L’impossibile amore tra Costantino e Doruntina

Le stelle
non hanno fidanzato.
Tanto belline,
le stelle!
Aspettano un rubacuori
che le porti
ad una sua ideale Venezia.
Tutte le notti s’affacciano
alle grate
– oh cielo di mille piani! –
e fanno segnali lirici
ai mari d’ombra
che le circondano.
Ma attente, ragazze,
perché quando morirò
vi rapirò una dietro l’altra
sul mio cavallo di nebbia.
– F. G. Lorca –

Mettendo da parte la personificazione delle stelle effettuata nel componimento da Lorca (viste quali fanciulle in trepidante attesa di un fidanzato che le sottragga alla monotonia di uno statico scintillio) l’intento di chi scrive è quello di soffermarsi sulla metafora in absentia posta in conclusione del componimento, la quale consente di intraprendere un lungo percorso spaziotemporale in compagnia di uno dei topoi letterari più celebri della letteratura europea, comparando le differenti modalità di interpretazione del tema affrontato.

[…] vi rapirò una dietro l’altra
sul mio cavallo di nebbia.

In mitocritica il cavallo è un animale strettamente collegato all’aldilà, solitamente di colore nero, come l’ombra, come le tenebre, oppure bianco, un bianco livido, tipico della nebbia e dei sudari; nel caso specifico il collegamento all’oltretomba non è dato solo dall’interpretazione simbolica dell’animale ma anche dalla connessione con una tematica letteraria sviluppatasi nel romanticismo europeo ma traente origine da una antica leggenda originaria dell’area balcanica: il tema del “fratello morto”. Esso si sviluppa nell’area balcanica, dalla Serbia all’Albania, venendo tramandato anche in Italia tramite i ceppi arbëreshë .

COSTANTINO E DORUNTINA: LA LEGGENDA BALCANICA

La leggenda albanese, divenuta canto tradizionale e tramandata in maniera orale da tempi remoti, prende il nome dai due protagonisti della narrazione Costantino e Doruntina (in altre versioni nota come Garentina).
In un lontano medioevo, una donna rimasta vedova doveva mandare da sola avanti una famiglia composta da dieci figli: nove uomini e una sola femmina.
Il bisogno impellente era quello di sposare l’unica figlia femmina ma il maggiore tra i fratelli, Costantino, rifiutava ogni pretendente per l’adorata sorella. E vennero pretendenti ricchi ma furono scartati, e arrivarono ragazzi molto belli, apprezzati anche da Doruntina, ma Costantino respinse anche quelli.
Costantino, infine, acconsentì al matrimonio con un pretendente ricco il quale abitava, però, molto lontano: ciò per l’anziana madre voleva dire perdere la sua unica figlia.
Le donne erano disperate, straziate dalle lacrime, ma Costantino promise loro che avrebbe – ogni qual volta la madre lo avesse desiderato – subito ricondotto la sorella alla casa familiare, ricongiungendola in tal modo all’anziana e affaticata donna. Venne dunque celebrato il matrimonio e tra le lacrime la fanciulla partì.
Passarono vari anni, nel frattempo in Albania scoppiò una tremenda epidemia (in alcune versioni della storia si parla invece di una sanguinosa guerra) che uccise tutti i fratelli lasciando l’anziana madre – stremata dai sacrifici e straziata dalle perdite – totalmente sola.
Nel far visita alle tombe dei figli la donna pianse per ogni suo figlio defunto, tranne che per Costantino: giunta infatti sulla tomba del suo primogenito la donna non pianse, anzi maledisse il figlio per non aver onorato la sua promessa (la besa: la promessa alla quale non si verrà meno qualunque cosa accada, è uno dei valori più cari al popolo albanese) di riportare a casa la giovane Doruntina, obbligando la madre a una vecchiaia totalmente immersa nella solitudine.
Ecco ora nella storia l’ingresso dell’elemento fantastico: andata via la madre dal cimitero, Costantino si risvegliò nella sua tomba ed emerse dalla terra sotto la quale era stato sotterrato, rimessosi in piedi tramutò la pietra tombale in un cavallo e partì, dando inizio a una cavalcata fantastica (moltissimi chilometri in una sola notte) per andare a riprendere la sorella e portarla a casa.
Giunto dalla sorella, Costantino la costrinse a partire in tutta fretta, senza concederle neanche il tempo per salutare i figli; durante il viaggio di ritorno Doruntina pose alcune domande al fratello – paventando alcuni dubbi – ma lui cercò sempre di sviare, mentendo sullo stato di salute della madre e soprattutto sul suo quando la sorella lo rimproverò di essere troppo magro.
Ritornati al paese natio, Costantino si fermò davanti l’ingresso del cimitero dicendo alla sorella di proseguire da sola a casa della madre, in quanto lui aveva un impegno; Doruntina era titubante ma acconsentì alla volontà del fratello. La ragazza si avviò mentre Costantino era disperato, in quanto consapevole di dover tornare nell’oltretomba, di dover varcare la porta, percorrere nuovamente la strada che dal mondo dei vivi conduce all’Ade della terra.
Doruntina arrivata a casa riabbracciò felicemente la madre. Alle domande della donna che chiedeva come avesse fatto la ragazza a ritornare a casa, Doruntina rispose inconsapevole che l’aveva accompagnata il fratello, apprendendo solamente in quel momento della morte di Costantino.
La ballata si concluderà con la morte per crepacuore di entrambe le donne: Doruntina realizzando di aver viaggiato per tutta la notte abbracciata ad un vampiro, ad un morto, la madre comprendendo solamente ora le motivazioni che spinsero Costantino a rifiutare ogni pretendente per la sorella, accettando di sposarla solo a condizione di averla lontano: una passione nascosta e talmente forte che gli ha consentito di tornare dall’aldilà per recuperare – e vedere un’ultima volta – la sorella amata.
In altre versioni – specie in quelle romene – la ragazza bussa alle finestre che la madre aveva sbarrato per impedire alla luce di entrare in casa ma, terrorizzata, l’anziana donna si rifiuta di aprirle, convinta che anche la figlia sia divenuta una vampira, una revenant.

