La Casa dove gli incubi si realizzano, Shirley Jackson e “L’incubo di Hill House”

La Casa dove gli incubi si realizzano.

“L’incubo di Hill House” edito Adelphi, è uno dei più celebri romanzi della scrittrice Shirley Jackson, da qualche tempo tornato alla ribalta degli affamati di horror di alta qualità, con la serie tv prodotta da Netflix, The haunting – of Hill House –. (Per chi non l’avesse mai letto, recuperate assolutamente “Giro di vite” di Henry James, un altro gioiellino di puro horror su cui si basa la serie successiva, The haunting of Bly Manor).  La serie tv, diretta da Mike Flanagan, stravolge completamente la trama del romanzo, pur restando fedele all’ idea geniale della Jackson di mettere in relazione il paranormale con le nostre paure più nascoste: “La paura e la colpa sono sorelle”.

Potrei soffermarmi a parlare delle condizioni della donna e del risvolto femminista dei romanzi della Jackson, del suo matrimonio infelice, dei suoi problemi mentali, della psicanalisi imperante in quegli anni, del suo essere stata definita “La maestra di Stephen King”, ma voglio – e perdonatemi se peccherò di superficialità – parlare solo di quello che mi ha lasciato la lettura delle sue parole. Voglio parlare della protagonista di questo romanzo: la Casa. La Casa, che forse potrebbe essere l’alter ego della scrittrice stessa… o del lettore, che sceglie di abitarvici inconsapevolmente. Certo è che in questo romanzo, signori, nulla è scontato!

Abbiamo tra le mani un vero capolavoro di scrittura gotica dell’orrore, elegante e raffinato, dove il terrore instillato nel lettore serpeggia nella descrizione degli eventi vissuti dai personaggi tra le mura della Casa. Casa come entità, che fa vacillare la psiche di chiunque vi si avvicini troppo, Casa che non si fa scegliere ma sceglie.

Potrei parlare per ore di questo romanzo facendo sempre riflessioni diverse. Senza dubbio una storia da brivido, dove capiamo veramente cos’è l’orrore: non è splatter con scene plateali, ma è sussurrato, insinuato nella nostra mente quasi a voler destare l’orrore che risiede in qualche remoto angolo della nostra ragione, nei dedali oscuri della nostra anima; ed ecco la genialità di lasciare al lettore il libero arbitrio: soprannaturale o follia?

Il professor John Montague, bizzarro studioso di fenomeni paranormali, aveva deciso di vivere per tre mesi, proprio come facevano gli intrepidi cacciatori di fantasmi ottocenteschi, in una casa probabilmente infestata, poiché in passato fu teatro di una serie impressionante di tragedie: Hill House, empia dalla nascita. L’esperimento consisteva nel mettere insieme un gruppo di sensitivi che aveva coscienziosamente scelto nei diversi archivi del paranormale. Una dozzina furono i prescelti, solo in due si presentarono.

Quando arrivò davanti al cancello di Hill House, Eleanor Vance aveva trentadue anni e odiava tutto quello che restava della sua famiglia. Era una ragazza timida e schiva, aveva difficoltà relazionali, era profondamente triste e insoddisfatta. Ecco perché, quando arrivò l’invito del professor Montague, Eleanor, decise di scappare via di casa con la macchina della sorella e fare il grande salto verso la libertà.  Era stata scelta dal professor Montague perché da piccola, sulla sua casa, si era abbattuta una tempesta di pietre, subito dopo la morte del padre.

Gli altri partecipanti sono Theodora – Theodora e basta;­­ un’artista spregiudicata e poco convenzionale, che si è lasciata alle spalle la convivenza con un’amica, assolutamente diversa da Eleanor. Theo è scelta in particolare dal professore per le sue spiccate capacità sensoriali. E poi c’è Luke, ultimo erede dei proprietari della casa. Luke Sanderson era un uomo affascinante, un ladro e un bugiardo; palla al piede della zia, proprietaria di Hill House, che effettivamente non vede l’ora di farlo partecipare all’esperimento del professore Montague per segregarlo in casa qualche settimana.

“L’occhio umano non può isolare l’infelice combinazione di linee e spazi che evoca il male sulla facciata di una casa, e tuttavia per qualche ragione un accostamento folle, un angolo sghembo, un convergere accidentale di tetto e cielo, facevano di Hill House un luogo di disperazione”.

Tutto nella casa risultava anomalo, a partire dall’architettura, che generava singolari fenomeni, a ciò che nei giorni a seguire vi sarebbe capitato all’interno… presenze, voci notturne, rumori inquietanti, porte chiuse che dovevano invece essere aperte e scritte sui muri, scritte che coinvolgevano direttamente Eleanor.

I ragazzi si trovavano bene insieme, ma gradualmente, le inquietudini che generava la casa cominciavano a minare la loro sanità mentale. Soprattutto Eleanor, chiamata Nell dai suoi nuovi amici, era chiaramente il bersaglio della casa e cominciava a dare i primi segni di cedimento. Al calare della notte il gruppo si era imposto, perciò, di restare insieme. “Abbiamo sempre paura di noi stessi”.

A peggiorare la situazione arrivarono la moglie del professore in compagnia di un amico, Arthur, anch’egli appassionato di spiritismo. Mrs. Montague, donna piuttosto irritante convinta di essere una medium, prese di mira Eleanor, che in qualche modo – secondo lei – disturbava l’attività generata dalle presenze spettrali. La ragazza, non riuscendo a reggere questa ulteriore pressione perse completamente il senno, salì su una scala pericolante rischiando la sua morte e quella di Luke che cercò di salvarla.

Il gruppo a questo punto fu costretto, per preservare la sua stessa vita, ad allontanare Eleanor.

“Hill House guardava, arrogante e paziente”.

La ragazza, ormai completamente fuori di sé non riusciva ad abbandonare la casa: era quella casa sua, lei apparteneva alla Casa.

Non voglio andare oltre, vi lascio il brivido del finale con le ultime parole che sono anche l’incipit del romanzo:

“Hill House, che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta. Dentro, i muri salivano dritti, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi, e le porte diligentemente chiuse; il silenzio si stendeva uniforme contro il legno e la pietra di Hill House, e qualunque cosa si muovesse lì dentro, si muoveva sola”.

Questo è un racconto che parla di “un luogo non adatto agli uomini, né all’amore, né alla speranza”, dove ineluttabilmente ci si smarrisce in un labirinto oscuro, in una lotta atavica tra bene e male dove in ballo c’è la propria anima. Siamo noi a scegliere come arredare la nostra personalissima Hill House, non dimenticatelo durante la lettura.

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