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Racconti

L’ultimo Lupo. Un racconto di Gianmarco Cilento

By Gianmarco Cilento
10 Agosto 2026 10 Min Read
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“Mi sembra di volare sulle tue labbra” grida Pierfrancesco mentre la sua macchina è pronta a imbarcarsi sul traghetto diretto per Messina. “Sciapalluccio” risponde sorridendo sua moglie Lucilla, seduta comoda sul sedile posteriore, accanto ai suoi fidi amici, o “amighi” come le piaceva dire nel suo furtivo analfabetismo. “Che hai detto, scusa?” rispondono i passeggeri, marito e moglie anche loro.  

Lucilla aveva pronunciato una parola incomprensibile, morsa tra le labbra del suo esotico accento veneto. “Pierrino lo sa”, risponde “è un epiteto di Adria, lo ricordano ormai in pochi, tra cui la mia nonnona. È una cosa tipo ‘distrattino’ dai”. Sorridevano lietini, mentre la Simca entrava tranquilla nel battello. “Secondo me neanche esiste”, cerca di spiegare Pierfrancesco “sono cazzate che conosci solo tu”. “Certo, non vado così a chitarra come il romano della tua prevedibilità”. Gli amici accanto guardano Piero (anzi, Pierrino) nello specchietto quasi come a dire “ma tua moglie come parla?”. Lui ovviamente tace. Per acconsentire e accondiscendere al soave campanilismo della bella moglie veneta, belloccia e pesantemente sgrammaticata. Oltre che intrisa di un municipalismo linguistico che sfiora il ridicolo. 

Fatto sta che la Simca 1150 giunge finalmente a terra, ed è pronta per prendere l’imbocco con l’autostrada Messina-Palermo. Quel mezzo sembrava procedere ormai spedito in direzione Palermo, dove le due coppie di amici romani di residenza e impiego avevano deciso di trascorrere una tranquilla settimana d’agosto. Se non fosse che l’autostrada sicula non era stata affatto completata. E che per raggiungere il capoluogo bisognava continuare per la vecchia strada nazionale. A Milazzo si vedono quindi costretti a boccheggiare, con i 29 gradi di poco nuvoloso di quel pomeriggio per quella strada di costiera campagnola a soli 45 km/h. E nel frattempo continuava il gretto veneto di Lucilla a farla da padrone. “Non ho mai visto i toselli di Sicilia. Chissà se hanno fascino”. Silvio e Angela a questo punto intervengono. “Lucì, per favore, parla in italiano, non siamo delle tue parti, siamo di Rosignano, lo sai”. La donna, estraendo una Super sbotta “ma parlo tra me e me. Toselli, i ragazzi”. “Ma parli di uomini, sei pazza, hai un marito, Pierrino, l’hai sentito?”. Lui senza scomporsi capisce l’ironia della sua donna “lo conosco il suo lessico”. Chiaro quanto Lucilla non fosse affatto maliziosa, nè tantomeno in malafede. Era sicuramente una veneta calorosa e sopra le righe, ma per niente volgare o inopportuna. “E poi intendevo i toselli piccoli piccoli”, aggiunse “nel senso, chissà se sono davvero così scuri o strani i tipi del posto. Mi dicono che sono scuri e forti quasi come quelli dell’Africa”.  

Ovviamente l’osservazione veniva fuori dalla bocca di una mesta impiegata comunale con la licenza di scuola superiore neanche raggiunta. Mediamente emancipata come donna, ma scarsamente istruita. Neanche Pierfrancesco, che a giocare a pugilato di sera, a fare il guardiano e a guidare la sua auto a cambiali era forte, ma lo era molto meno come conoscenza generale. Per loro la Sicilia, che forse neanche avevano visto al cinema o al telegiornale, era una radura di salgariane suggestioni. Un giardino dalle fattezze inesplorate. Era una meraviglia, o forse un tripudio di cose grottesche, da scoprire. Sicuramente un po’ più “emancipati” gli altri sposi, giovani anche loro. Entrambi maestrini di musica per un orfanotrofio di periferia, non lontano dalla Tiburtina. 

