Intervista all’artista Míles

Nei pressi della struttura abbandonata dell’ex zuccherificio a Lamezia Terme, su un muro ingiallito dal tempo, campeggia un murales con scritto “La razza umana ha fallito”. L’opera, che mostra un chiaro riferimento all’attuale situazione socio-politica, è stata realizzata da Simone Miletta, in arte Míles. Formatosi all’Accademia di Belle Arti di Carrara, l’artista ha sviluppato una cifra stilistica molto personale e originale, sperimentando diverse tecniche: dalla scultura alla pittura, dalla grafica alla street art. Dal 2007 espone all’interno di mostre personali e collettive, inoltre realizza numerose opere di arte urbana commissionate da enti pubblici e privati. Osservando i suoi lavori si resta immediatamente colpiti dal tratto elegante ed espressivo, che mostra l’influenza della tradizione giapponese. Il focus centrale della sua ricerca consiste nella volontà d’indagare gli aspetti reconditi della natura umana, mettendo in evidenza l’incontro/scontro tra la parte razionale e quella istintiva presente in ognuno di noi. Per comprendere lo sviluppo del suo percorso artistico ho incontrato Míles e gli ho posto alcune domande.

Ciao Míles. Perché hai scelto questo nome d’arte?

L’ho scelto dopo aver svolto una ricerca sull’origine del mio cognome. Esso deriva dal sostantivo latino “míles” che significa “soldato”. Mi piace molto giocare con le parole.

Durante il tuo iter formativo, sei partito dalla scultura per poi sperimentare diverse tecniche artistiche. In che modo ti sei approcciato ai diversi linguaggi?

Fin da bambino ho sempre avuto una certa propensione alla manualità e alla creatività.  Dopo aver frequentato il liceo artistico, ho deciso di studiare scultura all’Accademia di Belle Arti di Carrara, dove ho avuto modo di apprendere le diverse tecniche di questa disciplina. In realtà ho sempre coltivato parallelamente sia la pittura che la scultura, poiché entrambe nascono dall’esigenza di manipolare  a partire dalla materia.

Le tue opere sono spesso popolate da figure antropomorfe,  ibridi in continuo mutamento,  a voler sottolineare la doppia natura dell’uomo. Come nasce questa tua riflessione?

Sono sempre stato interessato all’idea di metamorfosi, cioè al fatto che un essere vivente possa tramutarsi in “altro da sé”. La mia riflessione nasce dalla constatazione che i sensi e la parte istintiva di noi si stiano gradualmente trasformando. La società tende sempre di più verso la disumanizzazione, poiché abbiamo rinnegato la nostra vera natura. L’astronomo Carl Sagan diceva “siamo fatti della stessa materia delle stelle” e questo è verissimo. Tutto trae origine dalla materia,  una forza energetica e vitale che è alla base di ogni cosa.  In particolare mi interessa capire in che modo l’uomo, col passare del tempo, abbia  tentato di soffocare la parte animalesca e istintiva di sé.

Le tue sculture mostrano la ricerca della purezza formale e di una tensione dinamica ed espressiva. Hai avuto dei punti di riferimento per quanto riguarda la scultura? 

Dal punto di vista stilistico tendo sempre di più  al realismo espressivo, allo scopo di suscitare una curiosità in chi osserva. Per quanto riguarda i miei punti di riferimento nell’ambito della scultura, posso citare alcuni artisti come Marino Marini, Arturo Martini e Constantin Brȃncusi. Soprattutto quest’ultimo ha rappresentato un faro per lo sviluppo del mio percorso formativo. Nel 2010 ho vissuto  alcuni mesi in Giappone e ho avuto la fortuna di vedere la mostra Mȃiastra, tenuta da Brȃncusi al Museo nazionale di Tokyo. Ispirandosi ad alcune leggende popolari rumene, l’artista ha realizzato una serie di sculture raffiguranti dei volatili, in cui le forme mostrano uno straordinario effetto di sintesi ed equilibrio. In quell’occasione sono rimasto folgorato.

Ti occupi molto di arte urbana. Puoi parlarci di questo aspetto della tua attività artistica?

L’opera d’arte urbana arriva in modo diretto alla collettività.  Di solito ho un approccio di tipo analitico, cioè parto da uno studio attento del territorio e del contesto urbano e paesaggistico in cui devo operare.  La street art ha certamente una connotazione politico – sociale molto forte.

A tal proposito, pensi che l’arte abbia un ruolo sociale?

Personalmente non ho mai condiviso l’idea che l’arte abbia una funzione puramente estetica. Il tema sociale, infatti, è centrale nella mia ricerca. Fare arte è un atto di necessità, significa voler comunicare qualcosa che può essere interpretato in modo personale e soggettivo dal pubblico. Per me è molto importante che il messaggio arrivi in modo diretto ed efficace.

 

Marianna Leone

Amo l'arte e la musica. Sono perennemente in bilico tra sogno e realtà. Sto ancora cercando il mio posto nel mondo.

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