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Domani sarà di nuovo 25 aprile, tutti a ricordare la storia e la geografia, a parlare di resistenza dei nostri partigiani alla fine della seconda guerra mondiale, di Repubblica e di Liberazione, ma pochi, sempre di meno a contestualizzare quella vittoria ai nostri giorni: non sarà che, oggi, non c’è più nulla da festeggiare?

Perché a ridosso del ’45 c’ era la nascita della democrazia, la carta costituzionale con i bellissimi diritti inviolabili dell’uomo, le donne al primo voto, c’erano tutte le condizioni utili per andare fieri di una bandiera. Serve ancora ricordare quel tempo passato, certo, mentre quello che non serve più è renderlo nostalgico attuando col presente una barriera dalla quale è impossibile sporgersi. Come se, qui e ora, non servisse a niente affacciarsi da una finestra, ribellarsi a qualcosa. Eppure ce ne sarebbe un gran bisogno. Eppure la situazione politica attuale, fra le più gravi, le più pesanti, con le grida di dolore infinito di un paese alla deriva, non è abbastanza allarmante? A distanza di 70 anni non siamo ancora riusciti a toccare la democrazia e la libertà, in Italia come in altri paesi, vigono ancora il razzismo, la violenza, la negazione di ogni diritto, vige il più grande sopruso alla storia, fascismo e nazismo sono nelle parole e nei gesti quotidiani dei giovani del futuro. Oggi che l’Italia è rappresentata da un Governo inqualificabile, specchio di ostilità , intolleranza, ignoranza, e repressione, serve ancora ricordare il passato con romanticismo o serve forse ricordarlo con spirito critico in relazione al presente? Andando alla ricerca di ciò che la sinistra ha perduto ormai da tempo? Serve o non serve considerare il 25 aprile ad oggi? E a sentirci offesi, umiliati, derisi, di fronte la più nobile e bella democrazia dimenticata? Vogliamo ricominciare a riempire la parole?

Di Valeria D'Agostino

Giornalista pubblicista

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