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Copertina del disco Tony Pitony - Tony Pitony
Musica

Tony Pitony – Tony Pitony: Come inciampare con stile

By Aleister Rush
7 Novembre 2025 8 Min Read
0

Per raccontarti questa storia devo tornare al 7 dicembre 2024.
Era una di quelle giornate in cui anche il caffè sembra chiedere una pausa. Avevo passato la mattina a litigare con i regali di Natale e con la mia stessa pazienza. Poi, come ogni volta che sono stressato, ho fatto l’unica cosa sensata: ho messo le cuffie e mi sono perso su YouTube.

L’algoritmo, in un raro momento di lucidità divina, mi spara in faccia Striscia di Tony Pitony. Il pezzo era uscito un anno prima e io, fan dichiarato del Gabibbo, non ne sapevo nulla.

Chi mi conosce lo sa: per me il Gabibbo è una divinità. Ho visto il suo discorso al Telegatto più volte di quante vorrei ammettere e ho ancora impressa l’immagine di lui che sale sul palco con Lady Diana. Ha pure una discografia rispettabile e, piccola perla dimenticata, esiste anche una Gabibba. (Perché nessuno se la ricorda mai?)

Scoprire Striscia per caso è stato come ricevere una telefonata da un parente che credevi morto e che invece ti invita a visitare la sua nuova villa.

E oggi, 7 novembre, anniversario della nascita di Striscia la Notizia, vi racconto il suo omonimo disco.

Tony, il performer concettuale

Immagina un ragazzo siciliano che a diciott’anni fa le valigie e vola in Inghilterra per studiare recitazione. Niente raccomandazioni, solo una borsa di studio e una fame di libertà.

Ma arriva una rivelazione: capisce che non vuole diventare un “Artista” come quelli che lo circondano. Non vuole essere un esecutore perfetto, vuole sporcarsi, sbagliare, mettersi a disagio.

Dopo l’accademia comincia a lavorare tra Scozia e Inghilterra, tra prosa, doppiaggi e piccole produzioni teatrali. Ma la vera svolta è quella delle follie vittoriane: spettacoli scorretti, grotteschi, in cui attori vestiti male prendevano in giro politici e aristocratici dentro i loro stessi castelli. È lì che nasce la scintilla, usare l’arte come sabotaggio.

Poi arriva il 2020. I teatri chiudono, il mondo si ferma, e Tony torna in Sicilia. È lì, nella noia più nera, che nasce Tony Pitony.

Tony Pitony NON È un cantante. È un performer concettuale. Si è spinto tanto oltre da partecipare anche ad X-Factor, ma com’era prevedibile, viene scartato dalla trasmissione. 

Adesso vediamo come ha scelto di mettersi a disagio stavolta.

LA PRODUZIONE DI UN TEAM VINCENTE

Prima di entrare nel vivo, parliamo del paradosso di questo disco. Tony Pitony è il fiore all’occhiello della contraddizione: un album comedy, stupendo, che fa a pugni con testi volutamente trash.

Tony è un artista d’istinto, uno che si affida al “gut feeling”(le sensazioni di pancia). Ma quando si tratta di produzione, entra in gioco un altro equilibrio: Sam Cammarana, il produttore, la sua controparte maniacale. È lui a dare forma al caos, costruendo un sound che salta dal lo-fi bedroom al pop rap, con echi che vanno dagli anni ’60 all’elettronica dell’Est Europa, fino alla samba brasiliana.

E poi c’è Alessandro: il motivatore. Quello che gli ricorda che “tutto si può fare”. Quando quella vocina nella testa di Tony gli sussurra che forse è andato troppo oltre, Alessandro gli dice di fregarsene e continuare. È anche la cavia ufficiale del progetto: se un brano piace a lui, il pezzo è approvato.

E ora addentriamoci in questo disastro meraviglioso. Lascia che te lo racconti.


Piccolo avvertimento, stavolta ho deciso di raggruppare le canzoni secondo un mio ordine personale invece che seguire il classico ordine di scaletta.

AMORE, CORPO E CONTRADDIZIONE

La prima grande costellazione di brani del disco ruota attorno ai rapporti umani, al corpo e al paradosso del desiderio.

