La montagna perduta

È mattino presto quando ci svegliamo. Non è ancora l’alba e già indossiamo gli abiti invernali e calziamo gli scarponi da montagna. Chiudiamo la porta di casa e ci avviamo verso la nostra destinazione: il Monte Pollino, la vetta sacra della Calabria.

Cammino per il bosco dove inizia la salita e penso. Perché sono qui? Perché sono ritornato? Mi guardo intorno e il paesaggio è surreale. Guardo il bosco spoglio e le vette senza neve e mi attanaglia un dolore sopito.

Il dolore di quando ho promesso che non avrei più sofferto per il destino della montagna, di quando ho deciso che avrei smesso di salire in questi ambienti ormai perduti. Qualcosa si era rotto in me. Eppure, eccomi di nuovo qui, tra i miei amati monti.

Il mio amore per la montagna non ha nulla di sportivo o di eroico; non provo interesse per l’impresa fisica, né mi importa la gloria fine a sé stessa.

Sono cresciuto all’ombra di alcuni monti anonimi. Erano carburante per la mia fantasia, e questo mi bastava. Guardavo curioso ogni giorno il profilo di quei monti e mi chiedevo: “e lì su, cosa ci sarà?”. Alcune notti aprivo le finestre e fissavo le poche luci presenti sui fianchi del monte, tremolanti nel gelo notturno. Come il luccichio delle stelle, i miei occhi si illuminavano per mere parvenze, per illusioni e sogni.

E così che germogliò in me il seme dell’avventura. Chiedevo agli adulti cosa mai ci fosse lì sopra, e sempre ricevevo risposte deludenti: “non so”. Mi fu chiaro che non avrei ricevuto risposte dalle parole. Era necessario salire direttamente lì su, per vedere coi miei occhi. Così un giorno, senza alcuna esperienza o informazione, partì a piedi da casa, con l’idea di raggiungere quelle cime che tanto sognavo. Fu un fallimento, non arrivai neppure a metà percorso e mi riportarono a casa.

Ma cosa importa? E qual è il beneficio di un successo sicuro quando si è giovani? Molto meglio la gioia strozzata, l’attesa apatica che fiorisce in speranza. La rinuncia in gioventù si eleva e diventa passione irrefrenabile. Divorare il mondo senza conoscerlo. La noia è il vero nutrimento dell’anima, perché accresce ogni cosa e costringe l’uomo a vagare per trovare sollievo.

È così che ho iniziato ad andare per monti. Non avevo nessuno che mi guidasse o mi indicasse, imparavo cammino dopo cammino, secondo i miei ritmi e i miei bisogni. La montagna calabrese è stata il grande anfiteatro dei miei sogni. In nessun altro luogo, spinto dalla vita, ho ritrovato le montagne che avevo amato in Calabria, dove regna la solitudine e l’autentica dimensione umana della scoperta.

L’amore che oggi provo per questi luoghi è sconfinato, perché non si basa sulla contingenza, sulle piccole incombenze quotidiane, su ricompense effimere, ma sul sentire, sull’immedesimazione. Questo paesaggio contiene i miei sogni. Io sono questi monti. Non c’è dualità, ma unicità. Mi basta guardare i luoghi noti per ricordare chi sono.

Abbandonare le montagne, dunque, è stata una scelta sofferta. Fin quando una notte ebbi un sogno. Camminavo nei boschi delle pendici del Monte Pollino, nella faggeta che da Colle Impiso porta ai piani del Pollino. Mentre camminavo ho udito una voca cupa, fortissima: “Perchè ti disonori?”. Mi volto in cerca della direzione di quella voce, senza trovare alcunché. Poi di nuovo: “Non ti disonorare!”.

Mi sono svegliato di soprassalto, sapevo cosa andava fatto.

Rieccomi qui, guardare questa montagna spoglia di neve in pieno inverno mi è estremamente doloroso. E’ molto triste vedere la montagna soffrire. Eppure, partecipo a questa sofferenza senza più tenere gli occhi chiusi, ma tornando ancora sui miei monti, anche se fa male, molto male.

Pur nel dolore, la natura mantiene la sua dignità e insegna a non piegare la testa e a rimanere fedeli a se stessi.

Mai nelle difficoltà deve esserci spazio per la disperazione. Cammino in questi luoghi meravigliosi e sono triste e felice allo stesso tempo. Tutto attorno a me è così perfetto, tutto genera dentro di me infiniti contrasti e mi fa sentire vivo e forte.

Il medesimo luogo ritratto ad un anno di distanza

Ammirando le rocce, gli alberi e le valli ho imparato l’arte della rinuncia. Ma quale rinuncia? Quella materiale? Non basta. Ho imparato a rinunciare all’idea che ho di me stesso; ho rinunciato a pensarmi e a desiderarmi come una forma geometrica, perfetta, squadrata, ma allo stesso tempo prevedibile e artificiale. L’uomo non è un recinto e non può contenere solo quello che desidera, lasciando fuori l’Altro. Mi guardo intorno e non c’è nulla di uguale, nulla che mi dia una identica sensazione.

Allora perché accontentarsi della mediocre realtà? E’ per questo che amare la bellezza implica necessariamente lottare. Ma lottare contro chi o cosa? Dov’è il nemico? Quello contro il quale si lotta è semplicemente il Sé addormentato, il Sé sazio di troppi cibi e bevande, il Sé che rimane al sicuro in quattro mura, il Sé che abdica l’uomo e diventa oggetto.

La poesia ha questa prerogativa: quella di prendere la realtà e trasformarla in fiaba. Superare la materia, il vero, e giungere al verosimile, al possibile. Ecco perché cammino sui monti con ritrovata serenità, conscio che ciò che conta non è cambiare quello che ci circonda, ma essere parte di ogni cosa, del bene e del male insieme.

Lo scrittore greco Nikos Kazantzakis scriveva: “Lo sai bene che la morte non si sconfigge. Ma il valore dell’uomo non è la vittoria, bensì la lotta per la vittoria. E sai anche questo, la cosa più difficile: non è nemmeno la lotta per la vittoria. Il valore dell’uomo si misura esclusivamente in questo: vivere e morire con coraggio, senza aspettarsi nulla in cambio”.

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E’ tutto questo quello che penso

quando giungo davanti alla montagna.

Un flusso che non termina mai

in connessione con l’esistente.

“Ti prego, monte, fammi essere saldo”

questo è il mio grido tra le valli.

“Abbandona te stesso, salta nel precipizio”

mi risponde una voce.

Dov’è questa voce?

Un albero, una roccia, un animale?

No, viene da dentro me

dall’abisso più profondo che conosco.

 

 

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