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Poesia

Poesie d’Amore Eros e Agape (Vol. IV)

By Antonio Gigliotti
18 Agosto 2025 13 Min Read
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Prefazione di Darean ÅM Isman

A soli sette mesi dall’ultimo – il n. III – rieccoci a commentare il quarto volume, ovvero l’ultimo uscito, che continua (e conclude?) la serie dell’opera “Eros e Agape” di Lilium Sige. Questo a voler dimostrare l’intensità e il focus con i quali il nostro affronta la tematica, suggerita come ormai sapete dal titolo stesso, che non va certamente presa alla leggera, poiché per lui e per il suo percorso artistico fondante e vitale.

Chiamati nuovamente a tracciare un breve sentiero che guidi i lettori lungo questo nuovo capitolo, cercheremo di risultare – per quanto possibile – distaccati dai giudizi di merito e dagli elogi di forma, com’è del resto nel nostro stile: ci limiteremo a distillare perciò quella che è la sostanza poetica più eterea, più sottile, la cosiddetta “pappa reale” tra i versi di cui parla Jean Cocteau nel suo saggio “Il cammino di un poeta” (1953); affidandoci alla stessa sorgente intuitiva e immaginifica da cui la Poesia ha, o dovrebbe avere, Origine. Non si intende difatti influenzare e orientare eccessivamente i fruitori con la nostra lente di ingrandimento; al contrario, gli spunti offerti mireranno ad ampliare le percezioni dell’esperienza con ulteriori spunti e nuovi punti di vista inediti. Pur potendocelo permettere, lasceremo infine ad altri il compito di eventuali analisi linguistiche, retoriche, stilistiche e in generale più accademiche, ritenendole di poca rilevanza in questa sede e in questo momento. Non è forse non solo inappropriato, bensì anche stucchevole, occuparsi di tecnicismi linguistico-retorici dinanzi alla dichiarazione – o persino alle dichiarazioni – di amore-morte di un giovane poeta?

No, non stiamo esagerando. A conferma di ciò, il “Monitum” con cui Lilium Sige introduce il suo viaggio (che si concluderà con un altro “Monitum” a specchio, il n. II) è talmente esplicito che ogni nostro commento appare superfluo: “ma vi esorto duramente a fuggire / se il vostro amore è amor leggero: / un giorno Egli griderà – morte! – / e sappiate che dovrete morire / vi avverto”. Sulla complementarità tra Eros e Morte, o come si è già rievocato, tra “Eros e Thanatos” di freudiana memoria, si rimanda alla nostra prefazione del precedente volume, “Eros e Agape Vol. III”. In questa sede rimarchiamo il fatto che ancora una volta, nonostante il titolo “Eros e Agape”, si abbia a che fare inevitabilmente con la nostra Sorella Morte fin dal principio del volume, in perfetta continuità con l’ultimo. Ma quali saranno le conseguenze?

Non è retorica se annunciamo con lui, in perfetto tono evangelico, l’Apocalisse. Là dove per Apocalisse s’intenda e la fine-di-tutto, la cosiddetta Armageddon, e una nuova rivelazione. Una sorta di rancore, di odio sprezzante, di rabbia manifesta traspare infatti dalle varie “Apocalissi” (I, II, III) che succedono il “Monitum” iniziale a cui abbiamo già accennato. Una rivalsa del poeta umiliato, una rivalsa del poeta ormai morto, che rivive però sotto altre sembianze più oscure per vendicarsi. Perché di vendetta si tratta. Se da una parte, infatti, in “Eros e Agape Vol. III” abbiamo notato e assaporato con lui i primi tentativi di reazione virile (peraltro quasi stupendoci) nei confronti della donna-diavolo e del suo Cupido oscuro e persecutore, dall’altra questa forza reattiva caratterizza la nuova fase. Fase in cui il nostro poeta, in antitesi al suo Eros-Thanatos (e all’infinita ricerca di Agape) pare incarnare l’archetipo di una nuova figura: l’Anteros, fratello del più rinomato Eros. Tale entità ha lo scopo di reclamare e rivendicare giustizia quando l’amore viene tradito. Tutto ciò a conferire un’epicità inedita dell’intero percorso poetico qui illustrato, che non manca di colpi di scena inaspettati. Il poeta ferito attua così la sua vendetta sul mondo “gettandolo nelle tenebre / sì che tutto finalmente perisca / morendo nella più profonda tenebra” insieme a lui e a coloro che ingenuamente hanno percorso il medesimo arduo tragitto.

