Costellazione. Un racconto di Aurora Martello
Il colletto della camicia sfrega contro la pelle arrossata a ogni gradino. I lucernari delle scale scoprono un cielo grigio. Settembre è arrivato e l’ultima traccia dell’estate gli è rimasta impressa in quella scottatura che non aveva fatto altro che ricordargli Lei.
Quando la pelle morta aveva cominciato a staccarsi, gli era sembrato un segno. Avrebbe voluto che accadesse lo stesso con la sua mente: liberarsi dei ricordi un lembo alla volta, finché non l’avesse scorticata completamente. Invece, aveva provato a ricacciarli in profondità, sperando che prima o poi sbiadissero.
* * *
«Non metti la crema solare?»
«Mai».
«Ti scotterai».
Lei insistette finché Lui non cedette. Gli spalmò la crema sulle clavicole con lentezza, soffermandosi a studiare i nei, le pieghe del corpo. Lui le cosparse il viso di crema solare. Lei rise, cercando di vendicarsi. Si rincorsero sulla battigia come bambini. Era il tempo delle prime volte, quando bastava una semplice carezza per farla sussultare. Non si era mai innamorata d’estate. Rimasero in spiaggia fino al tramonto. Lui si addormentò sul suo petto e Lei continuò a leggere accarezzandogli i ricci incrostati di salsedine. Pensò che, se avesse dovuto chiudere gli occhi anche Lei e non riaprirli più, sarebbe stata felice che quello fosse il suo ultimo istante di vita. Di attimi così ne sarebbero arrivati altri, così luminosi, che glieli avrebbe confessati chiamandoli “La mia costellazione”.
* * *
L’ultimo giorno della loro ultima estate non si erano scambiati neppure uno sguardo. La notte prima avevano litigato. Lui stremato si era voltato dall’altra parte, addormentandosi pochi minuti dopo. Lei era rimasta a piangere. Nel sonno erano stati entrambi attenti a non oltrepassare il confine invisibile che si era delineato sul lenzuolo dove nessuno dei due allungava più una mano in segno di resa.
Il mattino erano comunque andati al mare. Lei si era spalmata la crema da sola, provando con fatica a raggiungere la schiena. Infine, ripose la crema tra i loro asciugami, divisi, come il letto, da un piccolo lembo di sabbia insuperabile.
* * *
Lui era andato al mare per il fine settimana, lasciandole il tempo e lo spazio necessari per impacchettare le proprie cose.
Al ritorno, la casa è buia, proprio come Lui la preferisce nei mesi più caldi. Tutte le veneziane sono abbassate. Lei ha sempre preferito sopportare il caldo piuttosto che rinunciare alla luce; prima di andarsene, però, deve aver voluto rispettare quella che immagina diventerà la nuova legge della casa, la stessa che Lui ha sempre imposto e Lei puntualmente disatteso. Per anni hanno giocato così: Lui abbassava le veneziane, Lei le rialzava. Adesso non c’è più nessuno con cui contendersi quel monopolio.
Lui non accende alcuna lampada. Nella penombra può illudersi che gli oggetti di Lei siano ancora al loro posto, senza che la luce ne riveli l’assenza.
Il bruciore sulla nuca si fa più intenso, come una trama di aghi sotto la pelle. In bagno apre l’armadietto dietro lo specchio, cercando qualcosa che possa dargli sollievo. I ripiani di Lei sono completamente vuoti.
* * *
Quando avevano preso in affitto quella casa ed erano entrati per viverci insieme, le stanze producevano ancora eco. Avevano comprato poche cose; per il resto, avevano accostato ciò che ciascuno possedeva già, come se bastasse avvicinare gli oggetti per consegnarli a una vita comune. Si muovevano tra gli scatoloni parlando al plurale, decidendo dove avrebbero dormito, dove avrebbero mangiato, su quale parete avrebbero sistemato le fotografie. Ogni scelta, anche la più insignificante, sembrava dare forma al futuro che avevano appena cominciato ad abitare. In bagno, Lei aveva occupato quasi tutti i ripiani dietro lo specchio. Lui l’aveva presa in braccio perché potesse raggiungere quello più alto, divertito dalla quantità di oggetti inutili che aveva portato con sé.
Più tardi in camera da letto erano rimasti abbracciati a guardare il soffitto e parlare. Quella superficie liscia li rassicurava: sarebbe rimasta immutata sopra di loro, attraversando tutte le notti e tutte le mattine che avrebbero condiviso.
* * *
Lei sosteneva che l’amore poteva finire nello stesso modo in cui cambia lo sguardo su un neo nel volto di qualcuno. Per anni non ci facevi caso una mattina ti svegliavi e non riuscivi più a vedere altro. Quel neo finiva per occupare l’intera faccia di chi avevi davanti, fino a rendere insopportabile persino ciò che un tempo avevi amato. Sdraiato accanto a Lei, con gli occhi rivolti alla macchia di umidità comparsa sul soffitto, Lui si domandò se le fosse accaduto proprio questo. Se ormai, guardandolo, riuscisse a vedere soltanto ciò che la infastidiva. Si chiese anche se non fosse stato Lui a renderla così distante e incerta, a spingerla a cercare in ogni sua parola la conferma di essere ancora amata.
