Notte contro
Con il tempo ti ci abitui alla pioggia di luce che la città ti spara in faccia. Mi riferisco a quel lungo tratto di strada senza lampioni che costeggia le mura antiche e che sfocia in un incrocio molto vivace nei pressi di San Lorenzo.
Sorgono alcuni palazzi su questa lunga strada della notte che sto attraversando. Osservo diversi uomini camminare nella direzione opposta alla mia. Sono sagome. Volti indefiniti che mi paiono, senza distinzioni, tutti desolati.
Tre ragazzi magrissimi accendono una sigaretta. Anche loro si godono quel buio inaspettato. Inaspettato per una metropoli come Roma.
Sono magri come le ombre. O forse sono soltanto il riflesso di tre ragazzi che accendono una sigaretta al balcone? La strada è illuminata soltanto dagli sporadici ingressi dei condominii.
Dicevo che sorgono dei palazzi, lungo questa strada, molti dei quali mantengono le ferite della Seconda Guerra Mondiale, soprattutto in cima, nei terrazzi condominiali. È rimasta intatta la distruzione delle bombe.
Continuo a camminare non distogliendo lo sguardo da questi. Penso ai quadri di Mario Sironi, alle periferie urbane che ha dipinto con la sensualità di un corpo senza vesti. In quei quadri è racchiusa tutta la nostra solitudine, tutti i nostri silenzi glaciali. È senza dubbio stato uno dei massimi pittori del Novecento, dico tra me e me continuando il mio cammino. Intanto non distolgo lo sguardo nemmeno per un istante: la visuale è fluida: i palazzi stanotte mi sembrano alti come grattacieli. Eppure sono solo alcune palazzine come tante.
In lontananza sento un vociare lontano, forse è una coppietta che si spaventa del buio. Ma lei ride. Sicuramente starà ridendo delle consolazioni del suo amato, qualcosa di divertente. Ma non ho la possibilità di vederli, visto che mi stanno dietro.
Stanotte amo Roma, e non so perché. È una città complessa, a volte mi ricorda l’America. L’America di Theodore Kaczynski (più noto come Unabomber) non tanto per le azioni quanto per i volti, le espressioni facciali crude e logore. E inoltre il pensiero che a Roma se vuoi – o devi – cambiare faccia è possibile, cambiare nome, vita, insomma fuggire, mi provoca un forte senso di smarrimento.
Forse è il suolo luogo d’Italia dove è concesso perdersi. E mi basta guardare le centinaia di migliaia di luci che si estendono a Sud dalla finestra del mio studio, per accorgermene. Spesso mi provoca una certa apnea. Spesso, non sempre. E stanotte non sento niente di quanto ho detto. Anzi, Roma sembra tremendamente sensuale, affascinante. Rassomiglia esattamente alla mia idea di come dovrebbe essere una città.
Persa, impaurita, sempre pronta ad accogliere chi viene.
Sto tornando dal compleanno di un caro amico. Abbiamo bevuto una birra in un locale sulla Nomentana, a pochi passi da Porta Pia. Mi racconta di come è andato il suo esame di letteratura italiana. Dante, è stato lui il protagonista dell’esame. Dante poeta e Dante filosofo. Un esame complesso, un professore pignolo.
Brindiamo ai suoi anni. Nonostante sia quasi agosto stanotte si è abbattuto sulla città un forte vento, che un suo amico chiama “giannetta” come si usa qui. È contento perché fra qualche giorno tornerà a Pantelleria, che a quanto dice è il suo posto del cuore.
Ci salutiamo con un lungo abbraccio.
Sono sulla lunga strada desolata. Mancano ancora altri novecento metri di tenebre da percorrere, e con le mani dietro la schiena rifletto su questa storia dei posti del cuore. La domanda è scontata: e io ho un posto del cuore?
Una bella domanda.
Nel 2023 mi trovavo al Cairo, una città che mi ha profondamente scosso. Un vero e proprio concentrato di vita che noi, in Occidente, ce lo sogniamo. Alloggiavo al Safir, un Hotel ciclopico dove era concesso fumare nella hall, dove i camerieri non parlavano inglese e per contro sorridevano sempre un po’intimoriti da noi occidentali. Una sera uno di loro mi chiese se fossi un diplomatico o qualcosa del genere, con una frase inglese chiaramente ripetuta a mente per tutto il tragitto verso di me. Io risposi con un sorriso imbarazzato, arrossendo nelle gote. Non sapevo come rispondergli, perché anche io non sono pratico nella lingua. Accennai qualcosa, non ricordo cosa. L’importante era fargli capire che non mi trovavo lì in veste di politico o di businessman, e che non doveva trattarmi come fossi stato un imperiale. Lì i camerieri sono servili in maniere assurde. Insomma alla fine non ero così diverso da loro. Ero, piuttosto, diverso dai miei vicini di stanza americani, che diedero di matto la prima mattina quando furono avvisati che la colazione “all’americana” non era disponibile. Ma in fondo mi sentivo a disagio. Come se un senso di colpa culturale gravasse sulle mie spalle ad ogni conoscenza che facevo. E così mi comportavo con i cairoti esattamente come un americano si comporta con noi italiani: non sapendo se ciò che lo spinge a venire da noi è un profondo senso di ammirazione o la consapevolezza di andare a trovare un popolo in difficoltà con i tempi che corrono, un popolo retrò, da guardare come si guardano i trapezisti al circo. C’è da dire che però io non sentivo esattamente questo. Perché con questi popoli condividiamo innumerevoli abitudini. È che forse mi sentivo un portavoce dell’Occidente – un colpevole in contumacia – in obbligo verso tutto il mondo islamizzato. Ma queste paturnie svanirono in fretta. Prevalse la vitalità di questa gente. Anche nelle situazioni più complesse – ricordo la “Città dei morti” e le gare clandestine di cani sotto i grandi ponti – non mi sono mai sentito in pericolo. Così ho continuato il mio viaggio nel Maghreb, con altri amici, e vi ho scoperto un’umanità indifesa, sempre disponibile. Il tassista che ci accompagnò alla periferia di Tunisi mi disse: “ti tratto bene qui così tu mi tratterai bene lì” riferendosi alla questione migratoria del Mediterraneo. E io gli diedi una pacca sulla spalla, con un fare decisamente patetico, come a dire “siete i benvenuti”, sapendo bene che una grande parte del mio paese (una parte inconscia, se vogliamo dirla così) è da sempre maldisposta nei confronti dei rifugiati dell’Africa del Nord. Ma questi possono essere i miei luoghi del cuore, tanto quanto è Pantelleria per il mio amico? Lui sono anni che passa le sue estati lì. Fra qualche giorno andrà a trovare gli amici delle vacanze, le spiagge di sempre, i locali di sempre.