Tuttavia, crediamo che sotto l’odio apparente di cui si è appena scritto, manifestato in questa fase puramente distruttiva (in cui, s’intenda bene, è anche il mondo interiore – oltre a quello esteriore – di Eros e Agape Vol. III a esser distrutto nel nome di una prossima trasformazione) si celi nell’animo del nostro cavaliere un tentativo di evocare delle forze per combattere, in reazione all’oblio, entro cui pare ormai essere sprofondato inesorabilmente. Incamminatosi allora tra le “dune del deserto”, una volta lasciato quello che è il dolore del mondo passato, alla ricerca dell’aureo silenzio e della Terra Promessa dell’Agape (aspetto che ben sviluppiamo invece nella prefazione del Vol. II), solo due possono essere i risvolti, peraltro opposti tra loro: “deserto” vuol dire fase transitoria, ponte tra due mondi, con la figura di Dio come guida; oppure, per converso, “deserto” vuol dire altresì tentazione diabolica a tutti gli effetti. A noi pare che entrambe le vie vengano battute. Il fuggitivo smarrito e solo, vittima dell’ormai risaputa sofferenza, è terreno fertile per nuovi attacchi da parte della donna-diavolo che “si trascina […] come un’ombra in un angolo / così nauseante e sordida”. Ma egli, forte della virilità rievocata, “guidat[o] dal profondo odio della [sua] anima”, “la decapit[a] di netto con la [sua] spada”. Allo stesso tempo, si denota una volontà solare, supportata altresì dal pensiero amoroso dell’altra Donna, quella amata ma ancora dal volto celato (si riprenda tale concetto dalla prefazione al Vol. III precedente), che testimonia il secondo aspetto caratterizzante il mito della “fuga nel deserto”: la ricerca del contatto col divino, affrontando con la “spada” (ecco le forze virili manifeste) il viaggio e gli ostacoli, “pregando accorato d’aver pace / dal sole [suo] immobile ed eterno.”; nonostante la “bestia / che sempre attacca e mai cede” si riaffacci nuovamente anche “al finir della guerra”.

Un’apparizione sembra rinvigorire la speranza che ormai sembrava perduta per sempre; si manifesta infatti sottoforma di visione durante la fase “desertica” (e quindi arida e inerte) una nuova Donna: forse la Donna dal volto celato? la Donna della Salvezza? Costei “cammina con passi leggeri / che pare librarsi in aria / […] fra le genti / riunite a celebrare la Pasqua”. Una donna angelicata stavolta, in antitesi con la donna-diavolo lilithiana causa della caduta, a ricordarci le donne-angelo del Dolce Stil Novo, o per chi preferisse della confraternita occulta dei Fedeli d’Amore; di cui tra l’altro alcuni rappresentanti, come Dante e Cavalcanti, vengono inevitabilmente indicati nelle citazioni di questo volume, come a costruire un fil rouge con coloro che già hanno intrapreso alcuni tortuosi cammini, invocandone magari il fraterno supporto. E questo lo si evince anche dall’uso ponderato di continue forme arcaiche e la lingua latina soprattutto nei titoli delle poesie, volendo così coinvolgere un passato che funga da struttura portante alla fragile modernità contemporanea, con l’apice raggiunto nella poesia “Albero della vita”, in cui inaspettatamente si coinvolge anche la genealogia degli antenati biografici, rimarcando l’importanza di un’emancipazione che forse da troppi secoli si protrae e si rinvia.

