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Racconti

Liscio al Seltz. Un racconto di Gianmarco Cilento

By Gianmarco Cilento
25 Maggio 2026 5 Min Read
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Quel pomeriggio la mia assurda profezia divenne in parte realtà. Ripeto, solo in parte. Chi deve capire, capirà. Quale profezia? Sto parlando di quegli incontri con le persone meno note del paese che ti stupiscono incredibilmente. Persone che non vedi da anni, assenti dalla grande sintagmatica delle compagnie di paese e dal banchettare di sera o nei pomeriggi sportivi. Quelli che li rivedi dopo anni, che non sai nulla di loro, per la loro riservatezza. E come li ritrovi, sono capaci di farti palpitare. Oppure di rompere in un certo senso la monotonia dei tuoi giorni. “Ma chi se l’aspettava”, e menate del genere. Che ti rigenerano la mente. 

Con Gloria era successo proprio questo. Non la conoscevo molto bene, di lei avevo un vaghissimo ricordo ai tempi del militare. Ovviamente mi incuriosiva già allora per il suo aspetto, e una nota su di lei i miei occhi l’avevano fatta. Bazzicava la comitiva di mia cugina e lavorava in un centralino. Ma sapevo anche che studiasse. Cosa non ricordavo.
Il pomeriggio di martedì accadde l’impensabile. Passavo da Luca, il bar scalcinato di quartiere al quale sono troppo affezionato. Andarci verso le sette di sera per un caffè pre-cibo era una maledetta abitudine che mi dava sollazzo. Dal mangianastri risuonava “Liscio al seltz”, un vecchio ballabile che conoscevo molto bene. Al tavolino, con un quaderno e un Cinzano che armeggiava nervosamente, vedo questa bella presenza. Era proprio lei, Gloria. Elegantemente umile. Sorrisi leggermente sopra le righe accompagnavano le sue chiacchiere con Eleonora, la ragazza del bar. 
Decido. Mi siedo accanto a lei. Sono sempre un campione nell’intromettermi a un tavolino al quale non sono stato invitato! 

“Gloria, come va?”
Risponde con qualche secondo di ritardo:
“Ah, sei tu, oddio, stavo distratta, pardon… tutto bene, tu?”
Cominciamo male, le solite risposte di sufficenza…
“Sarà”, continuo io “mi sono detto, rompo la monotonia, saluto chi da anni vorrei salutare meglio”
“No, figurati, hai fatto bene, scusami ancora, giornatina così oggi, niente male, vabbè…”
Sapevo che era sposata con Ferronetti, un uomo anzianotto, di circa ventisette anni più grande. Non avevo ben presente quanti ne avesse lei, ma non più di trentadue se non ricordavo male. Mi sembrava tesa, un po’ stressata, forse satura di qualcosa che le mordeva il quotidiano e l’avvenire. E continuava nel parlare sparando cose arzigogolate del tipo “tu viaggi? ah, io quanto vorrei fare un viaggio al mese, ma non posso, la liquidità”, oppure “oh, ‘sti notiziari mi mettono un’ansia terribile, ora annunciano qualche nuova guerra”. Io la guardavo come a dirle “va bene che avevo voglia di attaccare bottone, ma perché questa frustrazione ora?”. E ovviamente la lasciavo parlare. Mi piaceva immergermi nelle sue scarpe chiuse di pelle e nella sua camicia bianca e ciancicata. Soprattutto nei suoi occhi delicatamente inteneriti da una vita che forse non la appagava. 
Ma non chiese nulla di me. Ciò che facevo io e tutto il resto. Forse non le interessava molto. Oppure troppa discrezione piccolo-borghese alla quale Ferronetti l’aveva abituata. 
“Ti trovi bene con lui, sicura?”
Domanda inopportuna che feci nella speranza mi scaricasse, così la smettevo di illudermi in maniera così prevedibile
“Ognuno si trova bene con qualcuno a modo proprio, così, insomma…”
Mai risposta più evasiva fu data, ma mi piaceva lo stesso. Perché era lei. Intanto continuava nelle chiacchiere, insomma avvertivo che aveva molto piacere a stare con me e che mi fossi seduto accanto, nel più anonimo baretto del nostro circondario. E intanto mi accarezzava la mano e l’avanbraccio con incedere inesperto. L’entusiasmo saliva.