E intanto la macchina continuava nel suo percorso. Fino a quando, giunte le otto e qualche minuto, Pierfrancesco non si stanca. Il cambio non poteva darglielo nessuno, perché né la moglie adriese, né tantomeno gli amici coniugi erano provvisti di patente. “Allora fermiamoci” disse tranquilla Angela. Se non fosse che a Pierrino viene l’idea di continuare. Ma ecco che lo assale una leggera distrazione. E non si accorge di aver imboccato una deviazione sbagliata. Invece di tirare dritto per Palermo, a un bivio la cui strada sembrava essere quella principale, aveva tagliato inconsapevole verso il Parco dei Nebrodi, in direzione San Fratello. La cartina era seppellita nel cofano, dietro il quintale di bagagli dei quattro passeggeri. “Tanto ho un ottimo senso dell’orientamento, così come son fisionomista” insisteva il conducente. E la sua presunzione portò i quattro passeggeri verso interi chilometri assolutamente lontani dalla loro metà. 

E nel frattempo la costa cominciava ad allontanarsi. E Silvio, l’altro uomo del gruppo, un dubbio lo aveva avuto eccome. “Pierì, mi sta che ci stiamo ad allontanare, sei sicuro che la strada è la giusta?”. Ma la presunzione del guidatore, è ovvio, non viene mai meno. Pierfrancesco prosegue per quella strada sbagliata. Un po’ per fare bella figura con la Lucilla, un po’ per inerzia. Ma si era ormai fatta notte, e quella strada appariva sempre più collinare. La costa era ormai quasi invisibile. E quando finalmente vedono, bivio dopo bivio, incrocio dopo incrocio, che nessun cartello stradale indicava ormai più Palermo, si rendono conto dello sbaglio. La stanchezza di Pierino si era unita alla sfrontata leggerezza di un uomo fin troppo sicuro di sé. Decide quindi di fermare l’auto in un parcheggio su un tratto di collina molto avanzata. Quasi di montagna. “Ceniamo intanto”, sbotta Pierfrancesco fermando la Simca. “Il mangiare lo abbiamo. Così ci riposiamo e dopo scendiamo di nuovo verso la costa. Tanto dobbiamo tornare in discesa, facile no?”. Nessuno di loro batte ciglio. 

Segue un banchetto tranquillo, appollaiati su un tavolino improvvisato accanto all’auto, creato con due pezzi di albero trovati nei paraggi. Faceva ancora caldo, nonostante fossero ormai le nove passate e un primo quarto di luna ormai visibile. E poi c’erano le camicie di Pierino e Silvio allentate, e i piedi nudi di Lucilla e Angela, intenti a leccarsi le dita con le focacce in una mano e le bottiglie d’acqua nell’altra. Anzi, due mani erano non sincronizzate. Silvio non beveva e Lucilla teneva tutto in una sola mano. Mentre sullo sfondo si udiva appena l’abbaiare di un cane. Ma così in lontananza che non sembrava una minaccia per nessuno. “Sapete”, irrompe Lucilla “io ho ancora una fame che mi mangerei pure un gatto, in salmì direi”. “Ma qua non sono grossi come a Roma, anzi secondo me sono abbastanza magri, morti di fame come tutti i siciliani”, risponde SIlvio. “Aggiungi come tutti i meridionali, i toselli poi che hanno il metabolismo maggiore rispetto ai vecchi, non ne parliamo, sono scheletri” ribadisce la veneta. Il marito irrompe con la peggiore delle scemenze “senti, amore, ma se arrivati alla pensione offrissimo una mancia di ventimila lire, maggiore rispetto al prezzo di una notte, quelli si sentono male, svengono dall’emozione?”. Lucilla risponde prima con una specie di ululato di approvazione, poi con una risata allungata, piena di sottile scherno.  

Ed ecco fare la sua comparsa improvvisamente un verso incredibile. Lungo. Profondo. Sfrontato. I quattro amici si paralizzano.

Passano i secondi. Si ripete. Vivo. Esotico. Stavolta persino più feroce. Mentre Angela, istintivamente, impugna tra le mani uno dei tronchi d’albero, facendo crollare il tavolino che avevano improvvisato. 

“Che cazzo è stato?” urlano quasi all’unisono. Mentre persino il rumore dell’erba accarezzata dal venticello sembra un’insidia. “Meglio che rientriamo in macchina” dice SIlvio. “Aspetta, dove ho messo le scarpe?”, urla Lucilla. “Non le trovo, maledizione”. “Sbrigati, rientriamo”. Ma lei continua “no, tutte queste ortiche, non riesco a camminare”. 