Tornando a noi, è verosimile che a questo punto si abbia a che fare con un nuovo inizio, con una rinascita poetica e spirituale, che trova la sua rappresentazione plastica nella schiusura di un “uovo”, a cui la nuova Donna, quella della Pasqua e della salvezza, assiste in qualità di sacerdotessa. Un processo iniziatico che viene descritto dal poeta come doloroso (anche se necessario), alla stregua di un parto, tanto che “fissando quel guscio che si crepa / altri gemiti del primo più possenti / si susseguono” e il poeta novizio “piange” e “batte i denti”. Nonostante ciò, seguendo la sequenza delle poesie successive, costruite ad hoc come perle di una collana unitaria, sarà ancora necessario cristallizzare questo nuovo inizio e assestarsi sui nuovi stati interiori di liberazione portati dalla Donna iniziatrice. Se è vero, difatti, come noi crediamo, che le figure delle donne (ma non solo, in realtà tutte le figure) esprimano diversi stati di coscienza e di esperienza interiore del poeta, non è una novità che durante il percorso poetico ci siano delle interferenze, o finanche delle sovrapposizioni tra le diverse donne che si contengono l’amante. Si oscilla pertanto tra stati di donna-diavolo lilithiana e altrettanti stati – quelli appena descritti – introdotti dalla Donna che finora non aveva un volto, la Donna della Pasqua e della salvezza, la sacerdotessa iniziatrice, la Donna-sfinge introdotta in Eros e Agape Vol. III. Per intenderci, un nuovo inizio accolto con gioia non è certamente la realizzazione ultima. Come a dire che la schiusura dell’uovo non equivale al volo dell’aquila regale. Anzi, la struttura caleidoscopica e prismatica di questo volume, a differenza degli altri, denota un processo di attività e di dinamicità che finora non avevamo osservato, tra illuminazioni e cadute, odio e amore, vita e morte, inerzia e scontri frontali; e tutto ciò grazie paradossalmente alle forze rievocate dapprima con l’odio cieco eppoi con la via della volontà solare e della spada. Non mancano di certo i rituali condotti dalla Donna della Pasqua, volti a suggellare il nuovo inizio, come esempio si prenda in considerazione il seguente: “e da lì con una lama il suo sangue / versa copioso tagliandosi i polsi / nel calice che m’offre senza esitare / comandandomi / che i suoi occhi / inghiottisca con un unico sorso / e a ciò m’appresto ed eseguo / e cado come cade un morto /e così giaccio – pallido e freddo”. La Donna dona nuovi occhi e nuovo sangue al moribondo poeta, affinché possa osservare con ben altro sguardo i mondi visibili e invisibili che si manifestino dinanzi a lui. Inoltre, a proposito di Dante, poc’anzi citato, come non rammentare i suoi continui e cadenzati svenimenti, guarda caso dopo i processi d’iniziazione cui veniva sottoposto, durante le narrazioni e le esperienze guidate dapprima da Virgilio eppoi dalla Santa Sapienza – Beatrice e San Bernardo? Ebbene, l’entusiasmo del nuovo inizio sembra essere una sorta d’ingenuo abbaglio, perché verosimilmente è proprio quando la “radiosa luce” t’investe che la sfida ha inizio. Voglia notare, a dimostrazione di ciò, il nostro lettore, che anche in ambito magico-alchemico la fase successiva all’iniziazione formale (e non) risulta proprio l’opera al nero, la cosiddetta Nigredo; proprio nel momento in cui l’iniziando assapora la nuova vita, è chiamato, se pratica adeguatamente, ad affrontare la terribile “Notte oscura dell’Anima” ben descritta – ed esperita – da S. Giovanni della Croce nella sua opera poetica. Non è peraltro detto che di una Nigredo e non di più Nigredo si parli, ma questa non è la sede adatta per una simile trattazione. Certo è che gli attacchi del diavolo e dei suoi sodali, se non di intere legioni, per semplice compensazione, dopo una svolta simile si acuiscono e raggiungono vette di inaspettata ferocia: ecco la comparsa di “Moloch”, per citare un esempio. Nondimeno, non sono gli attacchi diretti e la mostruosità in sé i mali peggiori a cui il nostro è sottoposto, ma l’inevitabile scontro e opposizione tra le due correnti opposte – ma ahinoi complementari! – delle due donne antagoniste: la donna-diavolo e la Donna della Pasqua. L’una al servizio della morte, l’altra al servizio della vita, della “Vita Nova” per scomodare nuovamente il fiorentino. L’una al servizio dell’inazione crepuscolare e della rassegnazione (Miserere Mei è uno dei mantra della composizione di “Eros e Agape Vol. IV”), quasi a bramare la fine di tutto, l’altra al servizio dell’azione proattiva, funzionale alla continuazione del viaggio, alla ricerca del tutto. Avete un’idea delle conseguenze per l’oppositore del Battesimo voluto dalla Donna-salvezza in “Ave Sanctus Ioannes”, tra l’altro in territorio nemico, là dove hanno luogo le tentazioni diaboliche, proprio il “centro del deserto”? Da cui fra l’altro ne consegue la discesa dello Spirito Santo in “Ave Sanctus Spiritus”. Occorre forse avere fede nelle protezioni e processi innescati come un’armatura “fresca, ferma e scintillante” dalla Donna di Pasqua – e di corrispondenti muse al seguito – nei confronti del nostro viandante poeta, che – siamo quasi certi – altrimenti dal deserto non avrebbe più recato notizie di sé, e non per scelta di riservatezza. Nonostante ciò, ci si aspetti reazioni scomposte e terribili da parte dell’avversario colpito, la cui preda pare sfuggirgli di mano anche solo per un istante, l’istante in cui il sole s’intravede.

