Cinque poesie di Claudio Di Consoli
Cinque poesie di Claudio Di Consoli, giovane autore romano classe 2005, è una metropoli crepuscolare delle ore più misere di settembre, in cui marciapiedi, sigarette, piazze, tram si fanno teatro di una malinconia generazionale, personificata sul piano reale dall’Io del poeta. Nel verso libero, a tratti frammentario, a tratti vicino alla prosa lirica, trova luogo un amore spezzato, disincantato, che non cede a retoriche stilnovistiche né a richiami simbolisti, ma si consuma qui ed oggi, nel necessario quotidiano dei grigi cortili di un istituto tecnico. È poesia vera e vera poesia quella di Di Consoli, che, attraverso cinque componimenti, lascia presagire un futuro luminoso per i suoi versi, ai quali le mie parole più belle sono ancora da dedicare.
Salvatore Giuseppe Di Spena 28/9/2025
***
Ma la tua strada è lì
dietro il giardino delle arance
il tuo momento,
la tua nevrotica attesa verso tempi incerti
splende un poco più in là, verso un’alba che circonda le case a schiera,
ora che la città non è più in città e il tuo volto è pallido, asciutto
come un cielo senza colpa;
tu sai che le nove meno dieci portano il sole che illumina i vicoli
e le casette buie del vecchio secolo
dove i bagolari non tremano da giorni, le canzoni, gli stereo argentati;
niente tace più di questa mattina, e nella piccola piazza
riprende il suo getto la fontanella dimenticata
dove si abbeverano soltanto i bambini e i poveri; dove lui si è tolto la vita
quando di questa restavano ore e momenti.
Il treno partirà fra poco e i tuoi piedi conteranno i sassi uno per volta,
le arance però aspettano a spuntare dalle mura
come i cani ancora dormono col muso confortato dalla notte;
dietro quella chiesa, ricordi?
Ora mi amano questi giorni di giorni, queste profezie di pietra
che ci deludono sempre.
Che colpe abbiamo se scoprire il mondo si fa dai nostri occhi,
se il tuo volto splende come la sabbia
sotto il candore della luna?
Se mi consumo in te,
quando amare è come nascere a volte, e come non nascere mai.
***
Adesso sdraiati
su questa terra senza dolore,
corri per questo campo di inutile battaglia.
Il tuo volto è tra i castagni e il cemento
le tue mani mi ricoprono di terra;
oggi che attendi una svolta sotto il cielo
è splendente il sole nei cortili dell’Itis.
Il tuo volto è tra i castagni e le autostrade
ti cammino sulle caditoie
coi voyeur ai balconi, con le mani alle inferriate
sapevo che ti avrei amata
stamani
sotto il volo scosceso delle rondini, alle ore più misere
di settembre.
Il tuo volto è tra i castagni e i per sempre mancati
dei tuoi vent’anni resteranno
i mozziconi bagnati, i commiati, le occasioni volute.
Ora combatti senza pietà di avermi;
dei tuoi vent’anni resteranno le ore d’amore.
***
Corrono le strade al mio passaggio
i negozi
ora che mezzomondo si sveglia ricominciano le luci
i primi albori dei tram e le ferrovie
disabitate, offuscate dagli scheletri dei cappotti
La pioggia appena bagna gli arti
si nasconde nei piazzali
dove riposano le puttane, ad ogni passo retrocede l’ansia
(«è paura di non esistere»)
l’ennesima notte inossidabile
trafigge il ventre mi circonda di sé, ad ogni passo mi conduco:
scivola una curva di palazzi, dal ponte casilino
una nuvola mi sorride
poi fugge, mi fugge via dietro una tettoia
(«ancora entro nelle case di nessuno, e cammino in queste camere spente»)
lui parla come fosse mio fratello,
ha le memorie di legno
lui mi abbraccia come fosse mio padre
(«è settembre il mese più crudele di tutti»)
amico sono anni che non porto con me i documenti
la tessera sanitaria,
è ciò che resterà di noi nei database
sui fili elettrici dei pali della luce – noi rimarremo lì quasi particelle
quasi dico perché sgorgheremo dalle tubature.
Ma il suo sguardo in qualche modo dice:
«vivere, altrimenti che fare che farsene?»
***
Ma io sono certo
che sul tram non è importante il movimento,
la corsa,
il rumore del ferro quando si uniscono le occasioni
a una vita standard,
ora che lei ripete di aggrapparmi a un posto libero
studia con gli occhi prospettive che separino
me da un imprevisto
(come donna si forgia negli scossoni dei dossi,
quando le frenate brusche
spingono il volto appena, e accarezzano i capelli).
Tra i movimenti ottusi di chi sgomita
nei gesti ossessivi
per me sento di dover affrontare un mare
per venire in contro a lei,
«e poi senti tutta questa voglia di restare?»
«questa voglia…»
«di esserci,
dico di esserci
per sempre»
***
Dietro un angolo
l’edicola,
la temperatura della terra controllata
– accertato lo stato di benessere –; restano chiuse le distillerie,
i magazzini quasi pieni in via dei lucani.
Passeggio
con in testa qualche imperativo assoluto,
come guardarsi allo specchio nonostante.
È il tempo in cui le ore suonano dure,
quando il succo caldo delle cellule percorre gli zigomi
(perfino)
e le fughe di gas sono estinte – quelle intenzionali.
Ci si prepara agli amori che ripartono;
tutto torna in compagnia di un ricordo.