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Piazza Ardito è la piazza che divide Corso Numistrano da Corso Giovanni Nicotera: siamo nel centro di Nicastro, dove intere generazioni hanno trascorso le proprie ore a passeggiare, dove il tempo scandisce ricordi ed emozioni, e dove l’evoluzione rinnova lo sguardo ma non può tradire la realtà, una realtà che se osservata in modo acuto non sempre è brillante.

Dicevamo Piazza Ardito. La Madonnina al centro. E il via vai di pedoni e macchine nelle ore di punta. Intorno alle 11 di mattina o alle 19 di sera l’intera isola pedonale di Corso Nicotera è piena di vecchi. Di vecchi? Già. Proprio così. I nostri vecchi: padri, zii, parenti, amici, e perfetti sconosciuti. E sono i visi più conosciuti perché puntualmente, ogni santo giorno, li vedi là, in quel preciso punto. Non cambiano centimetro. Loro sono là.

Quelli che un tempo erano avvocati, medici, impiegati, docenti – parecchi docenti -, presidi, imbianchini, operai – in minor parte – e chi più ne ha più ne metta. Insomma i vecchi di oggi sono i giovani di ieri, quelli che con più o meno sacrifici hanno comunque avuto la strada mezza spianata. Quelli che hanno lavorato una vita e adesso – si, adesso -, sono andati in pensione e non sanno più cosa fare. I vecchi di oggi sono il riflesso del presente dei più giovani, un presente sempre più disagiato, delle loro domande e della loro disperazione. E sono i più depressi. I più tristi. Soprattutto se non sanno cosa sia la “consapevolezza”.

In Italia, e ancora più in generale nel mondo occidentale tutto, gli uomini si abituano al pensiero del lavoro no stop (quando il lavoro ce l’hanno), mentre non pensano invece, minimamente, al tempo, non si pongono domande in tema di ” felicità “, l’unica conta che conta è lavorare, farsi una famiglia e isolarsi dal resto delle cose, come pure da se stessi, dalle proprie ambizioni – che non sempre si sono riconosciute nella carriera fatta -, dalle passioni, dalla socialità, dall’essere qualcosa d’altro da ciò che per 30 – 40 anni si è stati per la società.

Guardo spesso i vecchi di Corso Numistrano – spero nessuno si senta offeso -, nei vecchi c’è di solito una esperienza, e sarebbe utile uscisse più spesso fuori, non tenersela per sé. Li guardo e alcuni li trovo tristi. Mi fanno tenerezza. Penso a tutte le occasioni perse, durante la loro giornata, a cosa potranno aver lasciato alle spalle, a cosa trovano stando seduti alla solita sedia del solito bar, o alla solita panchina. Non è forse un “essere già arrivati alla base”? Non è forse come dire ” È già finita”? La rassegnazione è tale da farci intendere che il nostro tempo sembra essere scontato, specie quando la curiosità muore.

Allora tutti, in quel momento, hanno pari opportunità e tutti sono “uguali” nella malinconia. Non c’è più la rigidità del professore, o del preside, non c’è più il carattere acido del banchiere, si è abbassata la cresta di quello che si sentiva super figo da giovane, non c’è più l’arroganza di quell’avvocato rispetto a quella dell’operaio della ferramenta. Sono tutti uguali – sullo stesso gradino della tristezza -, tutti guardano lontano, non si sa dove.

Se proviamo a spostare l’immagine sulle donne la storia non muta di molto. La maggior parte delle donne – non tutte – in pensione oggi stanno dietro le TV e gli smartphone. Passano intere giornate cosi, a commentare attraverso un display di plastica, a litigare, a primeggiare, a non capirci neanche tanto del linguaggio informatico, a non avere altri interessi. Imprigionate nella solitudine virtuale invece di godere della età raggiunta si affossano in occasioni effimere per ingannare il tempo, ma intanto il tempo inganna loro.

Di Valeria D'Agostino

Giornalista pubblicista

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