L’ergastolo ostativo è già conforme al valore della dignità dell’uomo.

L’ergastolo ostativo è non solo un trattamento che risponde ad un’esigenza di giustizia, ma anche pienamente coerente con le norme costituzionali.

L’ordinamento italiano pone la dignità umana al centro di ogni vicenda giuridica. Tanto è confermato anche nel settore del diritto penale, specialmente in relazione al momento di maggiore rottura, da parte dell’individuo, coi valori e le regole dello Stato: l’esecuzione della pena per un fatto commesso e qualificato come reato da un giudice.

E’ la Costituzione che prevede, all’art. 27 comma 3, il principio fondamentale per il quale “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato“.

Tanto è ulteriormente ribadito e specificato nella legge sull’ordinamento penitenziario, deputato a disciplinare l’esecuzione della pena. L’art. 1 prevede che “il trattamento penitenziario deve essere conforme a umanità e deve assicurare il rispetto della dignità della persona; ad ogni persona privata della libertà sono garantiti i diritti fondamentali; è vietata ogni violenza fisica e morale in suo danno.”

Questa premessa è necessaria per avviare l’analisi sulla tematica dell’ergastolo ostativo alla luce della recente sentenza della Grande Camera della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. In realtà la sentenza che negli ultimi giorni ha destato grande interesse è una pronuncia confermativa, su ricorso dello Stato Italiano, di una decisione già adottata lo scorso Giugno. Si farà, perciò, riferimento a questa sentenza per cogliere le argomentazioni che la Corte adduce a fondamento del proprio convincimento.

Prima di analizzare la sentenza in parola occorre riferirsi alla disciplina dell’ergastolo ostativo per cogliere i tratti rilevanti della questione.

L’art. 4-bis dell’ordinamento penitenziario, oggetto della pronuncia della CEDU, stabilisce che ai soggetti condannati per alcuni gravi delitti, tra cui quello di associazione mafiosa (art. 416-bis codice penale), possano essere riconosciuti taluni benefici (assegnazione al lavoro all’esterno, permessi premio, detenzione domiciliare o regime di semilibertà, con esclusione della libertà anticipata) “solo nei casi in cui tali detenuti e internati collaborino con la giustizia a norma dell’articolo 58-ter“.

L’art. 58-ter descrive il requisito della collaborazione riferendolo a quei condannati che “si sono adoperati per evitare che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori ovvero hanno aiutato concretamente l’autorità di polizia o l’autorità giudiziaria nella raccolta di elementi decisivi per la ricostruzione dei fatti e per l’individuazione o la cattura degli autori dei reati“.

In sostanza, dalla lettura delle due norme emerge che, qualora il condannato all’ergastolo  non collabori con la giustizia quest’ultimo dovrà scontare tutta la pena senza poter accedere a nessuno dei benefici prima elencati (si ponga attenzione al fatto che l’art. 4-bis non si applichi al solo ergastolano, ma più in generale al condannato per alcuni particolari delitti).

Su tutte le questioni interpretative sollevate dalle disposizioni ora analizzate si tornerà a breve.

Poste le premesse fondamentali, si hanno ora gli strumenti per cogliere il significato della pronuncia della CEDU. Lo scorso 13 giugno la Corte europea dei diritti dell’uomo si è pronunciata sulla compatibilità convenzionale del solo ergastolo ostativo, denunciando l’attuale fisionomia della normativa italiana per contrasto con il principio della dignità umana, sancito dall’art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, il quale prevede il divieto della tortura o di trattamenti inumani.

In particolare, a parere della Corte EDU, le concrete possibilità di liberazione attualmente a disposizione di un ergastolano ostativo sono eccessivamente limitate, sì che la pena perpetua non può essere considerata, di fatto, “riducibile” ai sensi dell’art. 3 Cedu, con conseguente violazione del principio della dignità umana.

Nel caso sottoposto all’attenzione della CEDU il sig. Viola era stato condannato all’ergastolo per una serie di delitti, tra i quali figurano quello di associazione di tipo mafioso, omicidio, sequestro di persona aggravato dalla morte e il porto illegale d’armi da fuoco. Di fronte al rigetto da parte del giudice italiano di ogni istanza rivolta a mitigare il rigore della pena derivante dagli artt. 4-bis e 58-ter prima analizzati, pur non avendo mai collaborato con la giustizia, il Viola decide di adire la Corte EDU, affinché si pronunci sulla compatibilità della normativa italiana con l’art. 3 Cedu.

La Corte, come già visto, ritiene incompatibile la legge italiana con il principio della dignità umana, fondando il proprio convincimento su due argomentazioni:

  1. la scelta del detenuto di non collaborare con la giustizia non è dettata da una permanente adesione ai “valori criminali”, ma piuttosto dalla preoccupazione di non mettere in pericolo la propria vita e quella dei familiari a seguito della collaborazione.
  2. l’equiparazione operata dalla normativa italiana tra la mancata collaborazione con la giustizia e la presunzione assoluta di pericolosità del condannato finisca, di fatto, con il parametrare la pericolosità del soggetto esclusivamente al momento della commissione del fatto, non tenendo conto che la personalità dell’individuo possa evolvere nel corso del percorso rieducativo e portare il detenuto ad una rivisitazione critica delle proprie condotte criminose.

