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Approfondimenti

La cultura dello stupro.

By Arianna T. Anello
25 Novembre 2016 4 Min Read
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Innanzitutto è d’obbligo fare la distinzione tra stupro e violenza carnale.
Lo stupro è una costrizione tramite violenza o minaccia a compiere o subire atti sessuali, la violenza carnale, invece, ha luogo con un vero e proprio rapporto sessuale.
Quindi è stupro qualsiasi forma di costrizione con la forza fisica o con la forza psicologica, con l’utilizzo di qualsiasi oggetto (naturale o artificiale).
Ed è stupro qualsiasi forma di violenza fisica anche sugli uomini, i quali dalla nostra società, ancora troppo maschilista, vengono definiti “meno uomini”. E non sto parlando solo di persone transgender, ma anche di uomini cisgender. Nel 2016 si ricorre ancora troppo spesso alla violenza, con troppa facilità e ancora troppo spesso non ci rendiamo conto che sono gli stupratori ad essere “meno uomini” e le stupratrici (termine che non si sente mai, che suona male, ma che esiste) ad essere “meno donne”.
A tal proposito, è doveroso ricordare che quasi ogni città ha un centro antiviolenza per donne, ma uno solo, a Roma, per gli uomini.
Gli effetti dello stupro sulla vittima possono essere diversi: shock, confusione, ansia, insensibilità, in alcuni casi ci può essere una sindrome acuta da stress e la percezione che ciò che sta accadendo non stia realmente accadendo, pensieri ossessivi, incubi, depressione (il 17% delle vittime di stupro si tolgono la vita), rabbia, vergogna, senso di colpa, mancanza di fiducia, rifiuto di tutto ciò che ha a che fare con la sfera sessuale, alcol e droga.
La maggior parte delle volte la vittima e l’aggressore si conoscono, ma si può parlare addirittura di “cultura dello stupro”?
Nella nostra cultura, storicamente, lo stupro è normalizzato, giustificato o incoraggiato. Lo stupro fa parte della nostra cultura. Ancora oggi, nel 2016, pensiamo: Sì, ok, è grave, ma c’è di peggio. Poi magari lei lo voleva anche. Se l’è cercata. Si veste come una cagna in calore. Gli uomini devono fare gli uomini, sono delle ragazzate…”
Lo stupro molto, troppo spesso, soprattutto da parte dei giovanissimi, soprattutto se lo si fa in gruppo è giustificato.
“Ero con gli altri, era una goliardata, non è così grave”.
E continuiamo a dire che le donne, ancora oggi, non sono viste come degli oggetti sessuali dei quali disporre a proprio piacimento. No. Assolutamente no.
La cultura dello stupro non è alimentata da un sacco di frasi tipiche, purtroppo spesso “intonate” come dei ritornelli dalle stesse donne perché, è risaputo, i peggiori maschilisti a volte sono proprio le donne. “Se hai messo (o non messo) quel determinato indumento è ovvio che vuoi che qualcuno te lo metta da qualche parte”. A tal proposito è bene parlare di “slut shaming” (“onta della sgualdrina”), il fondo della nostra giovane società. Lo stupro è spesso incoraggiato. Prendete le foto di qualunque ragazza che abbia la scollatura in vista e che abbia un profilo pubblico. Una qualunque. Scorrete tra i commenti e, a meno che non siano stati eliminati, sarà comunissimo trovare: “Cosa ti farei”, “Dovrebbero stuprarti”, “E’ uno spreco che qualcuno non te lo abbia infilato”.
Negare il problema non ci aiuterà ad uscire da questa situazione o a migliorarla. A far sì che le persone siano sensibili a tali tematiche. E dire che la cultura dello stupro è un’invenzione delle povere femministe che non si fila nessuno non aiuta, non è utile.
Basta farsi un giro su Internet. Facebook, Instagam, Ask, YouTube, Wikipedia o un qualsiasi giornale online per rendersi conto che la cultura dello stupro esiste. Anche solo negare l’esistenza della “cultura dello stupro” è “cultura dello stupro”.
Basti pensare che fino a qualche anno fa, all’interno del matrimonio lo stupro era legale e prima del matrimonio era perdonato proprio con il matrimonio. Questa non è “cultura dello stupro”? Perché? “Lo sapevi, lo hai sposato, sapevi benissimo che prima o poi sarebbe successo. Sai che l’uomo ha le sue necessità. Non fa niente se piangi, non fa niente se non vuoi. Non fa niente se lui ti prende con la forza. E va beh.” Questa non è cultura dello stupro?
Dobbiamo essere stanchi di ascoltare frasi che spesso negano l’evidenza. Basta leggere o ascoltare qualsiasi notizia del genere: “Un branco ha stuprato una ragazzina e poi le hanno della troia”.
Vai ad un festival musicale e vieni violentata nel parterre con la gente che intorno ti guarda e non dice niente (com’è successo in Svezia qualche mese fa).
C’è un’omertà di fondo che ci fa marcire dentro, tutti.
Ho il diritto, in quanto donna, di poter indossare o non indossare ciò che voglio senza dover avere paura che qualcuno possa approfittare di me.
Pensiamo al caso limite delle prostitute. Loro non possono essere stuprate? Le donne che, per un motivo o per un altro, sono costrette a prostituirsi giustificano con il loro “mestiere” l’aggressore?
Pensiamo poi agli uomini in generale. La lingua italiana, anche quella più volgare, non ha un corrispondente maschile di “troia” o “puttana”. Anche nell’aggettivo “puttaniere” la colpa ricade sulle donne, casualmente la donna è una poco di buono, ma l’uomo fa sempre la parte del “figo”.
Non è questa cultura dello stupro?

 

La mia riflessione è nata dopo aver visto questo:

Letto: 11
Arianna T. Anello

Parlo tanto, ma mi piace ascoltare la musica e le opinioni altrui. Sono una studentessa di Liceo Classico, adoro studiare il passato e osservare le stelle, vecchi filmini di famiglia di milioni di anni fa. Amo i viaggi in treno, la musica nelle cuffiette, il sole, le notti stellate, le persone, la mia terra e il teatro.

  • Arianna T. Anello
    Io sono arbëreshë e mi sento tale.
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    La ricerca della felicità è la parità.
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  • Arianna T. Anello
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Arianna T. Anello

Parlo tanto, ma mi piace ascoltare la musica e le opinioni altrui. Sono una studentessa di Liceo Classico, adoro studiare il passato e osservare le stelle, vecchi filmini di famiglia di milioni di anni fa. Amo i viaggi in treno, la musica nelle cuffiette, il sole, le notti stellate, le persone, la mia terra e il teatro.

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