Proprio su quest’ultimo aspetto ci vogliamo soffermare. La frustrazione del nostro, una volta ottenuti gli “strumenti” dell’opera in questo suo nuovo inizio, è dovuta al non riuscire a contenere la potenza del sole, con istinto ingenuo di un fanciullo (ricordiamoci che è appena neonato, infatti): “il sol [suo] ancor mal [lo] consola”, poiché troppo abbagliante per poterlo mirare come vorrebbe; non cogliendo il fatto che in questo frangente il sole debba essere considerato non come arma in sé, ma è sufficiente poterlo intravedere, seppur da lontano e ancora a distanza, a mo’ di vera e propria guida e volontà trainante, che disvela inoltre il volto della nuova Amata-iniziatrice di cui si è già fatta menzione.

È solo in “Ave Diabolus Meus II”, difatti, che il poeta ottiene il via libera per scatenare la neo-ritrovata forza solare per uno scontro vis-a-vis, “affinché attacchi il [suo] diavolo / che fugge sogghignando / correndo a quattro zampe”. Momento decisivo, epifanico, nel quale al di là delle maschere utilizzate finora, l’avversario rivela la sua realtà più autentica (se di autenticità si può parlare nel caso del bugiardo per antonomasia), che funge da arma finale diabolica. Si leggano, a dimostrazione di ciò, le seguenti parole sibilline proferite al nostro poeta dall’oscuro nemico: “E così davvero distruggeresti / la parte più recondita di te stesso?”. Messo alle strette, l’avversario si disvela, mostrandosi come parte ombra del poeta stesso, che – come annunziammo profeticamente peraltro nella prefazione del precedente volume di Eros e Agape – è chiamato a contemplare attraverso il lago interiore di Narciso la propria immagine oscura riflessa. Sarà infatti inevitabile che questa, una volta riconosciuta, venga sacrificata sull’altare del processo metamorfico in atto, oramai al suo culmine. Non vi è fuga, non vi è maledizione o battaglia verso qualcosa di esterno che possa prescindere dallo scontro finale appena illustrato, tutto rivolto all’interno del pellegrino viandante, impelagato nella sua personale “Guerra Santa”. La terribile scoperta dell’identità dell’ostacolatore viene esemplarmente descritta nell’ennesimo mantra crepuscolare del Miserere Mei, il n. XVII: il suo diavolo “spalanca la bocca / affinché sulle sue fauci possa scorgere / le lettere scritte a sangue del [suo] nome”. Ci si soffermi solo un istante su quanto proferito a questo proposito. L’apertura della bocca mostruosa, come un Vaso di Pandora ormai scoperchiato, rievoca a nostro modesto avviso le variazioni del mito della “Balena”, sicuramente ben rappresentato dall’episodio biblico del Libro di Giobbe, “Giona e la Balena”. Ma non solo, volendo dialogare con tradizioni dello stesso ramo archetipico e mitologico a cui si riferisce, come non pensare alle “Avventure di Pinocchio” del Collodi”? D’altronde, anche nella mitologia nordica, si pensi solo a quella germanica dell’Antico Anglosassone del “Fisiologo”, l’espediente della “balena” che apre le sue fauci, a voler simboleggiare l’entrata agli inferi propedeutica a un processo iniziatico, che preveda un faccia a faccia coi propri demoni e le proprie dannazioni, è presente e partecipa a questa tradizione, trasversalmente alle diverse culture del pianeta. Questo a voler dimostrare che l’esperienza tutta interiore dell’autore si riaggancia a processi ben conosciuti fin dalla notte dei tempi; ciò non mira, come comprenderete, a voler togliere originalità alla sua narrazione, anzi: si ha la sensazione che la strada intrapresa è quella tramandata e comune a tutti gli uomini che abbiano tentato tale trasfigurazione radicale del proprio essere. Non ci soffermeremo oltre su questo, poiché sull’argomento tanta è la letteratura di riferimento.

