“I margini e il dettato” di Elena Ferrante
“I margini e il dettato” di Elena Ferrante

“I margini e il dettato” di Elena Ferrante

“Chi racconta è sempre uno specchio deformante. È arduo raccontare con verità”

 

“I margini e il dettato” accoglie quattro testi inediti di Elena Ferrante sulla propria “avventura dello scrivere”: tre lezioni magistrali destinate alla cittadinanza di Bologna (in occasione delle “Umberto Eco Lectures”) e un saggio composto per la chiusura del convegno degli italianisti su Dante e altri classici. La scrittrice ci parla della “lingua cattiva”, storicamente estranea alle verità delle donne, e propone una fusione dei talenti femminili.

La Ferrante ricorda i tempi in cui andava a scuola, quando su tutti i quaderni erano presenti due righe rosse verticali, una a sinistra e una a destra che servivano a delimitare il foglio bianco. Scrivere, quindi, “era muoversi dentro quelle righe” e riuscire a rimanere dentro quei bordi dava soddisfazione, ma anche senso di oppressione perché, in realtà, chi scrive vuole andare oltre i margini, vuole “smarginare”. Per l’autrice, scrivere è disporre frammenti in un incastro e aspettare di scombinarlo, infatti, afferma che la propria scrittura diventa più bella quando perde la sua armonia e acquista la forza disperata del brutto.

Elena Ferrante, dunque, torna in libreria con questo volumetto breve ma denso, una lettura interessante ma non sempre facile. L’autrice ama raccontarsi, quindi ritroviamo aneddoti sulla sua infanzia e retroscena dei romanzi più famosi.

Il libro inizia con il capitoletto intitolato “La pena e la penna”, in cui la Ferrante ci parla della “smania di scrivere”; segue “Acquamarina” in cui evoca numerosi esempi tratti da altre voci e autrici, ragionando sull’uso della prima persona, soprattutto sull’io narrante femminile, come avviene  nei suoi primi tre libri in cui troviamo: Delia ne “L’amore molesto”, Olga ne “I giorni dell’abbandono” e Leda ne “La figlia oscura”, un movimento che ha contribuito a delineare il rapporto tra Lenù e Lila ne “L’amica geniale”. In “Storie, io”, invece, l’autrice parla del dialogo che ogni testo intrattiene con gli altri, in un rimando che è anche uno specchio e un capovolgersi di punti di vista; e, infine, in “La costola di Dante”, la Ferrante rivolge uno sguardo al padre della lingua italiana che ha saputo ridare valore alla figura femminile.

Elena Ferrante appare autocritica e contraddittoria: lei è nella scrittura diligente ma anche in quella smarginata. Il suo caos interiore, il suo conflitto, sarà alla base della quadrilogia de “L’amica geniale”, perché quello tra Lenù e Lila è “un legame tra due persone tanto fuse l’una all’altra, quanto irriducibili l’una all’altra”.

Sono moltissimi i nomi che l’hanno ispirata: da Gaspara Stampa a Virginia Woolf, da Emily Dickinson a Gertrude Stein. In una letteratura prevalentemente maschile, la Ferrante ha coltivato la propria identità attraverso letture differenti. Ma anche Dante Alighieri le ha insegnato qualcosa di importante sui banchi di scuola, perché il poeta fiorentino rivoluzionò le gerarchie femminili della “Divina Commedia” e regalò all’amata Beatrice un ruolo di guida salvifica. Mentre gli uomini, fragili, vagavano nella selva oscura, le donne di Dante avevano “intelletto d’amore” e, soprattutto, parlavano, ragionavano e donavano la salvezza.

Un libro ricco di pensieri, di appunti e di riflessioni sulla vita di una scrittrice che è avvolta dal mistero.

Buona lettura a chi ama scrivere ma non è mai soddisfatto del risultato finale. Buona lettura a chi comprende che “la scrittura vera è quel gesto che fruga dentro il deposito della letteratura alla ricerca delle parole necessarie”. E infine buona lettura a chi sa che “bisogna accettare il dato di fatto che nessuna parola è veramente nostra”.

 

ALESSANDRA D’AGOSTINO

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.