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Dal fronte ospedale “Giovanni Paolo II” continuano ad arrivare brutte notizie. Stando, infatti, agli ultimi mesi la situazione del nosocomio lametino versa sempre più in acque paludose, altrettanto che trasparenti se pensiamo all’intera “Azienda sanitaria provinciale” e al suo commissariamento per infiltrazioni mafiose, azienda che, oltretutto, si trova attualmente in dissesto finanziario. Insomma piovono problemi da tutte le parti, con personale sanitario carente, al  quale si elemosinano contratti da rinnovare di mese in mese, restando così nel totale immobilismo fatto di precarietà.

È chiaro che nel leitmotiv che vede i pronto soccorso andare in tilt (il Pugliese di Cz più pieno che mai perché raccoglitore delle istanze del circondario lametino, e quello lametino con triage spesso vacanti e sala d’attesa infinita), i reparti e gli ambulatori chiudere, emorragia in cui versa anche il piccolo presidio del Reventino a Soveria Mannelli, ad avere la peggio in tema di sanità/salute sono i cittadini, sono gli ammalati. Già, perché spesso si parla o si scrive di sanità, con annessi e connessi problemi, ma lo stesso non si fa, o almeno non restituendone la giusta equità e dignità, dell’argomento salute.

Un diritto che la Costituzione italiana prevede venga esercitato per tutti e in gratuità. Invece nel nostro presente, più complicato al Sud d’Italia da questo punto di vista, la sanità è all’80% ormai privata non esistendo più un servizio pubblico efficace.

Accade per tutti per questi motivi che il cittadino comune, che sia laureato, professionista, o contadino o operaio, davanti lo stesso triage del pronto soccorso o davanti alla porta di un reparto si veda perdere il controllo, andare su di giri, e in preda al panico avere una condotta sbagliata, scorretta, ingiusta, fuori dal normale. Perché quando si ha un paziente con una patologia grave, una bambina di pochi mesi con dolori estremi, quando la situazione è davvero d’emergenza, l’attesa di 6/8 ore può essere troppa, insopportabile. Allora chi spacca la porta diventa pazzo, incapace quasi di intendere e di volere, perché aggredisce il personale sanitario che, giustamente, fa solo il proprio dovere con l’unica colpa di essere in pochi?

È accaduto ieri, ma è accaduto pure l’altro ieri. Forse sta accadendo di nuovo in questo momento, al triage, in un corridoio, in un ambulatorio, ovunque, in ogni angolo dell’ospedale lametino o calabrese in cui la gente è stanca. È arrivata. Non ne può più di vedersi morire senza che il proprio diritto alla salute possa trovare pienezza d’esercizio.

No, non è da legittimare la violenza, che sia verbale o fisica. Ma è giunto il momento di leggere da più angolazioni il racconto del nostro circostante, senza mediare, sottovalutare, mettere da parte il “lamento del calabrese” che non è quello del “dolce far niente”, ma quello di chi vive, resta in questa terra, lavora, e paga le tasse ma qui “muore prima del suo tempo”.

Il sistema sanitario calabrese è al collasso e non è creando arringhe inutili fra medici (senz’altro coraggiosi perché continuano a prestare in casa il loro difficile compito) e intere famiglie ammalate, bisognose, povere, con tanta rabbia nel cuore che si può intravederne la cura. Ma è prendendo atto dei limiti, lanciando un grido d’allarme comune ai poteri alti, che forse in maniera silenziosa e senza troppo clamore si può auspicare di vivere in tranquillità.

Di Valeria D'Agostino

Giornalista pubblicista

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