DAL MITO BALCANICO ALLA CANZONE DI BÜRGER

Questa ballata tipica del folklore balcanico verrà ripresa e riproposta durante il preromanticismo europeo. Alla fine del ‘700 il tedesco Bürger – poeta simbolo di quello Sturm und Drang che si opponeva alla visione razionalistica propria dell’illuminismo – presenterà infatti una sua ballata, la quale avrà grande influenza sui suoi successori: la Lenore.
Bürger venne a conoscenza della storia tramite l’opera di un poeta inglese, Thomas Percy, che nel suo Reliques Of Ancient English Poetry inserì anche il racconto “Sweet William’s Ghost”.
La storia del dolce William riprende le tematiche espresse dalla ballata albanese edulcorandole dell’aspetto incestuoso: William non sarà infatti il fratello della protagonista femminile bensì il fidanzato.
Questo è un esempio di circolazione comparatistica di una tema letterario in Europa, il problema è capire come abbiano fatto ad imbattersi in una leggenda balcanica. Bürger si rifà sicuramente a Percy, il quale a sua volta si è probabilmente imbattuto nella storia di William in un’antologia ad opera dello scozzese Ramsey, The Tea-table Miscellany.
Senza dubbio sarà però la versione del poeta sassone quella che darà maggiore risonanza alla ballata, cristallizzando in maniera iconica la figura di Lenore nella letteratura occidentale, divenendo anche il riferimento ripreso negli anni ‘30 del novecento da Federico Garcìa Lorca.