Ma non fa niente, mi dico. È inutile continuare questo ragionamento. Potrei parlare delle mie origini meridionali, ma anche lì finirei per perdermi in una lunga digressione per giungere ad un esito assai simile al precedente.
Dunque continuo a camminare nella speranza di trovare qualcosa che attiri la mia attenzione.
Ed effettivamente i miei desideri vengono esauditi.
“Scusa, scusa!” sento delle voci gridare. Non so dove girarmi, dove guardare. Non so nemmeno se sono voci rivolte a me.
“Qui, siamo qui, Sotto le mura!”.
Erano due ragazzi. Si capiva dalla voce fragile. Due ragazzi giovanissimi.
Ho come un sussulto, per un istante. Un fremito di paura per quelle figure che si agitano nell’ombra. Cosa vogliono da me?
Mi avvicino lentamente, domandando, con una voce insicura, quale sia il motivo di quelle grida.
“Vieni, per favore. Vieni” mi incitano loro, questa volta con un tono più esasperato, quasi piagnucolando.
“E va bene, sto arrivando” rispondo prontamente, “Datemi il tempo di trovarvi”.
E dopo non poche difficoltà riusciamo a intercettarci nel buio.
“Si è rotto una gamba arrampicandosi sulle mura” mi prende uno di loro per il braccio, conducendomi dal presunto ferito. Sento la paura agitarsi lungo ogni centimetro del corpo. Il battito si fa più intenso, il respiro più affannoso. È sicuramente la suggestione del buio. Ma cerco di prepararmi mentalmente al momento della lotta.
Sento che in qualche modo questa storia finirà male.
Perché dovrebbe?
Siamo davanti al ragazzo. Intravedo il suo corpo poggiato sopra una montagnetta di erbacce. Sento dei gemiti.
“Piange, lo senti? Non può muoversi” mi dice uno di loro, che tiene il ferito per la testa.
Io resto immobile. Siamo circondati dalla vastità del buio e sento i passi della coppietta procedere rapidamente accanto al pezzo di prato dove ci troviamo in questa situazione delicata. Non ho ancora capito se vogliono fottermi o sono in buona fede. Non so cosa dire, come comportarmi. Cosa bisogna fare in questi casi, chiamare un’ambulanza?
“Hai il telefono con te?” mi domanda il ragazzo che mi ha condotto fin qui.
“Si”
“Accendi la torcia così possiamo capire in che situazioni si trova”
“E voi non avete un telefono?” gli domando un po’seccato, mentre faccio per sfilare dal pantalone il cellulare.
“Sono tutti scarichi” mi risponde lui, cercando di apparire il più educato possibile. È consapevole che in momenti del genere nessuno è disposto a tirare fuori il cellulare. Soprattutto al buio senza anima viva in giro.
“Qui, qui” mi tiene con la mano il polso per indirizzare il getto di luce. Effettivamente il ragazzo sembra stia soffrendo per davvero. Decido di avvicinarmi a lui, con la paura che da un momento all’altro potrei essere aggredito.
Non ha più di diciassette anni. Il volto è ancora minuto e le gambe sono decisamente scarne. Quella destra sanguina da fare impressione. È probabilmente del tutto rotta, e bisogna aiutarlo seriamente.
All’improvviso sbuca fuori una ragazza. Forse più grande di uno, o due anni, che si avvicina lentamente verso di noi.
“Ti possiamo pagare, se vuoi” mi dice lei, con l’espressione di chi vuole impietosire qualcuno.
Sul momento non comprendo. Cosa vuole che faccia in cambio di soldi?
“Portalo tu in ospedale” mi risponde, “Possiamo pagarti noi la benzina”
Rimango a guardarla come un cretino.
Per così poco…
“Io purtroppo non ho una macchina” dico mortificato, “Chiamiamo un’ambulanza”, ma subito mi ferma, affermando che i genitori “Gli avrebbero fatto un culo così”, a lui e a tutti i lì presenti.
“Allora non fa niente, puoi andare” mi dicono all’unanimità, come un coro
“E come farete?”
“Un modo lo troviamo”, mi risponde uno di loro, “Siamo abituati”.
Come un impulso irrazionale, sento di non voler andarmene. Voglio aiutare questo ragazzo. Ma loro fanno di tutto per allontanarmi.
Evidentemente non gli servo più. Avvicineranno qualcun altro, e forse saranno più fortunati, questa volta.
“Grazie comunque” mi saluta lei, la più diplomatica del gruppo.
“Di cosa?” le domando sbigottito.
“Beh, di essere venuto. Sono tre ore che chiediamo aiuto”.
Claudio Di Consoli, agosto 2025.