“Prendetevi anche Il cielo” – romanzo a puntate, parte prima.

PREMESSA:

Anche se il luogo in cui è ambientata la vicenda, è in Calabria, è comunque un’opera di fantasia. Il riferimento a luoghi, persone, e cose reali, è PURAMENTE CASUALE.

Ho voluto fare questa rubrica, chiedendo autorizzazione al mio buon amico, Domenico. Spero che piaccia.
Buona lettura.

Introduzione:

Anche quel giorno si sentiva un diffuso odore di bruciato, attorno si vedevano levarsi dei fuochi dalle montagne.

Il colore verde che si alzava verso il sole diventava sempre meno verde, per dare posto al nero, all’oscurità.

Le fiamme consumavano la vita da quegli esseri viventi sempre immoti, sempre silenziosi: ecco, una grande dote, veniva spenta con il caldo delle fiamme, il puzzo del fumo, poiché anche il colore del cielo azzurro, diventava grigiastro e giallognolo.

Perché?
Perché bisognava colpire delle creature che non facevano del male a nessuno?

La distruzione della vita.

Cosa vogliono? Cosa credono di ottenere?

  • Che volete ancora… Da questa terra?

Una domanda senza risposta, rivolta verso le fiamme ruggenti.

Un rumore di fiamme fortissimo come il loro odore.

Dalla finestra della sua stanza, vedeva solo il male, le ferite della sua terra, e ogni volta,  piangeva dentro.

 

Probabilmente non c’è cosa peggiore di nascere in un luogo dove ci si sente “fuori luogo”.

Un luogo che ha fatto sempre sentire a disagio, in cui la felicità è solo l’ennesima utopia. Un po’ come il desiderio di cambiare la città.

Però alla fine non cambia mai niente.

E passano i giorni, mesi anni ad illudersi che le cose vadano meglio ma invece sembra che le cose abbiano la possibilità di migliorare.

È solo una breve illusione.

Come se qualche lacrima possa spegnere un incendio che brucia una montagna. Quel verde: una delle poche cose che si riescono ad apprezzare davvero.

Così che anche il dolore sembri solo un’altra perdita di tempo.

E fissando il cielo, immaginando di volare via, con un sospiro.

 

Era solo un altro giorno, ormai come 20 anni, in cui la terra si faceva male, in cui la terra veniva ferita.

Sembra solo la fine di una storia che è molto più lunga.

 

Quel ragazzo che guardava il fuoco sospirando, si era sempre sentito fuori posto, in un luogo che per molte ragioni non aveva mai sentito suo.

Da quando era piccolo si era sempre sentito invaso. Attaccato costantemente dalle persone che sembravano volere qualcosa, sembravano volere la sua vita.

E la voglia di fuggire era come un parassita, attaccato sempre al suo cuore.

Capitolo I

  • –Valentino! – urlai, esasperato dalle continue ripetizioni della domanda sul mio nome.

In quell’afosa giornata di fine agosto. Al comune, per rifarmi i documenti smarriti la notte prima.

Come spesso mi capiva di percepire, in questo paese, c’è gente che lavora solo per modo di dire, una flemma e una lentezza incredibile; anche per le cose più piccole.

Per svolgere una mansione che avrebbe richiesto massimo dieci minuti, ci mettevano un’ora.

  • Non c’è bisogno di urlare! – Come al solito, facevo la figura del “nervosetto”, la gente mi guardava già male, e mi sentivo così inutilmente in imbarazzo. La gente ci gode a fare questo effetto qui.
  • Scusi, ma mi sembrava che non sentisse bene, dopo che lo ripeto più volte. È sicuro di sentirci bene? – Ed io, d’altro canto, non è che fossi un santo. Sempre con il desiderio di farla pagare a chi mi facesse un torto.

Si limitò a guardarmi male, quel flemmatico vecchio, e ottenni ciò che volevo: la fretta di mandarmi via, perché stavo ormai, “poco simpatico”.

Facile per loro, no? Stanno lì seduti, comodi, tranquilli, al comune, con l’aria condizionata sotto il culo, mente io avevo sudato sette camicie alla guida della mia Peugeot, passando almeno dieci minuti di calore a trovare parcheggio, e dopo, il caldo appena sceso dalla macchina, e quello provato per il  nervosismo dell’attesa del mio turno.