Proprio per tali motivi è necessario, a parere della Corte EDU, che l’ordinamento italiano adotti una riforma dell’ergastolo ostativo, che garantisca ai detenuti una concreta e reale possibilità di riesame della sentenza di condanna e di ottenere la liberazione, anche in assenza di collaborazione con la giustizia.

Occorre subito premettere che la decisione della Corte, riconfermata ad Ottobre, non sembra lasciare alcuna alternativa al legislatore. Affermare che la concessione dei benefici possa essere scissa dalla collaborazione con gli inquirenti equivale a dire che l’attuale normativa dovrà necessariamente essere modificata in senso più favorevole per i condannati all’ergastolo.

In senso critico rispetto alla decisione della Corte si può sostenere la piena conformità dell’attuale normativa al principio fondamentale della dignità umana. Ciò attraverso una serie di argomentazioni. Si procederà in primo luogo a criticare la lettura che la Corte dà dell’automaticità del requisito della collaborazione, dimostrando, al contrario, la scarsa attenzione della stessa per una legge non solo chiara ma anche ragionevole. Successivamente si criticherà l’assunto per il quale l’ergastolano non collabori con la giustizia per timore i subire ritorsioni.

  1. Non è vero che ci sia automaticità tra collaborazione della giustizia e concessione dei benefici: tanto risulta evidente dallo stesso art. 4-bis che prevede al comma 1-bis che “i benefici di cui al comma 1 possono essere concessi ai detenuti o internati per uno dei delitti ivi previsti, purché siano stati acquisiti elementi tali da escludere l’attualità di collegamenti con la criminalità organizzata“. La norma afferma chiaramente e senza alcun dubbio in proposito che non è assolutamente sufficiente la mera collaborazione. Il giudice, infatti, solo qualora rintracci elementi ulteriori indicativi di un’effettivo allontanamento dall’associazione potrà concedere i benefici. Questo inciso consente, allora, di ritenere la disposizione pienamente conforme ad un criterio fattuale ed attuale di accertamento della pericolosità dell’ergastolano.
  2. Sempre in connessione col punto precedente ed anzi ad ulteriore conferma e rafforzamento sovviene altra parte dello stesso comma 1-bis appena analizzato, nella parte in cui prevede che possano essere concessi i benefici, “altresì nei casi in cui la limitata partecipazione al fatto criminoso, accertata nella sentenza di condanna, ovvero l’integrale accertamento dei fatti e delle responsabilità, operato con sentenza irrevocabile, rendono comunque impossibile un’utile collaborazione con la giustizia, nonché nei casi in cui, anche se la collaborazione che viene offerta risulti oggettivamente irrilevante.” La legge è chiarissima nel ritenere che non sia necessaria una piena ed efficace collaborazione: se un soggetto partecipi in modo limitato ad un fatto rendendo impossibile oppure, per altre ragioni, irrilevante un’utile collaborazione con la giustizia ciò significa che per la legge non è necessaria tanto una collaborazione effettiva, quanto che il soggetto dia dimostrazione, attraverso un tentativo o un’offerta di collaborazione, della propria intenzione di recedere dall’associazione e, per tale via, di dissociarsi dalle precedenti condotte delittuose.
  3. Da quanto complessivamente detto,  massima valorizzazione deve essere data al requisito della valorizzazione di “elementi tali da escludere l’attualità di collegamenti con la criminalità organizzata“, richiesto tanto per la collaborazione effettiva quanto per quella che sia soltanto offerta. Ciò, in ultima analisi, consente di fugare ogni dubbio sulla natura automatica e presuntiva del meccanismo di esclusione di cui all’art. 4-bis.

Si passa ora ad analizzare l’argomentazione per la quale il mafioso non collabori per il timore di esporre i propri familiari a ritorsioni. Su tale aspetto, e ciò duole dirlo, la Corte denota una scarsa conoscenza di un fenomeno complesso e specifico.

