La “Troppa grazia” di Gianni Zavasi e l’invito a edificare la propria chiesa personale, “Il miracolo non arriva mai al momento giusto”

Chi l’ha detto che un film deve per forza durare 2 ore e avere un’unico movimento dall’inizio alla fine per ritenersi un buon film? In “Troppa Grazia” ultimo film, nelle sale italiane dal 22 novembre, del regista Gianni Zanasi, il tempo non ha particolare rilievo, perché nell’ora e mezza di scene alternate dall’inizio alla fine lo spettatore non trova un solo minuto per annoiarsi o per sbadigliare. È nell’ultima mezz’ora che il film trova uno svolgimento netto, ma poco prima è una bellissima metafora mista fra psicologia, attualità, presente.

Gli attori, fra i protagonisti Alba Rohrwacher (Lucia) ed Elio Germano (Arturo), sono calati in un’interpretazione spontanea, diretta, semplice. Un linguaggio, in un cornice fotografica magnetica, dai colori vivi, è quello della modernità. La trama descrive il presente, fra lo smarrimento sociale ed economico, causa di povertà, precariato, corruzione, disperazione per molti giovani. La felicità appare come un accontentarsi o come scendere a compromesso e guadagnarsi quel poco che basta per campare. Ma ci sono, sullo sfondo, le prese di coscienza, le paure, gli interrogativi…

E poi le visioni. A Lucia, appare la Madonna. Le appare sull’Onda, il terreno lungo cui mappature storiche mostrano dati sbagliati, frutto di una burocrazia corrotta, e su cui Lucia, da geometra, è chiamata, inizialmente a sua insaputa, a chiudere un occhio e a costruire un progetto. Ma la Madonna, che appare e scompare, e che ha le sembianze di una profuga, con accento straniero, le intimerà di costruire una chiesa. La Madonna, del film di Zagasi, è assai lontana dalle immaginette che si trovano nelle chiese del mondo. Ha un viso neutro, un velo blu e un vestito verde. In più alza le mani su Lucia, appare più umana possibile, una donna che come tante donne è fragile, ma conosce bene quel che dice, e quel che vuole. Il bene.

Nel viaggio, teso a delineate il rapporto con Rosa, figlia adolescente di Lucia, e la sua storia finita con Arturo, Lucia inizia a credersi pazza. Le medicine indicate dallo psichiatra non servono a nulla. Sono solo continui flussi di coscienza che, fra un’apparizione e un’altra, la riportano ai dischi volanti di giostre colorate da bambina, e alle stelle cadenti che, insieme alla sua mamma, vedeva cadere sull’Onda di un pic-nic da piccola.

Fino a che punto siamo orientati a seguire la strada della moralità di contro a quella della corruzione? Può il successo rendere la vita felice? È faticoso credere che, nonostante tutto, è bene andare avanti con sacrificio, salvaguardare la propria integrità, per raggiungere quella felicità? La differenza fra bene e male, nella “Troppa Grazia” di Zavasi è un pugno al cuore dolce, delicato, e pieno di follia, quella che rimanda a certi sogni d’infanzia poi spazzati via dal disincanto dei problemi di ogni giorno. Infine la fede. Non quella cercata e quasi mai trovata nelle chiese edificate in terreni non controllati dalle normative di legge, ma la fede, la spiritualità del cuore, quella che troviamo nella nostra voce. Questo il messaggio che arriva dritto, preciso, e commuove nel finale. Quando dopo una bomba sotto quel terreno, per miracolo, spunta una grotta dall’acqua magica, in una notte stellata. Credere in sé stessi, questa la fede. Vivere seguendo la propria voce, con attorno la tua personale chiesa. Perché alla fine di tutto il nostro andare appare, inaspettata, la bellezza.

 

 

Valeria D'Agostino

Giornalista pubblicista

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