“Ma solo pensare a te”, dedica a mia madre

 

Ma solo pensare a te.

Oggi è venerdì 18 ottobre, fuori c’è il sole e il cielo è azzurro, tutto pare ripetersi alla normalità fuori da me, ma dentro, dentro la mia mente e il mio cuore, stanchi, sono fermi a lunedì 15 ottobre. Alle 5:50 di lunedì, quel lunedì atteso per rivedere il medico e fare il punto, di nuovo, sulla situazione, dopo un pomeriggio di riposo, di sonno tranquillo, anche se apparente.

Tutto è fermo alla sofferenza estrema di quel lunedì, agli occhi, alle mani, alle gambe, ai parametri, è fermo a ciò che ho potuto fare per te, mamma mia, fino all’ultimo, il tuo ultimo respiro. Perché da quella orrenda mattina di novembre, quando inaspettato, è arrivato il fulmine al ciel sereno su un foglio di esito istologico, fino a lunedì scorso, tutta la mia vita è stata dedicata a te, ho lottato fino a che potevo per te, per farti restare… Ma non ci sono riuscita. Non ero abbastanza io, perché semplicemente non dipendeva de me, o dai miei sforzi, dalla mia attenzione.

Oggi prevalgono solo i brutti ricordi. Ma presto sono certa che arriveranno solo quelli belli. E resteranno.

Come posso dimenticare tutto il dolore fisico ed emotivo che hai tenuto, con così tanta pazienza, senza farci pesare mai niente. La forza che hai impiegato nell’introdurti nella sala operatoria, pur sapendo dei rischi, l’amore che hai tenuto dentro in quelle 6 ore di intervento, per noi, noi che piangevamo e pensavamo di non vederti più, invece ti sei svegliata, ti sei alzata dopo poche ore, e da lì in poi hai continuato a combattere senza alcun lamento e paura.

Voglio dimenticare l’indifferenza di alcuni oncologi di Germaneto. Mentre voglio ricordare il sole che pubblicavi ogni mattina in video, sulla 280, la tua grinta, la tua follia, il tuo sorriso quando ironizzavi su tutto. Voglio dimenticare i primi capelli persi, quando li vedevo per terra, sul pavimento nero del bagno, e di come io mi sia sentita in quei momenti. Voglio ricordare però, di quella mattina, quando mi svegliai con te che ti eri tagliata tutti i capelli, e ridevi, perché così era più semplice, che tanto erano solo capelli, che sarebbero ricresciuti.

Voglio dimenticare tutti i protocolli standard, le cinque chemioterapie, che sulla tua pelle hanno provato e non hanno funzionato. Voglio dimenticare gli effetti. Le gambe e i piedi pesanti. I dolori che duravano una settimana a seguito della Neulasta, la puntura brutta, che però serviva ad alzare i globuli bianchi. Voglio ricordare la sera della prima chemioterapia, quando saliti tutti al nostro quarto piano tu hai cominciato a cucinare, ad apparecchiare per la cena, a chiamare nonna con la tua splendida voce squillante e l’hai rassicurata che stavi benissimo. Era l’inizio di una battaglia che, per Carboplatino e Taxolo, eravamo certi di aver già vinto. Voglio dimenticare il Carboplatino, il Taxolo, e pure le Tac Total Body, e delle infinite telefonate per sapere al più presto il referto. Voglio dimenticare i giorni del ritiro dei referti. Di me e di mio fratello, mil fratello che lo scorso 30 gennaio, ha compiuto solo 28 anni, solo 28, ed è già uomo, delle mie gambe che tremavano, del mio cuore che batteva forte, di mio fratello che trovava il coraggio di aprire la busta, di noi, di me e di lui, che ci mettevamo in un angolino di scale blu, per leggere. Voglio ricordare anche dei sospiri di sollievo, quando ancora non c’erano metastasi, e delle corse all’impazzata sulla 280 verso casa. Di un biglietto aereo per Bologna lasciato cadere nel vuoto, delle mie scarpe nuove la sera stessa. Di me, di me che restavo. Di me, di me che restavo.

Voglio dimenticare delle decine e decine di ricoveri, delle storia tua da ripetere al triage del pronto soccorso dell’ospedale Giovanni Paolo II, e di tutti i santi chiamati a rapporto durante le urla di dolore e di nausea e di vomito. Voglio dimenticare la fila infinita, le infermiere insensibili, i becchini in borghese, i box, i box, i box, di me dentro e fuori dei box. Voglio ricordare il tuo sorriso quando ogni volta, dopo gli infiniti giorni in ospedale, ritornavi a casa come se non fosse successo nulla ed io mi chiedevo dove trovavi la forza, e mi chiedevo per quanto ancora ne avevi.

Mamma, quanta forza mi hai regalato? Sono invecchiata nell’arco di soli due anni eppure mi sento così soddisfatta di quello che sono diventata nel dolore.

Voglio pure dimenticare te, mamma, come oggetto di prova, le speranze, le ultime andate a male. Voglio dimenticare pure Milano. Che pure noi ci siamo andati a Milano, ma della nostra foto al Duomo no, di quella non mi voglio dimenticare. Voglio dimenticare la strafottenza, l’arroganza, la presunzione, di alcuni addetti ai lavoro, di quanto a te stancavano, voglio dimenticare tutto ciò che è stato stress emotivo e fisico. Voglio dimenticare. Voglio dimenticare anche il passato, nel quale tu ti rifugiavi in silenzio e tenevi chiusa per te le incomprensioni di chi era troppo poco per avere a che fare con la tua sensibilità. Voglio dimenticare il tuo stress emotivo, proprio quello che ti ha portato ad ammalarti, chissà, e voglio ricordarti felice, com’eri fra i tuoi frugoletti, voglio ricordare tutto il tuo amore per i bambini, per gli anziani, per i deboli, e i bisognosi.

Mi sono appena svegliata. Mi sembra di averti accanto, oppure immagino che tu sia di la, in cucina a mangiarti un’arancia, come dieci anni fa. Non ci sei fisicamente, e a volte mi sento impazzire. Più di tutto mi manca la tua voce, strillante, le tue incavolate con papà per il menù del giorno, ora è solo silenzio. Mi manchi assai mamma, troppo. Mi mancano le tue grosse risate, i tuoi mimi, le tue lunghe chiacchierate con zia, al telefono. Le tue barzellette, i fatti del passato, le tue poesie, le storie che ancora avevi da scrivere. Eppure sento una energia intorno a me indescrivibile. Non posso non pensare che sia tu, mamma. Per me sei tu. Sei sempre tu.

Voglio dimenticare una diagnosi arrivata troppo tardi per trascuratezza del medico curante e per trascuratezza tua, che pensavi solo a salvaguardare la tua classe, e la nostra, per non aver intuito abbastanza i tuoi pensieri occupati dalla miseria umana di una preside, o di due tre colleghe invidiose della tua bontà d’animo. Voglio dimenticare del carcinoma a cellule chiare, mamma, e voglio ricordarlo sperando che la ricerca che avevamo attivato potrà un giorno servire a qualcun’altro per salvarsi.

Immaginavo da un pò, da quando la malattia era un poco avanzata, il giorno del tuo funerale. “Arriverà” ci ripetevamo io e Domenico, mentre ancora papà non lo riusciva bene ad accettare. E lo immaginavo come una tragedia, invece la tragedia vera era già stata, era già passata, la notte prima, le settimane prima.

Mi hai regalato un sorriso e una serenità che mai mi sarei aspettata di avere. Ti dico grazie. Grazie, mamma per quanto immensa tu sei stata e sei per me.

Valeria D'Agostino

Giornalista pubblicista

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