“Tutti vogliono la libertà, io vorrei solo restare un po’ a casa”, la voce di una infermiera del Policlinico di Catanzaro

Manca una settimana alla Pasqua e la quarantena diventa sempre più difficile come tempo da gestire, con sentimenti ed emozioni diversi. Proprio in questi giorni, a proposito di sensazioni di festa, di rinascita e di primavera, si fa più presente dentro ognuno di noi il desiderio di poter uscire di casa, di fare spese, e di andare a fare visita a qualche parente. Si deve desistere. Nessuno, adesso, può permettersi di fare di testa propria, in quanto l’emergenza è ancora in atto, specie nel Mezzogiorno d’Italia, dove ogni giorno è una resistenza continua contro la cattiva politica e una sanità mal funzionante da decenni, dunque  si deve agire sul piano della responsabilità, arginando nuovi possibili contagi. Ognuno da dentro le proprie case si sente in dovere di poter dire qualcosa, a favore o contro le misure di contenimento adottate dal Governo, misure senza le quali l’emergenza avrebbe condotto a una vera e propria catastrofe, vista la velocità e la ferocia del contagio da covid-19. Eppure c’è chi si lamenta, chi trova una buona scusa per poter uscire, chi pensa comunque a come non farsi mancare grandi pranzi, con spese eccessive per una Pasqua del tutto inedita. Coloro che erano abituati a stare fuori casa h24 si rivelano tra i più frustati, soffrono di più, sminuendo lo stare a casa, ma soprattutto non rivolgendo uno sguardo sentito e pieno al “dolore degli altri”.

Troppo facile piangersi addosso solo perché siamo soli, ci annoiamo, non possiamo più fare aperitivi assieme ad altre cose superflue che, fino a questa esperienza, ci hanno tenuto compagnia al solo scopo di rifuggire da noi stessi. Il caos porta a dimenticare, ad alienare, ma solo in apparenza. “Prima o poi dovevamo fermarci”, dicono le poesie contemporanee di Mariangela Gualtieri o le parole di Papa Francesco davanti una piazza San Pietro vuota.

Quello su cui dovremmo soffermarci di più, però, e sarebbe utile e funzionale ad allenare questo esercizio di prossimità, è la condizione di “inferno” che vivono quotidianamente medici ed infermieri, e poi i pazienti affetti da covid-19 quelli che ci lasciano senza neanche rendersene conto e quelli che, invece, se ne rendono conto ma non hanno nessuno accanto.  Oggi, il filosofo Massimo Cacciari in una ampia relazione, trasferita sulle pagine di Huffington Post, poneva l’accento “sull’inferno della casa”, allora non si può proprio fare a meno dal riunire entrambe le immagini.

Ne viene fuori che il più grande desiderio per centinaia e centinaia di donne e uomini del personale sanitario delle più svariate città d’Italia equivale al “ritorno a casa”, ma non per venir meno alla loro missione, solo per avere un attimo di tregua, di riposo. Di contro, per molti italiani che hanno il privilegio di stare a casa, continuando a lavorare, o stando vicini ai propri figli, o più semplicemente stando in salute, la dimensione domestica è una vera e propria tragedia, tirando in ballo così ingiustamente le vere tragedie domestiche: donne che subiscono violenza dai mariti per dirne solo una.

Fra le infermiere e gli infermieri del Policlinico di Germaneto, in provincia di Catanzaro, c’è Anna Rotella da sempre impegnata nel reparto di “malattie infettive”, anche storica volontaria di Emergency, che attraverso la sua voce ci fornisce una testimonianza importante. La percezione del virus per una infermiera non è proprio come quella avvertita da chi sta comodamente seduto sul divano di casa a commentare il coronavirus sui social.

Anna Rotella, infermiera al Mater Domini di Germaneto

“È una catastrofe dal punto di vista psicologico. La sensazione comune è di una cosa talmente grande ch’è fuori dalla portata di ognuno e sconforta tantissimo perché c’è la paura. Entriamo e andiamo via con la paura, le ore le passi faccia a faccia col virus, e la senti, ti taglia, ed è una paura con dentro tante altre situazioni negative, ma è pur sempre dalla nostra parte, perché non abbassiamo la guardia, facciamo del nostro meglio. Quello che ci manca molto è il rapporto col paziente perché in questo caso non può essere trattato come facciamo di solito, non c’è una grossa conversazione, in stanza dobbiamo starci poco con cadenze specifiche di orari. All’inizio fra colleghi non si sorrideva più, non si faceva più neanche una mezza battuta, perché era una situazione del tutto nuova, adesso ci stiamo abituando, c’è un’attenzione forte, non possiamo permetterci di sbagliare un manovra. La morte è una morte rassegnata, per noi, perché non si può far nulla. La sensazione di vedere delle persone morire da soli è tremenda, agghiacciante. La gente fuori questo non può saperlo. Fuori intanto gli alberi sono in fiore, ma è tutto surreale. Attorno al virus si sono creati diversi argomenti che tendono al complotto, ma bisogna essere persone di scienza anche per essere complottisti! Ma non credo ai complotti già da prima. Grazie anche al master in “rischio infettivo”, che forma gli infermieri che si occupano delle infezioni correlate all’assistenza, sappiamo di cosa sono capaci questi micro organismi, non hanno neuroni ma è come se l’avessero, noi siamo nati da loro. Sono davvero forti. C’è da dire che negli ultimi decenni si è  abbassata molto la guardia sulle malattie infettive, la ricerca è andata avanti sui farmaci oncologici ma nelle malattie infettive s’è fermata. Mi dispiace quando sento persone dire “io voglio la libertà”, ma io le farei venire un attimo a vedere quello che c’è là dentro, io non vorrei la libertà vorrei stare tanto a casa. Facciamo tutti un ultimo sforzo collettivo”.

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