Di fronte agli Dei: il Pollino custode della Calabria.

28 Aprile. Alba, stazione di servizio di Tarsia Nord.
Una comitiva di turisti affolla l’area ristoro. Andrea e Saverio consumano una veloce colazione. Fotografano da anni questa parte del mondo. L’orologio richiama la loro attenzione: è ora di rimettersi in auto per raggiungere la meta. Colle dell’Impiso è punto privilegiato di partenza verso i Piani del Pollino. Qui si conclude l’avvicinamento con la macchina. I due caricano i pesanti zaini sulle spalle e muovono i primi passi verso l’obiettivo designato. Il sole splende in un cielo terso, l’aria è fredda. Il percorso procede senza particolari difficoltà, nonostante ci sia molta neve lungo il sentiero: inaspettato incontrarne così tanta.

Presso il Piano di Vacquarro, sullo sfondo il fianco occidentale del Pollino

Il sentiero innevato verso i Piani del Pollino

Giunti all’imbocco dei Piani del Pollino si approfitta della zona pianeggiante per riposare e calcolare meglio il percorso rimanente. Punto di arrivo è la cima della Serra delle Ciavole, posta a Nord-Est dei Piani presso i quali sostiamo. La osserviamo immersa in un panorama meraviglioso.

Man mano che si guadagna quota il Pollino si manifesta in tutta a sua grandezza

Verso Serra delle Ciavole

Saliamo sul ripido costone che conduce alla meta immersi in distese di neve che riflettono il sole e accecano gli occhi. Non senza fatica giungiamo sulla meritata vetta, dalla quale lo sguardo può spaziare in ogni direzione. Guardando verso Sud-Est possiamo ammirare la spettacolare Timpa di San Lorenzo solcata dalle Gole del Raganello: rivolgiamo una preghiera per coloro che sono stati travolti  dalla furia dell’acqua lo scorso Agosto. Girandosi verso Sud-Ovest, invece, svettano le regine del luogo: Serra Dolcedorme e il maestoso Pollino.

I Piani del Pollino durante la risalita di Serra delle Ciavole

Lo scheletro di un Pino Loricato rivolto verso Serra Dolcedorme

Vista mozzafiato dalla cima di Serra delle Ciavole

Godiamo del luogo mentre ci concediamo una pausa consumando un rapido pasto. Andrea e Saverio aprono gli zaini e predispongono l’attrezzatura per catturare la bellezza dei luoghi. Piccoli movimenti, piccoli aggiustamenti, “no, qui non va bene, riproviamo”.
Alle spalle del Pollino, presso Serra del Prete, un banco di nubi comincia a salire per le pendici del monte, fino a coprirne lentamente la cima. Il vento muove le nuvole in direzione opposta alla nostra: non ci preoccupiamo. Assorti nei loro strumenti i due fotografi scandagliano tutta la zona. Il tempo corre senza che ce ne rendiamo conto.
Improvvisamente il vento muta la propria direzione. Ci investe adesso con forti raffiche e le nubi avanzano  minacciose verso di noi. Dalla retrostante Serra del Prete le nuvole giungono in breve sulla vetta del più vicino Pollino e, una volta nascostolo alla vista, scendono verso la valle ai nostri piedi per poi risalire e avvolgerci completamente. Lo sguardo, se prima poteva giungere fino al Golfo di Taranto, adesso è limitato a pochi metri.

Il Pollino sovrastato dalle nubi

Gli scheletri dei secolari Pini loricati sembrano, coi loro rami contorti e secchi, spettri avvolti nell’ombra. Il vento solleva la neve circostante e ci investe con una fitta pioggia. E’ ancora presto, però, per salutare la montagna, e il paesaggio – terribile ma spettacolare – invoglia a rimandare il rientro. Capiamo, però, che non siamo noi a comandare la permanenza sul luogo. Il vento diviene più forte e la temperatura cala sensibilmente: bisogna rientrare, così in alto siamo troppo esposti e, a causa del maltempo, il ritorno può allungarsi troppo, rischiando di restare bloccati.

Le nubi iniziano a ricoprire Serra delle Ciavole

La nebbia impedisce di individuare la via del ritorno. Trovandoci su un costone roccioso non possiamo far altro che proseguire sulla zona sommitale piuttosto che tentare una discesa alla cieca, sperando di ritrovarci prima o poi nelle zone pianeggianti: sulla sinistra, infatti, un profondo strapiombo impedisce di scendere per la via più breve.
Avanzare nella neve, sferzati dal vento e col peso dell’attrezzatura, è adesso difficile. Non possiamo affidarci alla vista e proseguiamo alla cieca, senza aver idea della nostra posizione. Continuiamo a camminare fermandoci di tanto in tanto per scorgere qualche segno o qualche elemento che possa aiutarci nell’orientamento.

La difficile avanzata

Ad un certo punto, attraverso una piccola apertura tra le nubi, notiamo, in basso, una distesa verde sgombra dalla neve. Ci siamo quasi. Non senza qualche scivolone sul ghiaccio ci ritroviamo finalmente sui Piani del Pollino. Per quanto lontani dal costone roccioso, la nebbia rappresenta ancora un problema. Non sappiamo dove ci troviamo, potendo essere totalmente fuori percorso.

Tentativi di orientamento

Non facciamo in tempo a percorrere poche centinaia di metri che, in un attimo, le nubi si dissolvono e tutto torna ad essere visibile. Quale forza sia presente in questi luoghi non è dato saperlo, ma esiste. Mi piace pensare che il custode dei luoghi abbia deciso di metterci alla prova e che, superate molte difficoltà, abbia voluto infine ricompensarci rendendo il ritorno più agevole.

Se fino a prima nessuno parlava poichè preoccupati per la difficile discesa, adesso le parole scambiate tradiscono la felicità di essere sulla via del ritorno, al sicuro. Squillano le voci e le risate nel silenzio freddo. Guardo i miei compagni e, negli ultimi tratti, mi discosto da loro, lasciandoli ai loro discorsi. Nelle difficoltà non importa quanto si conosca una persona, troverai sempre qualcuno disposto a mettersi a disposizione per te. Così è stato nei difficili passaggi del ritorno, essendoci dati man forte gli uni con gli altri.
In montagna si apprende la vera solidarietà. Non è rilevante il costo della tua attrezzatura o quanto sia esperto: un animo gentile e una forte curiosità ti rendono identico a chiunque altro, pronto ad affrontare con serenità qualunque situazione.

Ritorniamo alla macchina dopo dieci ore di cammino. Mentre l’auto percorre a ritroso le vie montane scorrono attorno a me boschi e ruscelli. Poggio il capo al finestrino e cado in un meritato riposo. Le voci di epoche passate giungono ora a me, dimentico le paure e le preoccupazioni della modernità. Rivedo i Pini loricati. Alcuni di essi sono lì sopra da secoli. Hanno assistito alla Guerra dei Cent’anni, all’Illuminismo, alle guerre mondiali, alla globalizzazione. Sono ancora lì. Certo, i segni del tempo si vedono, ma hanno mantenuta intatta la loro natura pur nel corso dei secoli.
Prego di poter avere anch’io la loro forza.

Maestoso Pino loricato

Francesco Giuseppe Murone

25 anni. Amo la Grecia antica e le montagne. A Lamezia sono a casa.

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