Qui Tony mostra il suo rapporto con le donne: le ama, le celebra, le prende in giro. E ogni volta qualcosa si mette di traverso, un piccolo “imprevisto” che ribalta la relazione e gli dà il pretesto perfetto per scrivere queste storie che spesso sono inventate.

In Balù, viene fuori l’incontro con una ragazza moderna, emancipata, che ha deciso di non depilarsi più per combattere il patriarcato. È una scena minima, quasi comica, ma in realtà è un piccolo caso politico raccontato come un siparietto tragicomico. È geniale.

In Culo, il ciclo mestruale diventa un pretesto per ridere e per empatizzare allo stesso tempo: un brano lo-fi che nasconde, sotto la risata, tutta la goffaggine maschile di fronte al corpo femminile. Con audio WhatsApp inclusi (trucco già usato in Neopatentate). E tu, maschietto che stai leggendo, almeno una volta hai provato a trovare un’alternativa anche tu. E vorrei farti notare come il sesso è raccontato per sembrare una situazione tragicomica.

Con Ossa grosse, il discorso si fa più intimo e più feroce: qui si ironizza sulla body positivity. L’ostacolo tra Tony e lei stavolta è la scusa delle “ossa grosse”. Che l’intento sia di ricordarti che la vera accettazione è solo onestà, non hashtag e frasette motivazionali? 

Tutte insieme, queste canzoni suonano come una confessione collettiva: Tony non parla delle donne, parla con loro, anche quando sembra prendersene gioco. Usa l’ironia per smontare la distanza e per mostrare la fragilità che ci unisce tutti. Non c’è giudizio, solo la voglia di svelare quanto siamo buffi quando ci prendiamo troppo sul serio.

LA SOCIETÀ, SATIRA E DELIRIO TELEVISIVO

La seconda grande area tematica del disco è la società italiana come spettacolo permanente. Qui si esprime il massimo potenziale, perché ci mostra un Paese che non ha più bisogno di parodia: basta accendere la TV.

In Striscia, il singolo che apre il disco, trasforma trent’anni di televisione italiana in una canzone lo-fi epocale. È catchy in modo criminale. Gerry Scotti, il Gabibbo, il “La accendiamo?” di Chi vuol essere milionario, Brumotti che prende botte. Tutto contestualizzato nella Milano dove il racconto potrebbe essere accaduto davvero. E Striscia non è solo in riferimento al famoso telegiornale satirico. Il finale con il campionamento di quello che sembra un servizio del TG5 è il colpo di genio che crea il mix perfetto per la viralità. È il suo modo per dirci che la realtà italiana è già satira di se stessa.

In Jiàn Zóu la lente si stringe: un racconto breve che ci mette su un bus, di ritorno a casa dopo una lunga giornata. Desideriamo solo silenzio, isolamento, pace. Il videoclip ricorda Poteva essere una bellissima storia d’amore ma di Pippo Sowlo. Curiosamente, questa traccia doveva essere solo un intermezzo in cinese di un minuto  appena, ma poi è diventata qualcosa di più strutturato.

Rio de Janeiro è una samba rivisitata per night club di provincia. L’incontro con la ragazza brasiliana che conferma tutti gli stereotipi ma con una sorpresa “full optional” (ci siamo capiti). È il pezzo dove Tony dimostra che può prendere qualsiasi genere e trasformarlo in teatro dell’assurdo e ci riesce anche bene.

E infine c’è Mi Piacciono le Nere, il brano più controverso. Tony va sopra le righe senza filtri. Stereotipi razziali usati come specchio deformante della nostra società. Frasi come quelle sul black humor o i paragoni calcistici sono bombe a orologeria. Non è razzismo, è radiografia: il razzismo lo mette in scena per mostrarne la stupidità. 

IRONIA, INTIMITÀ E LA MASCHERA

Il terzo nucleo del disco è quello più personale, dove la risata si incrina e lascia spazio all’uomo dietro il personaggio. Se invece avevi il sospetto che il bersaglio fossero solo donne e minoranze, ti sbagli. Tony prende di mira tutti.

