Elephant Brain – Almeno per ora: Il Limbo Dorato
Due settimane fa mi sono svegliato con l’ansia. Non quella di quando sei sotto scadenza a lavoro, ma quella particolare che ti prende quando escono due dischi che aspetti nello stesso giorno.
Instagram mi bombardava: HACHIKO con SESSO GAY e gli Elephant Brain con… qualcosa. Il feed era un casino, le stories si accavallavano, e io ero lì con le cuffie in mano che non sapevo da dove cominciare. Poi ho capito che mi ero fatto fregare dall’hype: gli Elephant Brain avevano rilasciato solo Impareremo a perdere, l’ennesimo singolo prima del disco vero.
“Almeno per ora” è arrivato davvero solo oggi. E dopo quasi 10 anni dal loro EP omonimo (ok, sto arrotondando per eccesso, ma fatemi essere drammatico), eccoci qui.
La strategia del conta-gocce
Se non sapete chi sono gli Elephant Brain, vergognatevi. No scherzo, avevo già parlato di Canzoni da odiare, ma per i pigri: quintetto di Perugia, attivi dal 2015, alternative rock.
La cosa particolare di questa band è che ci hanno sempre viziato con la strategia del conta-gocce: un singolo qui, uno là, poi li accorpano nell’album. È come quando tua nonna ti dava gli assaggini mentre cucinava il pranzo della domenica.
Infatti conoscevo già: “Sto meglio” (da più di un anno), “Una casa in cui tornare” (maggio 2024), “Benedici” (con i Voina), e il recentissimo “Impareremo a perdere”.
Ma aspetta, perché il contesto cambia tutto.
Woodworm + Universal: le novità
Prima di entrare nel disco, un dettaglio che dice tutto: pubblicato da Woodworm (pilastro dell’indie italiano) ma distribuito da Universal Music Italia. È quella via di mezzo perfetta tra “siamo ancora underground” e “però vogliamo che ci ascoltino in più di 100 persone”. È il limbo dorato delle band che ce l’hanno quasi fatta. Ed è esattamente dove gli Elephant Brain stanno benissimo.
9 tracce di quasi-felicità
“Il nulla è già molto”
Il disco si apre con una ballad. Dopo anni di chitarre distorte e problemi da millennial, partono piano. È il cambiamento che mi aspettavo da quest band.
Poi però, quando ti adagi un attimo, arrivano le chitarre distorte. L’avvilimento nel testo è lo stesso di sempre, ma confezionato meglio, con qualche scream nei cori messi con consapevolezza.
Questo inizio è come quando trovi il primo lavoro: ti vesti bene durante tutta la settimana per andare in ufficio, ma il fine settimana ti trovi comunque a mangiare cereali in mutande alle 3 del pomeriggio.
“Impareremo a perdere” – La formula magica
Il singolo del 26 settembre urla l’identità degli Elephant Brain ai quattro venti. Hanno applicato la loro formula: quella cosa che li rende riconoscibili anche se li senti dal cellulare dell’auto accanto in mezzo al traffico. Non reinventa niente, ma quando una cosa funziona, perché cambiarla?
Ma non è la traccia migliore del disco.
“Solo un’altra domenica” – Il ritorno alle origini
Ecco, questo è il pezzo che mi ha folgorato. Strizza l’occhio al primo EP, quello del 2015, quando ancora era tutto indefinito ma avevano quella fame. Le chitarre distorte sono crude, dirette, senza fronzoli. È come ritrovare una foto di quando avevi 20 anni e pensare “cazzo, ero felice e non lo sapevo”.
“Sto meglio” – Il singolo che invecchia come il vino
Lo ascolto da più di un anno e ancora non mi ha stufato. Forse perché è il singolo meglio riuscito di tutto il pacchetto e si lega fortemente a Canzoni da odiare. O forse perché dopo un anno di ascolti è diventato una colonna dei miei ascolti, come quelle canzoni che metti quando non sai cosa ascoltare. Anche se con questo album probabilmente rivedrò le mie priorità.
“Benedici” feat. Voina – La rivalutazione necessaria
Quando era uscito come singolo l’avevo snobbato. Suonava poco Elephant Brain, troppo contaminato. Fortunatamente ho sospeso il mio giudizio fino ad oggi. Preso insieme alle altre tracce dell’album calza a pennello. È quella traccia che da sola non dice niente ma nell’economia del disco diventa fondamentale. Come il sale nella pasta: da solo fa schifo, ma senza non è pasta.
A volte bisogna solo aspettare il contesto giusto.