Sudore, non solo causato dal caldo infernale.

Appena finito, dovetti andare a prendere qualcosa da bere a un distributore lì presente. Scelsi l’aranciata, per poi scoprire, tanto per peggiorare le cose, che faceva anche piuttosto schifo.

Stanco ed esasperato, uscii da quel girone infernale, per andare in un altro, sotto il sole.

Entrai in macchina, sospirando profondamente, cercando in tutti i modi di scacciare i cattivi pensieri. Cosa c’è di meglio, in questi casi, se non pensare a un oggetto del proprio desiderio, o meglio, una persona?

Mi concentrai, pensando alla sera passata prima, in cui persi sì i documenti, ma era anche successo qualcosa di molto bello.

Accesi la macchina, misi musica per agevolare l’entrata nel buonumore.

“ How do you want it?
How do you feel?
Comin’ up as a nigga in the cash game
I’m livin’ in the fast lane, I’m for real…”

Sulle note di questa canzone, pensai alla serata. A lei, finalmente, dopo tante sere di tentativi, dopo che si era fatta toccare, sulle gambe, spalle, ginocchia, mancavano solo le parti intime, e quel bacio, finalmente arrivato, rubato verso l’una e mezza, quando si alzò il vento.

La convinsi a seguirmi, le offrii da bere, forse nella nostra intima sbronza, non mi accorsi che persi i documenti, forse mi caddero, forse nel sorprendermi con un bacio, me lo presero, mi cadde, non so.
Per fortuna avevo la patente e la carta del bancomat in macchina dato che nella mia politica, una serviva solo in macchina, l’altra solo in casi d’emergenza.

Mi consolò, mi guidò le mani verso parti del corpo prima proibite, solo il culo, un poco.

Ormai mi sentivo in grado di guidare, era ormai tarda notte, la accompagnai a casa con la macchina, ci eravamo promessi di risentirci.

Lei, con i suoi capelli arricciati, che mi disse che erano però ricci di natura, mentre la mia mano correva tra quelle onde, per avvicinarsi lentamente, darsi il bacio della buonanotte.

Mi sembrò quasi di essere scappato insieme a lei, da qualcosa che non sapevamo, rifugiati in noi stessi, nelle strade della città, ad aspettare che i bar chiudessero, cosa ci faceva paura? La solitudine?

Un senso di piacere, e di perdita, di vuoto. E questo vuoto, era enorme, aveva bisogno di essere riempito con la nostra presenza.

Il mio umore cambiò, quindi. Cambiai musica, da “macho man”, dongiovanni, conquistatore di donzelle, tornai ad essere me, Valentino: romantico, pieno di contraddizioni, tra l’estroverso ed introverso. Nel rapporto con le mie, poche ragazze, avevo sempre pensato sia al punto di vista sessuale, sia quello romantico.

Era più forte di me, per quanto provassi a vivere una relazione disinteressata, “scopamicizie”, non riuscivo mai ad averne una, e mi chiedevo come fosse.

Con lei ci volevo provare, ma ormai, mi sentivo emotivamente coinvolto.

Risi, mentre guidavo, con il finestrino abbassato, circondato dal verde, come in ogni città della Calabria che avessi visto, in contatto perenne con la natura.

Avevo pochi pensieri, all’epoca, “avevo solo vent’anni”, come diceva una delle poche canzoni che ascoltavo, dei “Zen Circus”. Facevo finta di conoscerli, specie con le ragazze a cui piace ‘sta musica.

  • ‘sta musica emmerd! – Esclamai, da solo, così, mentre con il braccio fuori dal finestrino, lasciavo il vento corrermi sui peli.

Cambiai musica, mettendo un pezzo rap, a me piaceva quella musica, fin da quando ero ragazzino. << Ci so crisciutu!>>

“ Com’è difficile lasciarsi andare
Ci resettiamo ogni giorno, abbiamo paura
Di non riuscire ad affrontare un’altra notte ancora
Guardami negli occhi senza ridere
Se sorrido è perché sto provando a vivere…”

Vidi macchine della polizia sulla strada, dal comune a casa mia, la strada era lunga  e trafficata.

