Dell’ineffabile Mistero | Racconto breve

ESTU TO MEGA KAI ARRETON MYSTERION ~

Un sorso. Un altro.
«Sapete perché Dio sceglie di giocare l’ultima carta, quella della morte?» recitava e profferiva quella voce «perché si è pentito e s’è stancato di aver creato degli esseri stupidi come gli uomini». La sentenza.
Un altro sorso, un po’ più lungo questa volta.
Non reggeva, semplicemente. Quel discorso gli fece la doccia più fredda degli ultimi tempi e si sentì colpito, come se gli avessero rivolto le peggiori mazzate, in una zona imprecisata tra la zona alta del cranio e la clavicola, tra capu e nuci ‘i cùallu, come avrebbe detto una volta.
E l’ineffabile? E il portentoso, tanto difficile da descrivere? Scandagliò in quel pulviscolo immaterico che aveva da poco ri-scoperto come la sua anima e scoprì innanzitutto che qualsiasi legge grammaticale, ancora una volta, gli sarebbe servito a poco. Forse a nulla. Fu allora che si rese conto dell’ingenuità del suo essere. Peggio: fece esperienza di quanto l’ingenuità, poiché non mantenuta da una massiccia dose di stupidità, stesse per trasformarsi in crudeltà. Perché riuscì, finalmente, a porsi una domanda. Anzi, la domanda. Se per una vita gli avevano insegnato che non vi fosse nulla di peggiore dell’indifferenza, nulla di più raccapricciante, nulla di più vomitevole… e se Dio era l’indifferenza nel suo valore più assoluto… allora…?
Saltò via. Lanciò per aria, sui muri, dalle finestre, tutti gli oggetti che gli capitavano a tiro. Decise di prendersela soprattutto coi suoi libri. La peggiore delle deformazioni epicuree lo stava letteralmente assalendo e se nella sua forsennata e famelica inquietudine l’uomo avesse già inventato uno stratagemma per rendere la depressione vaporosa, vi assicuro, la sua stanza sarebbe stata in quel momento densa della più fitta nebbia.
Manifesti. Manifesti, manifesti ovunque da strappare. L’ultimo: una grande fiera del libro, una soltanto per troppe voci da raccogliere e registrare, una solamente per troppe idee. Gli parve pure, in quel momento, che nessuna idea potesse avere fondamento nella realtà conosciuta. A chi, insomma, a chi l’onore e l’onere di ascoltarlo pur nella sua totale incomprensione dei fatti?
Poi qualcosa lo fermò.
Fu come non riconoscere più un vecchio amico, o un familiare, un padre, una madre. E fu come riconoscere il mondo intero, pure la più piccola pagliuzza di polvere dell’altro capo del globo. Un libro nero, consunto, “ponderoso” avrebbe detto qualcuno che ignorava quale grande neoespressione stesse congegnando.
Andò che quel libro, quel vecchio amico, quel vecchio padre e quella vecchia madre, non solamente li riconobbe. Ma li comprese. A un attimo di quella che poteva essere la fine. Razionalizzò. E si maledisse. Pianse. E si maledisse.
Tentò allora di razionalizzare lasciando sgorgare qualche lacrima di tanto in tanto. E si riconobbe. Si riconobbe come creatura, sensibile e trascendente. Razionale e irrazionale al contempo. Ricordò poi qualche vecchio trucchetto di gioventù e riuscì, dopo un paio di profondi respiri, a chiudere gli occhi. Fu più che calmarsi. Smise di serrare le labbra e gli si rilassò tutto il volto, dal cuoio capelluto alla parte più molle del collo, quella appena sotto il pomo d’Adamo. Fu più che riposarsi. Si cullò. Fu più che beato.
«Tanto maggiore è il valore della mia lingua e dei miei fonemi…» disse senza parlare, e gli parve di sentire la sua stessa voce amplificata come da una porzione di cielo tremendamente lontana, così lontana da essere dietro l’angolo «…tanto più è grande la mia impossibilità di poter dire qualcosa».
E per la prima volta, dacché aveva scoperto di possedere una coscienza, si bastò.
Un altro sorso. Piccolo, questa volta. Decise che avrebbe finito di berlo con molta calma.

Domenico Benedetto D'Agostino

Sono nato nei giorni della Merla, ventisette anni fa a Lamezia Terme. Studio ciò che mi appassiona, Storia delle Religioni, Beni Culturali, Arte e Archeologia e, citando Calvino: "Scrivo perché sono insoddisfatto di quel che ho già scritto e vorrei in qualche modo correggerlo, completarlo, proporre un’alternativa".

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