E sono bastati quei venti secondi scarsi di esitazione da parte di Lucilla che ha fermato gli altri tre. 

Come di allucinato incanto ecco pararsi di fronte a loro un essere tremendo. Gli occhi luminosissimi. 

Era un lupo siciliano. L’ultimo esemplare rimasto!

Da anni si pensava non esistessero piu. Che li avessero sparati tutti. E invece c’era ancora lui. Altroché.

Distratto dall’odore del loro cibo, voglioso più che mai di aggredirli, eccolo, pronto a difendere il suo territorio. 

Per prima cosa salta addosso a Angela, mordendole ferocemente l’addome e l’omero sinistro. 

Era enorme e visibilmente corpulento, nonostante la fame. E un ingenuo salto di Silvio e Pierfrancesco addosso a lui non serve a niente. 

Anzi l’animale si inferocisce ancora di più, mordendo più profondamente la donna. Mentre Lucilla, terrorizzata si avverte improvvisamente tutta bagnata in mezzo alle gambe. Avrà appena la forza di mettersi le mani nelle mutande e queste sono tutte umide di urina. Se l’era fatta addosso, come un torrente.  

Non serve a niente la forza dei due uomini per cercare di strappare il lupo dalla sua morsa. “Smettetela, cazzo, è più forte di un leone. Forse ha la rabbia, scappiamo!” urla Lucilla. “No, non posso, tira ancora!”, continua Silvio, che non si rassegna all’idea di abbandonare sua moglie tra le grinfie di quella bestia. 

Ma non c’è niente da fare. Lui è troppo forte. E non ha affatto la rabbia. È soltanto un lupo solitario e affamatissimo. Nevrotico ma non arrabbiato. 

E dopo aver assalito Silvio, morde pure Pierfrancesco. Due in un colpo solo in un minuto. Da vero prode greco. I due uomini, belli, asciutti e abbastanza giovani che restano tramortiti sotto i morsi di quel canide imbestialito. Le loro consorti non avrebbero neanche mai sognato una cosa del genere. 

Ma eccolo che si butta nuovamente addosso a Lucilla, stavolta aggredendola al braccio destro, a una scapola e alle gambe, mentre gli altri tre, stremati dal terrore e dai morsi, non riescono neanche ad alzarsi.  

Lucilla cerca di spaventarlo con smorfie fin troppo ridicole. Pessima scelta. L’animale non si calma. Anzi, esplode in un tripudio di movimenti, sollevandola da terra mentre la regge con la sua bocca posata sulla scapola sinistra, dandole uno spintone al punto da sbatterla contro il finestrino dell’auto, che va in grossi frantumi. Lucilla perde conoscenza, mentre il lupo continua a rosicchiarla al petto.  

Ma ecco che Angela riesce a risollevarsi. E con una velocità mai vista prima riesce a raccogliere uno dei pezzi di finestrino. Cerca il più velocemente possibile di conficcarlo nella spalla del lupo, sperando di ucciderlo.  

L’animale sembra accasciarsi al suolo. 

I due uomini ancora non riescono a riprendersi. Ma respirano ancora. “Silvio, Pierino, vi prego, rispondete” non riesce che a sibilare Angela. Mentre Lucilla è ancora priva di sensi, con la testa all’indietro rivolta nell’auto. Da sotto il seno di Angela inizia intanto a sgorgare una gran bella ferita da morso. E gronda con sangue di tanti confusi colori.

La donna neanche riesce a piangere, tanto dalle contrazioni di dolore. 

Altro che morto. Il lupo si riprende e stavolta, con un salto assurdo, morde tutto il volto e il collo di Angela, che perde definitivamente i conoscenza dopo le ultime urla sorde e disperatissime.  

Il lupo continua a consumarla per diversi minuti. Facendole schizzare tutto il sangue dei suoi capillari. Mentre finalmente Pierino pare riuscire a risollevarsi. Ma l’animale lo ha morso pesantemente a una coscia, e costui non riesce proprio a camminare eretto. 

