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      Mi sono riservato l’attesa di una notte, una notte di sonno che potesse ristorarmi o, magari, darmi qualche spunto di riflessione a “freddo” prima di scrivere qualche parola sulla questione. Sì, perché il tanto atteso spot-cortometraggio (o meglio, spot e basta) “Calabria. Terra mia” di Gabriele Muccino l’ho visto non appena mi è capitato sulla mia home di Facebook, ieri sera intorno alle 23:30, e dopo i suoi sei minuti abbondanti (ulteriori due minuti sono dedicati solo ai crediti) non ho potuto fare altro che esclamare, nel cuore della notte, un colorito e calabresissimo “minchia cchi cacata!”. Questa mattina, come detto, posso arrogarmi il beneficio della riflessione più razionale e meno emotiva: è proprio una cacata pazzesca!, fantozzianamente, e riprendendo l’unico spunto veramente costruttivo che Nino Spirlì ci ha donato da quando, purtroppo, fa parte di “quelli che contano” alla regione Calabria (c’è da dire, tuttavia, che lo sfogo del frocio più orgoglioso d’Italia partiva unicamente dall’unico, a sua volta, scatto d’intelligenza di Muccino, quando questi rifiutò la solidarietà a Matteo Salvini per la famosa aggressione con tanto di strappo di rosario).

    Sempre ieri sera, immaginandomi nello scrivere questo pezzo, e da testa di cazzo quale sono io, mi era persino venuto qualche scrupolo. Sì, perché non mi sono fidato ciecamente del mio istinto e della mia prima impressione “di pancia” e mi son chiesto se non fossi veramente io il problema, io e noi calabresi un po’ più “impegnati” di altri, a essere sempre scontenti, a criticare troppo facilmente e soprattutto a criticare prodotti di ambiti non proprio di nostra competenza (anche se mi hanno sempre fatto sorridere quelli che ti linciano per una recensione negativa asserendo che solo chi è del mestiere può comprendere davvero certe dinamiche: va bene, allora invasatemi di musica, teatro e cinema; eccomi, sono un robot nel quale riversare tutte le vostre produzioni artistiche, abilitato in ricezione e disabilitato in uscita). Fortunatamente, da diverse ore non leggo altro sui social che le critiche dissacranti allo spot in questione, da parte di tutti: insegnanti, studenti, scrittori, attori, imprenditori, avvocati, librai, chiunque. E ho capito che no, il problema non ero io.

   Le critiche stroncano a trecentosessanta gradi i sei minuti di Muccino e tutte quante (ma proprio tutte!) insistono nel ricordare la vertiginosa spesa che la Regione del Bergamotto si è sobbarcata per la produzione di questa meraviglia del cinema post-post-moderno. Più che giustamente, visto che parliamo di un milione e settecentomila euro (capitolo a parte il discorso sulla spesa, su come si sarebbero potuti spendere meglio questi soldi ecc., qui non ci interessa). Tuttavia, la maggior parte di queste recensione mi sembra che non vada in profondità cogliendo quelli che sono i veri problemi dell’opera. Sì, perché è naturale (e sacrosanto) che le impressioni di superficie attacchino le sviste e le brutture che più di altre risaltano agli occhi e alle orecchie: dalla scomparsa definitiva del congiuntivo (“dove vuoi che ti porto?”) a una più vistosa stereotipizzazione della lingua (tranquilli, del dialetto, quello vero, per fortuna non c’è traccia), dei gesti, che sono sempre scelte registiche di dubbio gusto (fra tutte, la mano sulla coscia che ti stende subito dopo i primi secondi) e, soprattutto, della Calabria stessa. A noi che la Calabria la viviamo e la bestemmiamo da sempre, infatti, non può che uscirci spontanea la lunghissima lista di location, di prodotti, di istantanee, di situazioni che non sono state minimamente considerate da Muccino o che, comunque, avremmo considerato di molto più aderenti alla realtà del nostro territorio. In altre parole, manca davvero la montagna (nella nostra regione che è prevalentemente ecc. bla. bla. bla. % di montagne e solo % di mare, non abbiamo una tradizione marinara ecc. ecc. innumerevoli documenti e testi a conferma), come mancano tante altre cose. Ma il punto non è davvero questo. Come ha detto intelligentemente il libraio Nunzio Belcaro (che saluto con stima anche se non ci conosciamo personalmente): “non mi interessa nemmeno quello che si vede e quello che non si vede. È che non si “sente” nulla, non racconta efficacemente una storia, non c’è autenticità”.

