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[La bellissima foto è di Valentina Procopio, ovviamente presa senza il suo consenso <3 ]

Ci stanno riuscendo. Ci stanno riuscendo, madre, e avverto le prime avvisaglie in un’imprecisata ora di un uggioso giorno d’ottobre, dal dentro del più grigio di quegli ospedali che più conosci più odi; più odi più te lo senti addosso.
Ci stanno riuscendo a farmi vorticare sempre più inesorabilmente dentro il tunnel dello sconforto sociale. Eppure ce la sto mettendo tutta. Ti giuro che verso ogni giorno il giusto sangue quotidiano, la giusta razione di sudore. Ogni giorno allento al massimo la tensione muscolare della mia mandibola pur di sorridere davanti a così tanta bella speranza.
Ma dall’altra parte ci sono degli ossi duri. Prendi questi giorni, per esempio. Volevo esserci, oggi, in questo momento, in quel di Riace, assieme a tanti volti amici, ad urlare insieme a loro la mia rabbia per un’ingiustizia bell’e buona ma anche la mia gioia. La mia gioia nel poter avere, di tanto in tanto, le idee chiare. La mia gioia nel poter sentirla, la fermezza, nella coscienza.
E invece dall’altra parte ci sono quegli ossi duri. Ad ogni parola di speranza, d’umanità, di giustizia sociale, ne corrispondono altre dieci… d’ingiustizia? No! Più che altro di cinismo. Non so dirti se è il cinismo ad aver avuto la meglio nell’ultimo decennio o sono semplicemente io ad esser diventato adulto proprio nell’ultimo decennio stesso. L’unica cosa certa è che il cinismo c’è. Si sente, si percepisce sulla pelle e nell’aria. Persino in mezzo a tutti quei tuoni e fulmini che tanto ci hanno spaventato mentre ce ne andavamo al Pronto Soccorso, di notte. A proposito, quelle vecchie sedie imbottite le hanno tolte da anni. Quel pavimento grigio-azzurro-mare, però, c’è sempre. Come potrebbe essere altrimenti. E persino i Bronzi di Riace ci sono ancora, più che mai in questi giorni. Chissà veramente… se potessero parlare loro due cosa direbbero in merito a una certa filoxenia che, ancora oggi, alle porte della nostra terza rassegna culturale (DeScrivo3) ci ostiniamo a rilanciare.
Ma, scusami… dov’ero rimasto? Ah, sì! Il cinismo. Le avrei fatte più sognatrici, le persone, sai? Voglio dire, per tutta la vita. Il bello dei sogni è che non passeranno mai di moda: ahi voglia a sentirli attaccati da chi – con cinismo – pontifica una vita concreta e utilitaristica. Ecco, praticamente ho appena scoperto che persino un noioso giurista, un noioso bibliotecario, un noioso dentista, infermiere ecc. non smette di sognare. Solo che molti di questi rimuovono i propri sogni non appena credono di aprire gli occhi.
Ma… aspetta, aspetta, non voglio certo star qui a scrivere pipponi peggiori di quelli che dovevo autosorbirmi a sedici anni. No. Anzi, guarda come sono concreto e sognatore allo stesso tempo: ho capito da poco anche che il mondo è pieno di figli di puttana. Ho capito che mi pesa tanto anche solo pronunciarlo un insulto così. Ho capito che… sì, legge e giustizia non sempre coincidono, ma se mai arrivassero a coincidere… non vorrebbe forse dire che della prima non avremmo più bisogno? Forse hai allevato un piccolo anarchico, madre, nel senso più sognatore del termine. Ma non preoccuparti. Il mio parere più tecnico termina già qui. Non ho intenzione, a differenza di molti, di immaginarmi capace, un giorno, di cambiare qualcosa in questo mondo. Vivrò di gran lunga bene, diciamo in modo accettabile, se riuscirò a cambiarmi, io, di un solo capello al giorno.
Sempre loro, quegli ossi duri, millantano cambiamenti che farebbero abboccare giusto dei bambini innocenti. Fossimo tutti bambini… ah, che meraviglia, saremmo eterni, perché puri. Ma quanti figli di puttana, anche qui, ci sarebbero?
E quante me ne ritrovo a leggere. Tra chi intima di non protestare, vista la tragedia accaduta l’altra sera nella nostra terra (salvo, naturalmente, poi guardarsi la Juventus o il Milan che sia); chi millanta grandi capacità lavorative e, di conseguenza, grandi capacità di giudizio e di critica verso la realtà circostante; chi più semplicemente pulizza giardini e funtàni ma costretto a vivere in una fogna; chi lamenta la sempre-solita mancanza e ipocrisia dello stato, della regione, delle istituzioni tutte; chi, d’altro canto, si fa il mazzo per far da sé ma viene deriso o attaccato e… infine loro, madre, i migliori: gli equilibrati. Che poi, ne facciam parte anche noi, capiamoci, di questa categoria. Ma non per gli aspetti più negativi, fortunatamente.
Salvini dice una cosa? I comunistelli falliti ne dicono un’altra? Loro stanno in mezzo e, in quanto tali, non possono che avere la Ragione. Perché hanno l’Equilibrio. La vista Oggettiva. Gli occhi di lince. In modo simile, la vicenda Riace era tutto un bluff e il suo celeberrimo sindaco un truffatore? Il modello Riace rimane un ottimo modello di sviluppo e Lucano va sostenuto senza se e senza ma? No!, dicono gli Equilibrati, si tratta di legge, di giustizia, quello che volete, magari in buona fede, ok, ma Riace non era un modello. Addirittura ho letto di imprenditori – sì, quella pessima categoria dell’essere umano in cui più per essere sempre più bravo devi essere sempre più figlio di puttana – che, dati a una mano, economia dall’altra, sensibilità turistica a un piede e lungimiranza sociale a un altro, hanno pensato di criticare il Modello Riace perché troppo dipendente dai fondi pubblici. Sì, sono quelli che più mi stanno sul cazzo, perché non sono un anarchico al cento per cento, lo Stato, io, lo voglio. E, in più, pretendo che si occupi della giustizia sociale. Quindi degli ultimi, dei poveracci. Ma di uno stato che burocratizza vite umane, che concorre all’incremento dell’odio… non so cosa farmene. Lo butto nel cesso.
Sono stanco, madre terra. Ma ci provo e ci proverò ancora, promesso. Grazie all’aiuto di quelle poche e piccole gemme preziose vicine a noi. Che splendono, negli occhi stanchi, nelle mani rugose, nelle carte e nei computer di certi uffici. Nei pranzi preparati in anticipo. E nelle infinite domande. Nelle apprensioni. Proveremo ancora una volta a volerci bene. Come oggi a Riace. Nonostante i cinismi, nonostante le incomprensioni. Nonostante gli scoraggiamenti. Nonostante i figli di puttana.

Tuo figlio, cresciuto troppo poco e troppo in fretta. Tuo figlio di sinistra e per il progresso non della comunità o della società, ma, prima d’ogni altra cosa, per il progresso dell’essere umano.

 

#iostoconmimmo

Di Domenico Benedetto D'Agostino

Sono nato nei giorni della Merla, ventinove anni fa a Lamezia Terme. Studio ciò che mi appassiona, Storia delle Religioni, Beni Culturali, Arte e Archeologia e, citando Calvino: "Scrivo perché sono insoddisfatto di quel che ho già scritto e vorrei in qualche modo correggerlo, completarlo, proporre un’alternativa".

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