Dopo qualche passo l’uomo mette un piede in fallo. Segue un urlo “Pieroooo….”.  

È quello di Silvio. Che lo vede precipitare da una scarpata. Un vero e proprio burrone, profondo e fatale. 

Lucilla e Silvio non sono morti. Mentre l’animale continua a infierire sul corpo, ormai privo di respiro, di Angela. 

Riescono a incrociarsi con lo sguardo, come a dire “facciamo finta di essere morti. Sennò questa bestiaccia ci finirà”. I minuti sono un po’ troppo lenti. Passano, ma sono una tortura per i due sopravvissuti. 

La bestia sembra ormai sazia del corpo di Angela, ma non si allontana. Vaga piuttosto tranquillo nei dintorni, fiutando distratto per terra.  

Silvio cerca di resistere. Ma nulla da fare. E così gli scappa un forte colpo di tosse, e anche un altro. E un altro ancora. La conseguenza è ovvia. Il lupo lo assale nuovamente, stavolta senza difficoltà, essendo lui già a terra. Lucilla assiste allo spettacolo con un senso di morte nel suo viso grondante di lacrime e sudore. E nelle sue gambe ancora zuppe di piscio. 

Senso di morte anche per lei. Che la morte ancora non l’ha avuta. 

Terminata anche questa vittima, stavolta il lupo pare allontanarsi. Lanciando un ragliante ululato misto al verso di un cinghiale. Il re della collina è sazio. E il suo stomaco distorce abbastanza bene il suo inconfondibile verso. E la sua bocca è grondante di frattaglie umane.

Dopo essersi accertata che l’animale è ormai lontano e ha oltrepassato il tornante, Lucilla prova a muoversi. Riesce a fare un bel po’ di passi, scalza e spiritata. Ma eccola di nuovo per terra, tramortita da una ferita al petto che, una volta tornata eretta, si è messa a grondare. La posizione di prima, con il corpo rivolto all’indietro nel finestrino distrutto, le aveva almeno risparmiato l’immediato dissanguamento. 

La donna prova a strisciare. Ma quel rantolo si fa sempre più fino. Le sue mani hanno sempre meno forza per brulicare.  

Lucilla resta ferma lì. Sanguinante, sudata e piena di graffi. Ma respira ancora forte. E quel respiro sembra il suo unico modo per fare uscire dalla voce un richiamo. Un modo per invocare aiuto. In quella umida nottata siciliana d’estate, dove i suoi amici e suo marito hanno trovato la morte. Laddove erano convinti che quell’animale feroce non esistesse piu. O forse neanche lo sapevano che in un’isola fossero mai esistiti i lupi. Poco importa. Fatto sta che la loro scarsa conoscenza dei fatti li aveva puniti atrocemente. Forse anche troppo. 

Lucilla è lì. Ma il lupo credevate davvero fosse andato via?

Mentre prova a pronunciare queste parole tra sé e sé. “E sì che ero curiosa di nuovi toselli, ma non come questo” e sta continuando a respirare, l’animale torna alle sue spalle per annusarla. E darle infine un lancinante morso alla giugulare, che la lascia stavolta completamente tramortita. Ma non morta. 

Riesce infatti a girarsi un’ultima volta, facendo cadere il viso per terra. Mentre per quella striminzita stradina di montagna non passa nessuno. Proprio nessuno.

Intanto si è fatta mezzanotte. E l’ultimo esemplare vivente di lupo siciliano, il Canis Lupus Cristaldii, ulula fiero e tranquillo più che mai, mentre vaga in un punto ancora più alto di quella montagna che sovrasta Pizzo Gilormo. Quella stessa montagna in cui, qualche anno prima, avevano perso la vita sotto il fucile i suoi ultimi simili, tra cui i suoi genitori.  

Per lui, ormai solo e senza eredi da poter mettere al mondo, può iniziare comunque un’altra delle sue avventure. 

Mentre Lucilla, ormai stremata da ore sul ciglio della stradina, intravede nei suoi occhi umidissimi una luce. È una luce pallida, ma arrotondata e raddoppiata. Sembrano due fari. Ma anche una eco dall’altrove.  

E quella luce è sempre più vicina. Sempre più forte.  

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Gianmarco Cilento
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    Liscio al Seltz. Un racconto di Gianmarco Cilento
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