Intanto quel “Liscio al seltz” sembrava interminabile, non finiva mai. E la ragazza del bar, come se non bastasse, l’aveva rimessa da capo. La cassetta riprese vigore, perché mentre parlavo con Gloria il suono mi apparve distorto, consumato. Non riuscivo più a liberarmi di lei, eppure sentivo che dovevo farlo perché mi stavo facendo già troppe fantasie vaghe e demenziali: portarmela in giro, portarla a vedere “La nascita dell’amore” che davano al Cilea, andare a casa sua, strapparla al Ferronetti. 
Basta, che patetismo! 
E invece la seconda scusa per farmi dire di no fu peggiore della prima. “Balliamo, dai, senti questa musica come diverte”, feci. Con un sorrisino si avvicinò a me e iniziammo a ballare. Lì, accanto al suo tavolino e in mezzo al locale, non lontano da una parete e da un biliardo. 
C’erano solo tre persone accanto a noi. Tutte troppo discrete. 
Ero all’apice dell’appagamento, e il rumore delle sue scarpe durante i passi, che dire. Un velluto emozionale.
Qualcosa di strano iniziò però a subentrare. Aveva la camicia bianca? Sì. Ma pochi istanti dopo la vidi vestita con un caldo maglioncino verde acqua.
“Ma non avevi una camicia?”
Non rispose, forse non ci fece caso o pensò che stessi delirando dall’emozione. Ma un minuto dopo anche gli scarponi neri mi salutarono. Ecco ai suoi piedi delle eleganti scarpe aperte con un discreto tacco. E il colore era legno.
“Ma che scarpe porti?”, chiesi
“Ti piacciono? Anche a me”
Tutto qua. Ma io volevo sapere il colore e se erano chiuse! Ormai eravamo lì a ballare forte e con sorrisi sempre più invadenti in viso da almeno dieci minuti. E “Seltz” non finiva. Durava tre minuti scarsi, ma sembrava interminabile. Ed ecco il cerchio acceso del suo abbigliamento cambiare definitivamente. La gonna scura che indossava non c’era più. A un certo punto vidi sempre una gonna, certo, ma più lunga e sottile. Quasi da abito serale. 

Nel vortice dello stare stretti, ebbene sì, avevo visto Gloria vestita in modo completamente diverso rispetto a quando l’avevo avvicinata. Non me lo spiegavo. Sembrava una cosa da hangover.
Il bello è che glielo chiesi dieci volte, una volta finito il brano. E faceva finta di non sentirmi. Intanto continuavamo a restare così vicini e stretti, stavolta di più, che non lo so dire. Sembrava come se avessimo un approccio, ai limiti del metafisico. In che misura e con quale intensità precisa non l’avevo capito subito. Ma fu uno spettacolo! 

E fu così che mi ritrovai improvvisamente solo. 
Ero sempre al bar, da Luca. Ma lei non c’era più. 
Possibile sia sparita nel nulla e che non me ne sia accorto? 
“Chi cerchi” mi fa il gestore
“Gloria, la ragazza che stringevo e che stavo baciando, dove si è cacciata?”
“Tranquillo, non esiste, o meglio, non è esistita oggi pomeriggio”
“Luca, ma che stai dicendo?”
“Vedi”, continuò “quella donna con cui hai parlato non c’era oggi. Era il tuo desiderio, ingabbiato nei recessi della mente. Che ha preso vita solo per te. Questo ti succede soltanto quando ascolti, nei momenti involontari, una tua musica preferita. Lei tornerà quando, in un momento inaspettato, sentirai un’altra canzone che ti piace da morire”. 

Luca aveva ragione. Perché “Liscio al Seltz” era una canzone che mi piaceva da morire…

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Gianmarco Cilento
  • Gianmarco Cilento
    L’ultimo Lupo. Un racconto di Gianmarco Cilento
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Gianmarco Cilento

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