Vidi un cadavere insanguinato, vidi curiosi guardare lì, vidi poliziotti indagare.

L’uomo ucciso, alla luce del sole, con proiettili su tutto il corpo, lasciato lì, come un bastardo qualunque, ma così siam fatti.

Il sangue scorreva ancora sull’asfalto, era successo da poco, probabilmente. Il rosso si mischiava al grigio, assumendo un colore doppiamente infausto.

Pensai che fosse l’ennesimo screzio delle mafie, ringrazia istintivamente il cielo di non essere nato in una famiglia coinvolta in queste storie.

Quando pensavo e vedevo queste cose, l’unica cosa che mi veniva in mente, era solo la voglia urgente di scappare, di andare via.

Perché anche se non fossi direttamente coinvolto, quanto sarebbe facile, anche casualmente, per un innocente, venire ucciso come, appunto, “nu fijji i puttana” qualunque?

<<Ecco perché c’era tuttu stu cazz i trafficu!>>, pensai.

Vidi alcune persone, dall’aspetto poco raccomandabile guardarmi malissimo, proprio a me? Prima cercai di accertarmene, facendo finta di guardare da qualche altra parte, ma sì! Questi “propriu ccu mia c’avianu!”

Incredile! Ma perché?

Mi domandai perché ce l’avessero proprio con me, sembravano loro gli assassini di quel disgraziato.

Riuscii a tornare a casa, finalmente. Dopo aver parcheggiato, tornai a casa, pensai se farmi una doccia, ma dato che faceva caldo, avrei sudato ancora: decisi di rinviare.

Mangiai poca pasta, parlando con i miei dell’università, di esami, e mia madre, impicciona, non so come riuscì a intuire che avessi avuto a che fare con una ragazza.

Innervosito, tentai di negare tutto, ma non so se i tentativi andarono a buon fine.

Ma me ne fregai: dovevo davvero studiare, e  così feci, parlando un po’ con Beniamino, amico di lunga data che era andato a studiare al nord, proponendomi di andare  ad ascoltare un concerto di un gruppo locale, a un lido lì vicino.

Beniamino, che per comodità chiamavo “Benny”, e che per scherzo sul telefono salvai come “Benny Goodman”, che ascoltavo poco, come altri tipi di musica esterni al rap, ma che apprezzavo molto.

Io volevo vederlo, dato che diceva che la mattina dopo sarebbe partito, ma pensai a lei, le scrissi, e pronunciai il suo nome, in solitudine, sospirando.

  • Cristina…

Dopo averle scritto un saluto, continuai a studiare. Quando studiavo, mettevo un po’ di musica in sottofondo, spesso jazz, musica senza parole, rilassante.

Papà conosceva un sacco di questo tipo di musica, grande fan di Pat Metheney.

Mi misi ad ascoltare “Letter from Home”.

Grazie alla musica, riuscii  a concentrarmi sullo studio, nonostante le enormi distrazioni, lei, lui, noi, voi, essi.

Cristina mi disse che se volevo stare con il mio amico non c’era problema, le dissi comunque di venire, magari poteva conoscerlo. Lei era un po’ titubante, dicendo che  prima voleva approfondire il rapporto tra di noi, la nostra intimità.

Dopo aver replicato, “come vuoi, noi siamo lì allora”, lei disse che sarebbe venuta. Pensai che come le mie precedenti ragazze, anche lei avesse le sue stranezze, continui sbalzi d’umore e cambi di idee.

<<Forse son tutte così>>, pensai, << o, cosa più grave, a me piacciono così>>. Ammisi ciò in silenzio, ridendoci su in solitudine.

Mi venne a prendere Benny, parlammo inizialmente di argomenti comuni, come il calcio, politica, ecc. Mi vide molto poco coinvolto negli argomenti, vedendomi spesso con il telefono in mano.

