Un viaggio sul tetto della Calabria

Parte della storia della Calabria è intimamente legata al viaggio e ai cammini. Popoli di diversa origine hanno tessuto l’abito culturale oggi tramandatoci.  I luoghi sono i primi testimoni di questa interminabile odissea, i quali assorbono ogni vicenda umana. Tra i comuni di Verbicaro, San Donato di Ninea e San Sosti si sviluppa l’imponente Dorsale del Pellegrino, composta dalle più solitarie e selvagge vette dell’intera regione. Basta il solo toponimo a chiarire la vocazione di questa contrada aspra e inaccessibile. Numerosi monaci attraversavano queste montagne per recarsi dalla costa all’entroterra o viceversa finché, intorno all’anno 1000, molti eremiti fecero di queste vette isolate il proprio rifugio. Ancor prima la zona era solcata dai sentieri che i coloni greci di Sibari utilizzavano per recarsi dallo Jonio al Tirreno. Decidiamo, allora, di intraprendere il loro stesso cammino.

Posta all’accesso del sentiero che si incammina verso la vetta è la Madonna del Pellegrino, raffigurata da una candida statua eretta dagli emigrati di San Donato di Ninea in venerazione dei luoghi a loro cari. Ogni estate è tradizione per gli abitanti delle zone e per coloro che vivono da anni in paesi stranieri giungere in questo posto in pellegrinaggio. Recitiamo una preghiera in silenzio all’ombra di alti boschi, sperando nella clemenza di ciò che ci circonda.

Una fitta foresta di faggi ci avvolge con le proprie foglie d’oro: l’autunno rende luminosi questi luoghi altrimenti bui. Alti tronchi e maestosi rami velano il cielo e le splendide vette all’orizzonte. Tutto è invisibile qui giù, non vi penetra nulla del mondo esterno, alcuna preoccupazione, alcuna vicenda umana. Siamo ospiti della montagna. La xenìa impone all’ospite di rispettare il padrone di casa e a quest’ultimo di fornire le opportune cure al viaggiatore. E’ un dovere, per il viandante, lasciare un dono per manifestare la propria riconoscenza. Sentiamo di violare le regole dell’ospitalità: pur non donando nulla alla montagna siamo più ricchi di quando siamo arrivati.

Un dolce sentiero guida i nostri piedi, ma non è possibile accedere ai segreti dei luoghi senza osservarne gli aspetti più terribili. La montagna custodisce le proprie ricchezze opponendo una ripida cresta chiusa tra il bosco e un canalone di roccia. Diventa così ardua l’ascesa al cielo. Ancora un’altra salita su rocce instabili, i movimenti diventano incerti, la fatica riduce le percezioni, ma la fede è una nostra compagna e guidati da meravigliose visioni, finalmente percettibili, la bellezza del posto elimina ogni sconforto.

Siamo testimoni della metamorfosi e della gloria della natura. I faggi, che in basso si presentavano maestosi, altissimi, irraggiungibili, nelle sommità iniziano a contorcersi, creando dapprima un bosco claustrofobico per poi ridursi a basse siepi. I faggi, per resistere alla neve invernale e alle intemperie, a queste altezze, hanno dovuto mutare la propria forma, ma non la loro natura. Ogni cosa è soggetta a questa legge: nulla muta senza necessità che vi sia un adattamento. Dolori e avversità possono stravolgere anche l’uomo, ma non la propria essenza. Quante volte abbiamo creduto che una sofferenza fosse insuperabile per poi alleviarsi sotto le macchie del tempo? In questo risiede la dignità di ogni cosa: avere la capacità di mutare, di “adattarsi” ai contesti più difficili, pur non tradendo la propria essenza. Anche noi, allora, non siamo che una parte di qualcosa di più grande, che lega tutto insieme e che risponde alle medesime leggi.

Con quest’animo prosegue la via. Dinanzi al sentiero si staglia orgogliosa la cima della montagna. Lì, una volta salitivi, riposeremo. Non siamo preparati, però, alla sua grandezza. Una terribile fenditura spacca in due la vetta, lasciando intravedere pareti scoscese e profonde, inesplorate, impossibili da raggiungere. Di fronte a tale visione non può che fermarsi ogni pensiero, ogni ragione. Si avverte in tutta la sua forza l’anima di questo posto, che, senza alcuna esagerazione, esiste. Inutile cercarla nei libri, nelle guide, nelle fotografie. Soltanto da quassù è dato sentirla.

Dinanzi a tanta magnificenza non si può che essere grati di ciò che ci è stato donato. Abbiamo tutti nelle mani un mondo meraviglioso, splendido, unico, pericolosamente destinato ad un progressivo svilimento. Dalla perdita di dignità dei nostri luoghi discende inevitabilmente anche lo scadimento dei rapporti umani, non più radicati in alcunché e perciò privi di crismi culturali e valoriali che possano fondarli su basi concrete e condivise. Ecco perché salire su una vetta, entrare in un bosco, scendere in un vallone non sono esercizi di vanità, non sono momenti di narcisismo, ma ricordano all’uomo qual è il proprio posto e quale il suo compito: preservare qualcosa che ci è stato tramandato e condividerlo con i nostri prossimi. Non possiamo fuggire dalla responsabilità di difendere Casa, ad ogni costo. Dal basso salgono nuvoloni scuri, che in poco tempo velano il sole, ma alcun timore, alcuna paura può colpirci ormai. Pensiamo a tutte queste cose e niente può scalfire la nostra volontà.

Inizia la discesa, il ritorno, quel viaggio di rientro che riporterà ognuno a casa propria. Anche oggi abbiamo testimonianza della presenza del divino. La parola fantasma deriva dal greco antico  phaínomai, da cui discende anche il termine fenomeno. La moderna concezione attribuisce alla parola un’accezione negativa o comunque del tutto distante dall’originario senso. Il fenomeno o fantasma era, nella tradizione greca, qualcosa che appariva improvvisamente, una visione di natura divina che poteva avere tanto esiti fausti quanto infausti per l’uomo. Ecco che, dianzi a noi, si manifesta, sbucando da dietro gli alberi, un pastore intento a cercare i propri animali. Nessuno si era accorto della sua presenza, eppure chissà da quanto seguiva i nostri passi. Siamo grati a questo custode della montagna, il quale si ferma con noi a condividere la sua sapienza. Al suo cospetto alcuno studio o dottrina ha rilevanza: egli è il più autorevole dei precettori e noi siamo fieri di essere suoi discenti.

Mentre il passo ci allontana dalla vetta non si può che pensare a tutti coloro che proseguono, ogni giorno, per un sentiero solitario, lontano dagli affetti e dai luoghi amati. Un percorso fatto di ostacoli, di incertezze, di timori.

Per voi, amici e viaggiatori lontani, prima che iniziasse il cammino, ho riservato una preghiera alla Protettrice dei pellegrini, affinché la vostra via possa proseguire alla luce del sole.

 

 

Francesco Giuseppe Murone

25 anni. Amo la Grecia antica e le montagne. A Lamezia sono a casa.

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