L’imperituro divenire dell’eudaimonia: dall’utopia edonistica all’esistenzialismo kierkegaardiano

Amore e ricerca della felicità come cardini dell’autarkeia.
Temi da sempre al centro della riflessione filosofica alla pari di altri come i fondamenti teleologici del katéchon alla parusìa dell’Antikeimenos (secondo un’inclinazione squisitamente teologica), il problema del conoscere e del divenire o ancora l’ente che sottende l’archè del “tutto integrato”, mutuando una terminologia cara all’antropologo Bronislaw Malinowski.

Epicuro nella “Lettera a Meneco sulla felicità”, così come nel “Tyche physeos” (opera che sarà fondamentale per Lucrezio quando comporrà il suo De rerum natura), definisce l’amore un bene dinamico al quale attingere con una moderazione che si potrebbe definire oraziana, onde evitarne gli inevitabili turbamenti in un animo che al contrario deve raggiungere l’oikeiosis nell’hedonè, mediante beni catastematici come la philìa: “bisogna dunque esercitare ciò che procura la felicità, perché se abbiamo questa, abbiamo tutto, ma se manca, facciamo di tutto per averla” (Epicuro: “Lettera sulla felicità”).
La felicità resta un anelito, un’utopia sfumata, avversata dalla “tragicità dell’amore”, come ricorda Virgilio in un passo del Libro IV dell’Eneide parlando dell’innamoramento di Didone.
Restano celebri i suoi versi: “uritur infelix Dido totaque vagatur urbe furens”.
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L’umanità nel silenzio indifferente

 

Uomo, scendi dal trono del terrore.

Risuona un efferato silenzio

nel luogo senza ieri né domani.

 

 

Uomo, non abbandonare tuo fratello

nell’universo blu,

ricorda i tuoi simili erranti nel vento.

 

 

Non ammirare il male

Umanità.

 

 

Dio, perché questo ai tuoi figli?

Perché lasci che il mondo li divori?

Sperduti ora nei barconi dell’indifferenza

vedo il tuo afflato che in un tempo fu vita.

Tinge di toni rossi il cielo d’onde.

 

 

Hai dimenticato i tuoi fratelli

Umanità.

 

 

I polmoni respirano acqua,

le bocche implorano pietà,

i volti si rivolgono fissi alla sabbia,

gli occhi cercano un avvenire scomparso.
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La “morte” dell’arte

“Die Kunst, ist und bleibt, nach der Seite ihrer höchsten Bestimmung für uns ein Vergangenes” (l’arte, in conformità alla sua più alta determinazione, è e rimane per noi qualcosa di passato).

Con queste parole Georg W. F. Hegel riassume l’essenza della sua Estetica, tra le più importanti di tutta la filosofia Occidentale.

Si tratta di un concetto complesso che da alcuni pensatori successivi, tra cui Benedetto Croce, sarà interpretato in maniera radicalmente negativa.

Hegel afferma che l’arte nelle moderne società Occidentali non è propriamente destinata a scomparire,  quanto piuttosto a riadattarsi, rivedendo la sua funzione espressiva e simbolica. Read more


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