogno”
“E qual è?”, le chiedo.
“Fare qualcosa che mi piace. Non adattarmi a quello che mi capiterà. Alla fine vivo a Milano, qualcosa la troverei. Ma io no, no. Voglio qualcosa che mi piace, che mi faccia emozionare”
“Allora cercalo”, le dico
“Ok lo cerco. Ma fallo anche tu. Promesso?”
“Va bene, promesso”
“Promesso”
Poggia la sua testa sulla mia spalla. Guardiamo il mare che s’è fatta sera tardi. Ci abbracciamo. Le dico che è ora di andare via. Ci abbracciamo di nuovo.
Ci stringiamo forte attorno alle promesse dei nostri sogni

Ph.: Elena D’Angelo

 

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