  1. Tornando all’art. 4-bis, la necessità di una forma anche se non effettiva di collaborazione è la consacrazione legislativa di un dato di fatto emergente da ogni inchiesta ed analisi: il fenomeno mafioso e l’affiliazione mafiosa sono una questione familiare. Nella maggior parte dei casi si è mafiosi per nascita e la stessa struttura mafiosa è improntata al modello familiare. Non esiste alternativa all’interno dell’associazione, non puoi scegliere se commettere o meno un delitto. Qualora non rispettassi l’ordine imposto sei automaticamente un traditore da eliminare. Ecco perchè la legge richiede un dato fattuale ed oggettivo, ovvero un chiaro elemento che dia la prova del serio ravvedimento e che sia, in primis per il mafioso, un momento di rottura dalla precedente vita. Le inchieste dei giudici e dei giornalisti hanno restituito al pubblico l’ormai diffusa consapevolezza che nel mondo mafioso anche una sola parola o un solo gesto abbia un significato totalmente diverso da quello che comunemente gli si dà. Si rifletta sull’importanza che per il mafioso, nell’ottica della propria rieducazione, possa avere il dissociarsi dalla propria famiglia o clan. Tale ravvedimento, per la legge, come visto e dimostrato, non si risolve nella sola collaborazione, ma anche nell’offerta della collaborazione ancorché inutile, purchè serio indice di svolta umana e personale.
  2. La Corte afferma che il mafioso non collabori per il timore di ritorsioni sui familiari. In realtà ogni forma di dissociazione del mafioso, ancorché tacita ed intima, darebbe luogo a ritorsioni. Non è, in altre parole, immaginabile mai una scelta libera del mafioso. Due sono le ipotesi. Il mafioso si converte intimamente anche senza manifestare la volontà di collaborazione e, per tale via, come ammette la Cedu, gli si potrebbero applicare dei benefici. Si può realmente sostenere che il clan cui appartiene possa non adottare ritorsioni? Se il problema è, come in realtà è, non la collaborazione in se e per se ma il recesso dall’associazione, si possono escludere in assoluto delle ritorsioni tali per le quali il processo decisionale del condannato possa ritenersi libero? Oppure, altra ipotesi, è che la mera conversione intima possa essere un mero escamotage per ottenere dei benefici al fine di rendere più vivibile l’ergastolo.

Tutto ciò ci riconduce a quanto detto in precedenza sulla necessaria presenza di un elemento chiaro ed oggettivo, ovvero gli elementi tali da escludere l’attualità di collegamenti con la criminalità organizzata. Alla fine di questa indagine, allora, possono trarsi alcuni punti conclusivi.

  • Sebbene la collaborazione non sia necessaria, dovendosi enfatizzare gli elementi che consentono di dissociare il mafioso dall’organizzazione, tali elementi necessitano di una prova rigorosa, chiara e puntuale.
  • E’ la particolare natura del fenomeno mafioso che impone di dar rilievo ad indici di effettivo ed operoso pentimento, che naturalmente vanno a confluire nella collaborazione o comunque in chiare e nette prese di posizione, ritenendosi il mero contegno della buona condotta in carcere elemento poco significativo.
  • Secondo lo schema dell’art. 4-bis è comunque il mafioso che deve “avvicinarsi” al giudice non attraverso una semplice richiesta di riesame del regime carcerario, ma adducendo allo stesso giudice del riesame fatti dai quali far desumere il proprio pentimento.

Tale interpretazione complessiva si ritiene sia l’unica pienamente aderente al principio fondamentale della dignità umana. E’ un diritto dell’uomo quello di vivere dignitosamente ed è un obbligo per lo Stato quello di rieducare. Anche l’appartenente all’associazione mafiosa, pur nel caso di ergastolo, deve poter ricevere dalla sanzione penale un insegnamento. E gli è consentito, alle condizioni viste, ottenere un regime carcerario meno gravoso.

Le concrete modalità di esecuzione della pena, in assenza delle condizioni di cui all’art. 4-bis, sono pienamente giustificabili. E’ la legge che ammette discriminazioni in presenza di situazioni oggettivamente diverse. Tanto si desume dall’art. 3 della Costituzione, dove si afferma al primo comma che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla leggeper poi sancire che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Da questa alternatività tra eguaglianza formale e sostanziale si ricava il principio della ragionevolezza, principio per il quale la legge deve, in presenza di situazioni distinte, trattare diversamente fatti che uguali non sono.

E’ ragionevole, in altre parole, trattare in maniera uguale l’omicida comune dall’omicidio posto in essere dal soggetto appartenente ad associazione mafiosa? E’ ragionevole prevedere per il secondo, normalmente reo di plurimi reati quali estorsioni, omicidi, traffico di droga, usura ed altri illeciti un trattamento più severo? E’ ragionevole che le vittime dirette del sistema mafioso e quelle indirette (tutti noi) subiscano in silenzio accontentandosi di un trattamento punitivo del tutto eguale a quello riservato ad altri? E’ ragionevole subordinare ad indici più pregnanti la concessione dei benefici nel caso dell’ergastolo al mafioso rispetto ai delinquenti comuni?

La risposta a tali quesiti è insito nell’animo e nella coscienza di ognuno. Ecco spiegato in modo semplice e chiaro il fondamentale principio di ragionevolezza.

La disciplina sull’ergastolo ostativo, per come interpretato, è ragionevole ai sensi dell’art. 3 della Costituzione in relazione al valore della dignità umana.

 

Francesco Giuseppe Murone

25 anni. Amo la Grecia antica e le montagne. A Lamezia sono a casa.

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