Lotta tra la vita e la morte, tra etichette e rassegnazione

 

Quando arrivi verso la fine qualcuno inizia a chiamarti “malato terminale”. Accade, come di consuetudine, a seguito di una malattia avanzata. Dal punto di vista clinico, o quello familiare, per tutti o quasi tutti sei “quasi arrivato”. Poco importa capire cosa realmente s’intende. L’importante è aggiungerti a una categoria. Tutto, da quel momento, diventa più semplice per loro. Da domani la rassegnazione, la loro, aumenta e con essa anche il grande discorso legato alla comodità. Il pensiero, sempre quello degli altri, è costantemente in riposo. Non lavora più. (Alcuni addetti ai lavori del campo sono, anzi, particolarmente felici…ripetono schemi, tabelle, numeri e dosi uguali per tutti, non c’è differenza). C’è poco da fare, insomma, e poco importa, si diceva, cosa vuol dire “terminale”. È qualcuno che termina la propria vita? E se fosse così, da quale preciso momento la “benedetta” etichetta si può attaccare al malato e alla sua famiglia? Perché a quanto pare non c’è una data precisa di confezionamento e di scadenza per tutti e allora il risultato ha a che fare con cultura e pregiudizio. Cose che, specie in un momento più intenso, solidificano appunto lo stress emotivo di chi combatte e vive la malattia. Già. Perché chi lo vive in prima persona – il cancro – può anche essere una persona forte di carattere, e che dall’inizio alla fine non ha mai manifestato depressione, ansia, paura. Molto più integra di un qualsiasi rammollito che si butta giù per un esame andato male o per un’unghia incarnita. Forse, semplicemente, il dolore lo ha già conosciuto. Non spaventa. C’è chi non si sente onnipotente, non vuole vivere per forza altri 10 o 20 anni ma tiene però a vivere pienamente il presente con gioia, perché decide di dare importanza alle piccole cose, perché sente una fede salda nel cuore, perché è felice di ciò che ha attorno “qui e ora”. Se accanto a questo scopriamo pure che, fatta salva la consapevolezza di una malattia seria, con le sue drastiche conseguenze, ci sono medici che combattono il cancro mediante una ricerca costante fatta di giorni e di notti di duro lavoro, e che restituiscono dignità ai pazienti, ma anche speranza, armonia, fino alla fine… accade che tutto ciò, di contro, è tradizione inutile.

Quello che per parenti, amici, burocrati è malato terminale già da quando i protocolli standard non rispondono fino ai muscoli indeboliti e alla schiena bloccata e quindi al corpo sempre più debole steso sul letto, quel malato terminale è ancora una volta una persona serena nella sofferenza fisica più grande, e intende circondarsi solo di questo, di serenità. Come fare allora? Se per molti il malato terminale da un momento all’altro è solo uno che muore e pensano bene di circondarlo di presenza ingombrante, per altri il malato terminale è uno che può ancora vivere, combattere fino alla fine con dignità, speranza, e orgoglio. La tua casa, improvvisamente, diventa scenario di salotti colmi di parenti con i quali non hai mai scambiato due chiacchiere. Il lutto, specie in alcuni paesi calabresi, viene vissuto in anticipo. Ed è così che la tradizione deve necessariamente essere tradita.

Ci sono modi differenti di percepire la vita e la morte. Non c’è un modo migliore dell’altro ma per ognuno occorre rispetto, il rispetto da trasmettere a chi da un momento all’altro si trova di fronte al bivio più importante, quello fra la vita e la morte appunto. Tutte le cose superflue allora trovano il modo di farsi da parte, le vanità, le superiorità, l’arrivismo, l’arroganza, per fare spazio alla saggezza, all’esperienza, all’amore. Così il concetto di famiglia si rinnova, ancora. Diventa più dinamico. E nel contempo più ristretto. essenziale. Le disillusioni fanno ora i conti con una cartolina cristallizzata, e danno una marcia in più verso il rinnovamento.

Valeria D'Agostino

Giornalista pubblicista

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