  • Ma sei abbronzato?
  • Sì un po’, ma lo sai che questa è la mia pelle, mediterranea.
  • E lo vedi! Forse è proprio per questo che al nord ci credono marocchini.
  • Lì pensano che tu lo sia?
  • Per fortuna no compà! Sinnò i minava.
  • Ma va là! Statti tranquillo.
  • Che fai? Sempri ca scrivi!–
  • Nulla! – arrossii, non so nemmeno perché mentii, almeno, inizialmente.
  • Na billa fimminella, ah?
  • Sì, Ben.
  • Chi è?
  • Non la conosci mi sa…Si chiama Cristina.
  • Mmmh chindi sacciu… fammi vidiri ancuna fotu!
  • Ma stai guidando!
  • E bi! Simu fermi!
  • Va bene.

Andai su instagram, gli diedi il telefono e lui fece qualche smorfia di apprezzamento. Facce buffe, che mi fecero ridere molto facilmente, quasi come il solletico.

Lui mi restati il telefono e disse:

  • Minchia ! Miajju della tua ex, mi sa.
  • … Non che ci voglia molto. . Risposi io, a denti stretti.
  • Cumu si chiamava? Sempre…Ina?
  • Vorrei dimenticare ste cose facilmente come te.
  • Ejja! Mica era la mia ragazza. – Poi cambiò subito argomento: – Cristina… Bella e fina, bella figa.
  • Che cazzu stai dicendo? E poi perché ogni volta che vieni parli più dialetto di un tamarro ignorante? A Pisa mica fai così, neanche con me.
  • Abitudini, posti… ma lì che è successo? Sangue.
  • Ancora non hanno pulito? Incredibile quanta poca cura ci sia. Era stato ucciso uno.
  • Vienitene al nord compà, lascia ste fighe, lì ce ne stanno altre, fidati.

Forse non se lo ricordava, ma era l’ennesima volta che me lo diceva. E non solo lui: il sentimento di andare via, era sempre qualcosa che albergava dentro tutti noi.

Era un giorno pieno di cattivi pensieri, gioie e dolori, come sempre, a braccetto.

Gli parlai di Cristina a Beniamino, gli parlai della mia giornata, lui smise di fare il simpatico, e fece l’amico, quello che ascoltava veramente, quando ce n’era bisogno.

Disse che per quanto riguarda Cristina, dovevo conoscerla, giustamente, meglio, per quanto riguarda i tipi che mi guardavano male, e le altre cose che mi avevano fatto arrabbiare, di ignorare, di non farci caso, perché era inutile pensare a tutti ‘sti sconosciuti, che   ci fanno sempre impensierire.

  • Se devi pensare a tutta sta gente, che pensa che sei scemo, scioccato, e cazzate del genere…un ci nesci mai! Ogni volta sennò, devi assomigliare sempre a qualcuno che non sei, Uno, Nessuno, Centomila.

Annuii, senza replicare, ero d’accordo al 100%.

Entrammo nel lido, prendemmo due birre, e continuammo a parlare di calcio, donne, serie tv, vita.

Arrivò Cristina, si presentò imbarazzata a Benny, pensai che aveva fatto qualcosa di coraggioso, a presentarsi lì, addirittura da sola, dopo i discorsi sull’intimità.

Si girò, andando al bancone a prendere anche lei da bere, il mio amico le guardò il culo, e fece commenti di apprezzamento:

  • A tia chille cu lu bellu culu piacinu.

Volevo di nuovo ribellarmi a quei commenti un po’ ignoranti, ma quella volta decisi di dargli corda.

  • E che vuoi! Sugnu n’esperto.

Si mise a ridere di cuore ben, così tanto che i suoi capelli lunghi, neri, si sciolsero. Gli cadde il cerchietto.

Passando la serata, capii che Benny era, in realtà, l’amico più adatto come primo, per conoscere Cristina. Nonostante non fosse affatto romantico, e a Pisa, le sue relazioni avevano genere quasi completamente sessuale, con lei fu tranquillo, amichevole, e nient’affatto molesto.

Disse che eravamo una bella coppia.

Io esitavo nel contatto con lei, non so come si sentisse, se lo gradisse, lei mi baciò piano, quasi senza farmi accorgere di un contatto fisico. Durante il concerto, mi condusse la mano sul suo sedere. E ci toccammo un po’.