Giovanni è forse il brano più difficile da raccontare. Tony gioca con gli stereotipi sull’omosessualità e tende una trappola sottile: il bersaglio non è chi ama in modo diverso, ma chi ancora si scandalizza.

La canzone colpisce l’uomo medio, quello che si crede moderno ma pensa ancora con i riflessi del bar sport. Il paradosso? Ascoltandola, non capirà di esser lui il soggetto.

Nel testo sfilano i cliché con cui certi idioti pensano di “riconoscere un gay”. Molti rideranno, senza accorgersi che ridono di se stessi.

Sessonline trascrive l’esperienza notturna su un sito per adulti. Immagina un boomer che ha difficoltà a mandare un messaggio, lasciato libero su un sito pieno di banner discutibili. È il ritratto della solitudine digitale mascherata da commedia, grottesca e malinconica. A mio personale avviso, forse il pezzo più debole del disco.

Stimoli è la chiave del progetto. È il brano che, se lo ascolti distratto, ti scivola via. Qui Tony si rivela davvero: parte dai meme fossilizzati nella cultura pop, ma a metà il confine tra personaggio e persona si dissolve per un istante. Poi torna a mascherarsi, ma quella vulnerabilità resta. In questo equilibrio si rivela la sua doppia natura: il performer che gioca col mondo e il ragazzo che lo osserva da dietro la maschera. È il pezzo che più di tutti unisce Tony attore e Tony persona.

Poi, con L’Uomo Cannone  (riferimento ovvio a De Gregori) il tono si abbassa definitivamente: voce, pianoforte. Dopo tutto il casino, ecco il pezzo sulle droghe leggere che puoi dedicare al tuo fattone preferito. È un omaggio ironico, ma suona come un diario cantato da un clown. La versione realizzata con Mario Sturniolo è ancora più potente, aggiunge ancora più personalità ad un brano che viene arricchito dalla presenza di una seconda voce non presente nel disco. La chiusura perfetta per un album che vive di contrasti.

E quando pensi che sia davvero finita, arriva Tony’s Vocal, la bonus track che sembra un esperimento da laboratorio: una vera hit da club che non ti aspetti. Tony parla di sé ma in realtà dà voce ai pensieri delle small talk, quelli che tutti abbiamo ma nessuno dice. È il finale perfetto: dopo averti smontato, Tony ti ricorda che siamo tutti nella stessa disagiata barca.

L’IMPORTANZA DI METTERSI A DISAGIO

Tony Pitony è un album che si distingue per un motivo semplice: mentre tutti cercano di raccontare il momento in cui sei in piedi, forte e indipendente, oppure quello in cui sei a terra e triste, qui emerge una terza prospettiva: quella dell’inciampo.
L’esatto istante in cui sei sospeso a mezz’aria, colto tra il perdere l’equilibrio e il ritrovarlo. Tutto è raccontato con una spontaneità disarmante, ed è proprio questo dettaglio che mi ha colpito.

Forse è per questo che l’ho mandato a tutti i miei contatti: perché riesce a dire cose serie senza mai prendersi sul serio.

Tony Pitony e il Gabibbo non sono così diversi:  sgraziati, sinceri, autoironici e profondamente umani. È l’artista che ride del nostro bisogno di essere perfetti e ci ricorda che, a volte, essere ridicoli è il modo più autentico per stare meglio.


Se questo disagio non basta, ti consiglio:

→HACHIKO – SESSO GAY | Quando le etichette sono superflue.

Qui ti racconto l’ultimo singolo del furry italiano che sta spopolando quest’anno.

Per altri ascolti che mettono in discussione il concetto stesso di buon gusto, dai un’occhiata alla sezione musica.

Al prossimo disco.

Letto: 1.780
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Ero un metallaro, oggi mi ha mangiato il mondo alternative. Sono sempre alla ricerca di nuove sonorità che scuotino, con un piede nel caos e l’altro nei suoni underground, in una costante commistione di voci distorte e percussioni che imitano il battito del mio cuore. Ah, ovviamente, non prendermi troppo sul serio. Sono un idiota tanto quanto te.

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