   Anche perché, se volessi soffermarmi sull’aspetto visivo, lo farei piuttosto sul “come si vede” e non tanto sul “cosa”: perché la fotografia è pessima e la sovraesposizione di colori, che rende gli scenari plastici, finti, praticamente instagrammizzati, è un pugno negli occhi. Sul “cosa” si vede non dico nulla; non dico nulla dell’asino, della frutta di stagioni diverse (dai, io in campagna ho un arancio che fruttifica tutto l’anno, vi giuro!), della mielosità da “telenovela”, del fatto che questi siano stereotipi ecc. Sono tutte scelte registiche che, ci tengo a sottolinearlo, ci meritiamo alla stregua della classe politica e dirigente a cui dovremmo fare riferimento. Non contemplo eventuali proteste in merito, come non considero la triste e recentissima scomparsa di Jole Santelli come una limitazione alle giuste critiche che noi tutti calabresi possiamo permetterci di muovere nei confronti di un’opera tanto costosa quanto banale. Anzi, è forse più coerente nei confronti anche della sua memoria. Tornando al “cosa si sente” e, come dice Belcaro, all’autenticità: qualcuno ha forse suggerito che lo spot non aveva fini documentaristici bensì emozionali? Perfetto. Non voglio considerarmi neppure conterraneo di chi eventualmente sia riuscito a emozionarsi in questi sei minuti. Il problema, qui, è unicamente di messaggio e di canale di trasmissione: che la Calabria debba fare ancora i conti con la sua storia di migrazione, anzi di fuga (e non d’immigrazione) è un dato inconfutabile. Come ricordiamo spesso, magari con troppa semplicità o pessimismo, non so, tra qualche decina d’anni i miei coetanei (intendo i futuri trentenni) si conteranno sulle dita di una mano, nel già più grande invecchiamento precoce della popolazione italiana. Stiamo andando tutti via, ancora. Una qualche flessione nei dati relativi agli ultimi tempi sarà imputabile unicamente al Coronavirus (che sì, avrà fatto anche cose buone come ha detto Francesco Bevilacqua, ma finché non saremo fuori dalla fase più critica mi guarderei bene dal dirlo anche per scherzo). Dunque, il messaggio qual è? Quello del ritorno? Quello del fuori-sede che ha deciso finalmente di tornare nei luoghi della sua infanzia? E perché ha preso questa decisione? Perché c’è stato un netto miglioramento della qualità della vita (no, anzi ci hanno ricordato che in Calabria viviamo 4 anni in meno: questa sì che è una notizia positiva!)? Perché c’è stato un netto miglioramento sociale, nei servizi, nell’occupazione, nella sicurezza dell’ambiente, della salute ecc? No, la spinta, l’input di questo ritorno è dovuto unicamente al proverbiale “pilu di fhissa” ca tira sempre cchjù di nu carru di voi.

     Il canale di trasmissione, lo spot pubblicitario “d’autore”, è lo spazio in cui il suddetto messaggio dovrebbe navigare. E qui l’altro problema. Di ritorni, di memoria, di ricordi, di infanzia, di una Calabria arcadica, insomma, abbiano pieni zeppi gli scaffali delle nostre librerie; pullulano le collane apposite, i saggi, i racconti e le più disparate antropologie (quelle valide, chiaramente, e quelle meno valide, per non parlare poi di romanzi, romanzetti, sillogi e silloggette). C’era davvero bisogno di aggiungere quest’altro canale, il più popolare di tutti? Per qualcuno evidentemente sì. Per il resto, mi pare sia ridondante aggiungere altro. Alla fine è tutto un berlusconiano (a proposito di fhissa) cocktail di Sole, Mare, Tramonti, Bellezza. Questa è la Calabria. Questa è la terra vostra. Non la mia

     Discreta la musica; bello il font usato per i credits.

Di Domenico Benedetto D'Agostino

Sono nato nei giorni della Merla, trent'anni fa. "Vivendo per capire perché vivo, scrivo anche per capire perché scrivo: e vivo per capire perché scrivo, e scrivo per capire perché vivo:" [E. Sanguineti]

2 pensiero su ““Con un milione e settecentomila, mio cuggino lo farebbe meglio”. E diciamo per davvero.”
  1. Qualcosa x la nostra favolosa Calabria è stato fatto, vedi anche gli ignoranti ne stanno parlando, quelli che criticano non perché sono convinti di quello che dicono ma x i colori politici che ci sono dietro, la Santelli nel bene e nel male ha fatto parlare della Calabria e anche di lei si parlerà, degli ignoranti che sanno solo criticare non se ne ricorderà mai nessuno.

    1. Avevamo bisogno di questo per far parlare della Calabria a ogni costo? Non siamo più negli anni ’50, di Calabria se ne parla eccome e quasi sempre per le sue negatività. Ben venga un prodotto promozionale, ma se lei pensa che quasi due milioni di euro siano stati ben spesi per questo corto, specialmente in un momento critico come questo, non c’è problema. Ma non dia dell’ignorante troppo facilmente, anche se continuiamo a parlarne da “calabresi”, se continuiamo a parlare di “noi stessi”, nessuno può levarci il diritto di esprimere la nostra opinione.

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