Benny era davanti a noi, era impegnato a godersi la musica. Non so se lo fece per lasciarci soli, o per stare solo con la musica lui stesso, ma lo ringraziai col pensiero.

Cristina mi prese, mi portò via da lì, ero tentato di fare cose che sarebbero state adatte per altri posti, lei però, mi parlò di cose sue, e calmò la mia eccitazione. Andammo a bere un cocktail, e continuammo a sentire il concerto a distanza.

Se ne andò poco dopo, quasi pentita di essere venuta.

  • Qualcosa non va?
  • No, niente.
  • Non dirmi bugie. – Dissi io.
  • Non volevo rubarti dal tuo amico, scusa.
  • Per questo te ne vai?
  • No, tranquillo. – Rispose lei, ridendo.
  • Sotto questa luce, sembri avere i capelli rossi. Che bella.
  • Non ti piacciono castani?
  • Sì, certo. Mi piaci comunque. –Risposi io.

Rise, mi diede un bacio della buonanotte, e  mi salutò. Tornai da Beniamino, ci godemmo la musica.
Dopo, restammo a parlare a lungo, anche quando il locale fu quasi vuoto, eravamo i soli rimasti.

Stavo per dirgli di andarcene, quando vidi i tizi che, qualche ora fa mi avevano guardato male. Mi gelò il sangue.

Vidi uno di loro con le armi in mano, e dissi a Benny di abbassarsi, e usai il tavolo come ombrello, contro la pioggia di proiettili.

Ero nel panico, che stava succedendo?

I gestori del locale si stavano cagando addosso, come Benny, e me, del resto.

  • Stativi calmi! – Gridò il più grosso di loro. – Veni fora, Giuseppe Pierangeli.

Nessuno rispose, nessuno si mosse, solo la paura uscì dai nostri corpi.

Di risposta, un colpo di pistola al cielo!

  • Allura? Si là, sotto u tavulu! Allura?

Si avvicinò verso di noi.

  • I-io? – Domandai, spaventato.
  • Se, tu! U fijju. Devi morire per la nostra vendetta. Si puru passatu a vidiri u corpu di u poveru Giovanni!

Capii e non capii: mi avevano scambiato per qualcun altro, proprio io, che avevo ringraziato il cielo di non appartenere a quegli ambienti.

  • Ma io mi c-c-chiamo V-V-Valentino!
  • Un diri cazzati!
  • Ma è-è vero. Posso Farti v-v-edere i documenti!
  • E vidimu!

Gli lanciai la carta di identità, restando dietro il tavolo. Benny mi guardò stravolto. Il criminale guardò la mia carta d’identità, e mi disse di uscire fuori.

Uscii esitando, tremante, sudando freddo. Il fresco serale che stavo provando fino a quel momento, scomparve improvvisamente.

Con le mani in alto, mi avvicinaii, il tipo mi guardò a lungo.

  • Se, mi sa c’amu sbagliatu. – Disse, semplicemente.

Ogni tanto ripenso a quella notte, che segnò la mia vita. A quando vidi in faccia un uomo, che era intenzionato ad uccidermi senza esitazione, come un soldato, anzi, forse addirittura più disciplinato.

Era un’immagine che incuteva paura, rispetto, e sentimenti ormai scomparsi, per molti uomini; quelli erano fedeli a principi antichi, diversi dai miei, anch’essi, pieni di contraddizioni.

 

Paolo

nato nell'ultimo degli anni 80, nella città propensa verso lo studio di ogni pregio e difetto delle persone, eccomi qui. Appassionato di romanzi, specie quelli di avventura, cresciuto con Salgari e altri romanzi di avventure del mare, ho iniziato da lì, ad appassionarmi al mondo dell'avventura. Anche se dovrebeb essere il mio genere "prediletto" insieme al fantasy, non amo dare etichette, come dicono amici che dicono che ascolto rap. è vero, ascolto molto spesso quella musica, ma ho anche periodi in cui mi ipnotizzo o coi foo fighters o con gli u2, per dire. Amante della natura, del silenzio, dell'amore (quello vero), delle donne, dell'amicizia, dei videogiochi e delle serie tv. La mia cultura non si ferma al libro e alla musica, si amplia nella conoscenza degli altri e dell'altro.

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