“Non conta niente” – Il momento catartico dal vivo
Questo pezzo non vedo l’ora di sentirlo live. È quello che metteranno verso la fine del concerto, quando tutti sono sudati, ubriachi giusto il giusto, e pronti a cantare abbracciati con sconosciuti che per una sera diventano fratelli.
Ogni disco degli Elephant Brain ha il suo momento catartico. Stavolta sono riusciti a superarsi pur rimanendo fedeli a se stessi. È leggermente diverso ma decisamente più potente.
“Le prime luci” – L’esperimento che funziona
Piano e voce all’apertura. Pensi: “Ok, momento intimo”. Poi ti investe un muro di suono che non ti aspettavi. I cori ti fanno venire la pelle d’oca anche se hai 3 maglie addosso e una coperta.
È un esperimento che poteva andare malissimo. Invece è una delle tracce migliori del disco. A volte rischiare paga e anche bene.
“Una casa in cui tornare” – Il singolo di maggio che ancora regge
Altro pezzo che conoscevamo da mesi. Nel disco trova la sua dimensione, incastrato perfettamente tra “Le prime luci” e la conclusione. È il respiro prima del tuffo finale.
“Almeno per ora” – La chiusura perfetta
Il disco si chiude con la title track, ed è una conclusione che ti lascia esattamente dove volevano lasciarti: non completamente soddisfatto, non completamente deluso. In bilico. “Almeno per ora” non è solo un titolo, è una filosofia di vita. È accettare che le cose non sono perfette ma vanno bene così. Per ora.
Le relazioni del 2025 e una grande assenza
I temi restano quelli di sempre: amori che prendono strade sbagliate, situazioni intricate, quella sensazione costante di essere a un passo dalla felicità senza mai riuscire ad afferrarla. La musica diventa il mezzo per affrontare le difficoltà, senza dover contare unicamente sul tempo che passa: uno stimolo per restare ancorati al presente nonostante le paure. Il tutto è accompagnato da un evidente passo avanti nella scrittura e nella composizione musicale.
Un dettaglio fondamentale di questo disco, in linea con i lavori precedenti, è la sua natura fortemente “live-centrica”: ogni brano è pensato per funzionare al meglio sul palco, davanti a un pubblico affezionato o nuovo, con l’obiettivo di trasmettere energia e coinvolgere.
Eppure, c’è una grande assenza. Nei dischi precedenti c’era sempre il pezzo sulla compagnia di amici e le feste. Qui no. È un segnale di cambiamento fortissimo. Che siano cresciuti? O semplicemente la festa è rimasta qualcosa di intimo da dedicare alle uscite degli album?
Il disco dei quasi arrivati (ed è un complimento)
Almeno per ora, è il disco di una band che ha capito chi è, ma non ha smesso di cercarsi. Sa di essere brava, ma non se la tira. Potrebbe fare il salto, ma forse sta bene così: in quel limbo dorato tra l’underground e il mainstream.
È un disco onesto, solido, che cresce a ogni ascolto. Ricco di brani che finirai per canticchiare sotto la doccia senza ricordare quando li hai imparati.
Gli Elephant Brain sono cresciuti senza invecchiare, maturati senza perdere la fame. Hanno imparato a confezionare al meglio i loro vissuti. Sono esattamente dove dovevano arrivare. E forse è proprio questo il punto: non tutte le band devono conquistare il mondo. Alcune devono semplicemente continuare a fare dischi sinceri per chi li sa ascoltare.
Vi ricordo che l’album è disponibile anche su Youtube e su tutte le altre piattaforme di streaming e se volete fare il passo in più potete acquistare il vinile dall’Universal Official Store .
Almeno per ora, va bene così.
Se hai bisogno di altre ansie confezionate bene
→ Elephant Brain – Canzoni da odiare: Il Disco Nato nella Pandemia
Il loro lavoro precedente, quando ancora non sapevano che sarebbero cresciuti così bene.
→ CALMI – Una comune esperienza umana: 25 Minuti di Overthinking in Lo-Fi
Se ti piace quando la voce scompare sotto i muri di suono e l’ansia diventa soundtrack.
Altri dischi che non ti faranno sentire meglio ma almeno ti faranno sentire capito nella sezione musica.
Al prossimo disco.
Ero un metallaro, oggi mi ha mangiato il mondo alternative. Sono sempre alla ricerca di nuove sonorità che scuotino, con un piede nel caos e l’altro nei suoni underground, in una costante commistione di voci distorte e percussioni che imitano il battito del mio cuore. Ah, ovviamente, non prendermi troppo sul serio. Sono un idiota tanto quanto te.
