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Tra il cielo e il mare le cime del Dolcedorme, le più alte del Pollino.

Dalle cime più alte della noce secolare davanti alla mia finestra, oggi, si scorgono le prime timide foglie verdi. Le stavo aspettando da un po’. Dopo quasi 30 anni, dacché ho memoria, guardo a quest’albero come a qualcosa di diverso. Lo sento più vicino del solito e nel contempo distante. In questo lasso di spazio è racchiusa la bellezza. Quella presente in ogni desiderio, con la sua metà di ardente fuoco e l’altra di dolce inquietudine. E questi due mesi di quarantena, con la sua distanza sociale,
assomigliano a questa immagine dalle mille sfaccettature. Per quanti giorni, per quanti decreti, abbiamo sperato che tutto questo finisse, rallentasse, per dare di nuovo vita al motore ch’è dentro ciascuno di noi, vale a dire alle uscite da casa, agli svaghi, alle camminate, al lavoro, alle relazioni umane palpabili e non quelle dei social. Eppure, adesso, che ci siamo quasi alla cosiddetta fase2, che non vuol dire fine del virus, eccoci arrivare con una certa distanza emotiva, quella distanza che ci fa quasi paura, paura di ricominciare. Perché non tutti, abbiamo imparato, vogliamo ritornare alla normalità. Perché la normalità, di prima, forse non era così tanto normale. Non lo era per il nostro spirito. Allora questa paura diventa piena consapevolezza, e anche l’incertezza del domani, sempre così sacrificata nel pensiero urgente di risposta, diventa meno affannosa, cambia volto. L’incertezza del domani non è più quella di ieri, di cui illusoriamente amavamo riempirci la bocca giusto per formulare qualche frase di circostanza, fra un bicchiere di vino, uno spritz, e l’ultimo libro di Massimo Recalcati. No. Adesso è diversa. C’è dentro dell’armonia, quell’armonia di cui si nutrono le attese rose in campagna, quella dei campi e degli orti, degli alberi di ulivi e delle olive che cresceranno, si spera, quest’anno in abbondanza. È buffo pensare a come la paura della solitudine di ieri era mancanza di respiro, quella di oggi è invece respiro aggiunto, perché fatto di tranquillità. Quando si è piccoli si è soliti pensare a un limbo, nel quale si è calati più comodamente indotti dalla coscienza, ch’è cioè la totale assenza di decisioni, di scelte, di cambiamenti. Quando si è grandi, si scopre innanzitutto che non c’è un’età da raggiungere per sentirsi arrivati, ma accade qualcosa: il dolore ci forgia. La perdita di un genitore ci mette sugli attenti. La vita, inaspettatamente, entra nella tua vita bruscamente, non sempre hai tempo di realizzare cosa ti stia succedendo, dopo sai solo che sei più grande. Il limbo non c’è più. È tutto chiaro. Ma nel tuo tempo non ci trovi più la noia, perché non la vuoi più, e la scelta è compiuta. Allora il limbo della quarantena dal coronavirus mette a fuoco tutte le immagini, finora un po’ sfocate. Ne deriva che il prossimo 4 maggio non sarà un “liberi tutti”, e già da ieri sera dopo il decreto atteso da Conte, sono tante le voci disordinate provenienti dal nostro abitare. Tutto sarà come la prima volta. Ed è questo quello che conta. Abbiamo in gioco la possibilità di rimettere in gioco più carte, ma sta a noi capirne la strategia più naturale giunta a seguito di questa forte esperienza. Ognuno dentro di sé ha almeno un motivo per continuare a pregare. Un motivo per ringraziare, per essere contenti. Quando il mio albero sarà fiorito, farò una torta con dentro le noci. E la mangerò assieme a chi con me, per me, vorrà sorridere.

Di Valeria D'Agostino

Giornalista pubblicista

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