Del resto, vi starete chiedendo come avrà reagito il nostro, dinanzi a questa inaspettata epifania, quella di Sorella-morte in “persona”? La risposta non tarda ad arrivare. Egli sa che non si può più voltare, forte dell’esperienza narrata, a proposito di miti, da Orfeo: “negli occhi bianchi la guardo fisso e fiero / sussurrandole: “Vieni morte, io non ti temo”. La figura del poeta, per una volta ancora, si trova davanti alla propria morte, forse per l’ultimo solenne confronto, ma stavolta senza più paura e rimpianti. Ben si sa che questa condizione, e quindi la resa commossa al proprio destino senza dubbi e timori, è quella che inevitabilmente coopera affinché l’Opera abbia esito positivo. A dimostrazione di ciò, è proprio “nelle recondite profondità / del più atavico e antico dolore”, nel mezzo dell’ultimo atto, che interviene una figura di misterioso “fanciullo” (sarà forse quello che prima ingenuamente voleva addomesticare il sole?) a sferrare il colpo finale – che sancirà la vittoria definitiva – per tramite del nostro cavaliere, alla sorella dalla mortale Falce. Questa figura – il Fanciullo – (su cui pochi dettagli vengono forniti) non può che porsi, si rifletta con noi, in antitesi alla Morte poiché portatore di vita innocente e pura; rappresentazione della nuova nascita, come a voler indicare la genesi metamorfosata del poeta dopo le varie fasi di trasformazione. Vi domanderete pertanto “il Fanciullo è ancora il poeta stesso che aiuta sé stesso?”. La nostra opinione in merito dovrebbe a questo punto essere abbastanza chiara.

Con la “Promessa d’Amore IV” si conclude l’epopea moderna non solo di “Eros e Agape Vol. IV”, bensì anche quella intima del nostro cavaliere errante. Un testo poetico dalle atmosfere più eteree che sfiorano il mistico, in cui i semi di un nuovo corso vengono potenzialmente piantati. Si ha infatti il ritorno finale dell’”Amor [suo]”, ovvero della Donna iniziatrice che ha guidato il viaggio dapprima con la sua presenza di remota visione e senza volto, in cui la virtù della fede ha giocato un ruolo centrale, eppoi come vera e propria sacerdotessa. E sotto questa veste ancora “sugella” la vittoria con il grande atto finale e primigenio insieme, presentato come un incantesimo a tutti gli effetti: “vedo l’Amor mio / dentro un quadrato, un triangolo / e un cerchio su sé stessi rotanti / sulla linea tracciata a compasso / delle dodici costellazioni zodiacali”. Senza voler troppo trattenerci sulla ricca esegesi simbolica possibile di questi pochi versi, si vuole porre la nostra enfasi sul riferimento alle “costellazioni zodiacali”, che forse sottintendono il nuovo percorso suggerito – dalla Donna-sacerdotessa – che ora il poeta-fanciullo rigenerato è chiamato a compiere per la sua eventuale ascesi. Ciò che è emerge è l’essenzialità dei suoi gesti finali, che vanno a formare un rituale per eccellenza, nella “neo- primavera” del giardino del poeta rigenerato, tra questi si noti: “lentamente si china e mi porge / la bianca rosa della sua corona”. La rosa è bianca e non rossa, poiché è necessario sigillare la purificazione raggiunta mediante il sangue cristico della sofferenza in croce, grado intermedio che di poco (si fa per dire!) precede il “giglio”.

Ma cogliamo l’invito della nostra Donna, poiché ora è giunto il momento di seguire anche per noi il suo esempio: “Prima che per sempre se ne vada / infine m’invita a restare in silenzio / portandosi un indice sulle labbra / e sorridendo si volta e ritorna al cielo / attraverso i gradini di un’aurea scala / per posarsi fra le stelle del firmamento.” E così anche noi tacciamo, perché in fondo anche noi sappiamo che “le parole sono vuote”.

 

Dipinto: Dante Gabriel Rossetti – Venus Verticordia, 1864-1868

Letto: 79
Antonio Gigliotti

Facevo il quinto superiore quando mi ritrovai, con sorpresa, a scrivere la mia prima poesia che ,con quei versi, entrò in punta di piedi nella mia vita per poi diventarne, a poco a poco, un aspetto d'assoluta indigenza. Qual è il motivo per cui scrivo? Ebbene, scrivo per ritornare a Casa con la speranza che, nel farlo, possa portarci anche te che ora stai leggendo...

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Antonio Gigliotti

Facevo il quinto superiore quando mi ritrovai, con sorpresa, a scrivere la mia prima poesia che ,con quei versi, entrò in punta di piedi nella mia vita per poi diventarne, a poco a poco, un aspetto d'assoluta indigenza. Qual è il motivo per cui scrivo? Ebbene, scrivo per ritornare a Casa con la speranza che, nel farlo, possa portarci anche te che ora stai leggendo...

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