Poco dopo, però, il pensiero scivolò sulla chiazza grigia e sull’urgenza di chiamare il proprietario di casa l’indomani.
* * *
Il muro che Lei aveva riempito di fotografie è vuoto. Al loro posto sono rimasti soltanto rettangoli di parete più chiari, mentre tutt’intorno la vernice si è ingiallita con gli anni.
Prende il telefono e scrive: «Vuoi venire qui?».
Nell’attesa di una risposta, apre il frigorifero in cerca di una birra. Ne fuoriesce un odore acido. Tutto è andato a male. Nel congelatore il ghiaccio si è sciolto e l’acqua si è raccolta sul fondo; le confezioni sono molli, alcune si sono aperte lungo i bordi. Durante il fine settimana deve essere saltata la corrente.
Rimane chino davanti al frigorifero, cercando di capire da quanto tempo la casa sia senza elettricità. Poi, si precipita nella stanza in cui Lei dipingeva.
* * *
Una sera, tornando dall’ufficio, aveva trovato l’acquario in soggiorno, con un fiocco rosso annodato sghembo sopra il vetro. Anni prima le aveva raccontato che da bambino ne aveva desiderato uno senza mai averlo. Lo aveva detto quasi per caso, come si raccontano certe mancanze quando sembrano ormai troppo lontane per poter essere colmate. Lei, invece, se n’era ricordata.
I pesci erano andati a sceglierli insieme. Nel negozio avevano percorso lentamente il corridoio delle vasche illuminate, finché si erano fermati davanti a due Corydoras che si rincorrevano tra le piante, si perdevano per pochi istanti e tornavano sempre a cercarsi.
Durante il tragitto verso casa Lui teneva il sacchetto di plastica sulle ginocchia con entrambe le mani. Ogni tanto si voltava a guardarla mentre guidava, il profilo concentrato sulla strada. Provava una gratitudine così piena da non riuscire a esprimerla. Con Lei era amato con una cura che non aveva mai conosciuto.
Quella sera erano rimasti a lungo davanti al vetro, seguendo i pesci mentre esploravano il piccolo mondo che avevano preparato per loro. Quell’istante avrebbe addolcito persino la morte se l’avesse colto. Ecco, pensò, era appena nata la sua di costellazione.
* * *
Fu Lei a credere che, per riparare l’amore, servisse soltanto qualche gesto in più. Lui, invece, si sentiva chiamato a dimostrare un sentimento che non riusciva più ad abitare con la stessa naturalezza. Non perché l’idea di perderla gli fosse indifferente, ma perché ogni tentativo di trattenerla gli mostrava quanto ormai faticasse a raggiungerla.
Anche l’acquario seguì lo stesso destino. Lei cominciò a occuparsene sempre più spesso da sola. Quando cambiava l’acqua, aspettava qualche istante prima di sollevare il secchio, lasciandogli il tempo di accorgersene e aiutarla. A poco a poco, non fu più il gesto a contare, ma ciò che ciascuno credeva di leggervi. Avevano smesso di concedersi il beneficio del dubbio. Si conoscevano ancora abbastanza da intuire le fragilità dell’altro, ma non più abbastanza da proteggerle.
Arrivò il silenzio e Lui ne fu sollevato: non doveva più spiegare ciò che nemmeno riusciva a comprendere. Solo più tardi si accorse che Lei aveva smesso di aspettare che fosse Lui a sollevare il secchio.
Quando se ne andò, i pesci rimasero lì. Era stato un regalo, poi qualcosa di vivo da custodire insieme, infine una delle tante cose intorno alle quali avevano smesso di incontrarsi.
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Quando apre la porta dello studio l’aria sa di putrido, proviene dall’acquario dove l’acqua è così torbida da nascondere il fondo. Si distingue soltanto il blocchetto di mangime che Lei ha lasciato prima di andarsene, quello che avrebbe dovuto sciogliersi lentamente e nutrirli per tutto il fine settimana. Senza corrente, il filtro si era fermato e l’acqua aveva smesso di ossigenarsi. I pesci galleggiano nell’angolo sinistro, con i corpi gonfi, adagiati l’uno sull’altro. Sono morti insieme. Gli sfugge una risata perché immagina cosa avrebbe detto Lei per sdrammatizzare: che avevano scelto il momento perfetto per morire, l’uno accanto all’altro. Un ultimo punto della loro costellazione. Si lascia cadere a terra e piange. Il citofono suona. È la donna alla quale ha scritto, una donna che non è Lei. Lui non si muove. È altrove, rannicchiato dentro la sua costellazione finché non troverà la forza di uscire e andare a comprare altri due Corydoras.
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Aurora Martello è nata a Lamezia Terme nel 2002. Nel 2020 vince il concorso nazionale Lettere d’amore ai tempi del Coronavirus. È coautrice dei saggi Francesco Fiorentino poeta (2022) e Storia di un’affinità elettiva (2024) e ha pubblicato diversi racconti su riviste online. Nel 2026 vince il concorso letterario FUTURA – Raccontare la Lombardia, promosso da Fondazione Mondadori. Ha inoltre partecipato alla prima stagione del programma Rai Il Club – Canzoni sotto la pelle.