LENORE

Non fratelli, dunque, ma fidanzati nella canzone burgeriana: Wilhelm e Lenore.
Dà il la alla vicenda – e alle sofferenze della fanciulla – il mancato ritorno di Wilhelm da una batta-glia svoltasi a Praga: Lenore, straziata dal dolore e consumata dalle lacrime e dai singhiozzi, arrivò a maledire Dio e la sua volontà, nonostante i vani tentativi della madre di frenare e porre rimedio alla blasfemia della figlia.
Quella stessa notte, a mezzanotte, Lenore fu svegliata da dei tocchi alla porta; la ragazza andò ad aprire e trovò dritto sulla porta il suo amato Wilhelm che le intimò di partire immediatamente, per-ché quella stessa notte si sarebbero sposati. I due salirono, così, a bordo del nero destriero di Wilhelm – Lenore strinse «le dita bianche come il giglio» attorno alla vita dell’amato – e iniziarono la loro cavalcata fantastica (la cavalcata è considerato un mitema, una parte del mito, mette sempre insieme un veloce stallone, una bellissima fanciulla dalla lunga chioma svolazzante nel vento, abbracciata a un uomo bello quanto misterioso).
Un cielo trapunto di stelle e una scintillante falce di luce assistono a questa forsennata corsa: Wilhelm vuol condurre Lenore nel loro talamo nuziale. Non ancora consapevole di ciò che l’attendeva, Lenore chiese a Wilhelm se vi fosse abbastanza spazio in casa sua per entrambi e lui rispose che sì, forse era un po’ stretta, angusta, «sei assi e due assicelle» ma che insieme ci sarebbero stati bene.
Continuò a correre veloce il cavallo, mentre intorno gracchiavano i corvi, correva veloce il destriero mentre Lenore iniziò ad avere timore e Wilhelm le spiegò che «i morti corrono veloce» (Die Toten reiten schnell, leitmotiv dell’intero componimento).
Lugubre era la brughiera attraversata, incessante il sibilo del vento accompagnava il ritmico scalpitio degli zoccoli del cavallo. Giunti infine al cimitero dal quale Wilhelm proveniva i due viandanti furono accolti da uno stuolo di spettri che in cerchio danzavano attorno alla fossa che avrebbe accolto i due innamorati. In prossimità del sepolcro s’infranse il sortilegio: il capo di Wilhelm divenne nuovamente un nudo teschio e scheletro il suo corpo; s’imbizzarrì, impennandosi, il cavallo facendo cadere Wilhelm nella sua tomba: il cuore di Lenore non resse, il terrore la conquise, morì accasciata a terra.
È questa – secondo la chiusa della ballata – la sorte che spetta a chi maledice il nome di Dio.

CONCLUSIONI

Emerge in maniera prepotente l’opposizione di valori per i quali il revenant fa ritorno: nella Lenore è quella volontà quasi catechizzante di stigmatizzare la blasfemia, sembra un paradosso ma è per il volere di Dio che Wilhelm si auto-esuma e si incammina bramando vendetta. Nella leggenda albanese, invece, è l’umano valore di una promessa mancata, il lontano richiamo di un amore impraticabile a far sì che l’impossibile si realizzi.

Altre differenziazioni sono poi riscontrabili nei luoghi percorsi durante la cavalcata: luoghi fantastici nella leggenda albanese, luoghi che un’onirica sublimazione rende quasi fiabeschi, maggiormente tetri, invece, i paesaggi che la povera Lenore osserva cavalcando insieme al suo redivivo Wilhelm.
La preoccupazione della sorella sullo stato di salute del fratello, nel mito balcanico, tende a pervadere tutta la scena di un acceso calore familiare, una premura tipica di chi da tempo non vede i suoi cari, di chi – dopo un istintivo stupore – fa subito tornare in auge quel clima di nucleo familiare che seppur disgregato non si è mai dissolto. L’accezione di sentimento fraterno viene ovviamente meno nella canzone tedesca, Lenore non si fa domande, non indugia in dubbi e in interrogativi, balza in tutta fretta sul cavallo pensando solo all’appagamento di ritrovare l’amore e l’eros che credeva avere perduto.

Quanto esaminato vuol esclusivamente mettere in risalto l’iter intrapreso e percorso da un topos letterario, poco conosciuto forse in Italia, ma bene rappresentato in una vasta parte d’Europa.
Partendo dall’est Europa, dai Balcani (sarebbe inutile tentare di identificare con precisione la nazione d’origine possa essa essere la Romania o l’Albania) la leggenda di Costantino e Doruntina è giunta nel cuore dell’Europa continentale, nella centrale Germania, passando però prima dalle insulari Scozia e Inghilterra, modificando la narrazione e i nomi dei suoi protagonisti, sopravvivendo all’inesorabile trascorrere del tempo fino a giungere – in un’ulteriore sua forma letteraria – nella Spagna degli anni ‘30 del ventesimo secolo laddove la sensibilità di uno dei maggiori poeti di sempre ha saputo ravvivare la fantastica (in duplice accezione) storia d’amore di due giovani destinati a star per sempre lontani.

Il presente articolo è una rivisitazione delle informazioni apprese durante le lezioni di “Letterature Comparate”, corso tenuto dalla professoressa Gisèle Vanhese, nell’anno 2016, presso l’Università della Calabria.

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