“Questioni di famiglia” di Cinzia Pennati
“I morti pesano più dei vivi, le assenze più delle presenze.
Vorrei tornare indietro e cambiare la mia storia”
Amanda De Santis è una donna single, con due figli – Teo, un adolescente complicato, e Bianca, una seienne determinata -, un lavoro precario che non le piace affatto, ma che la aiuta a sopravvivere, Gabriele un ex marito assente e Marco un compagno incapace di sceglierla. È divorata da una costante sensazione di inadeguatezza, intrappolata nel confronto con le sue sorelle, Violante e Flaminia, all’apparenza impeccabili, e schiacciata dall’ombra di una madre – Anna – che incarna un ideale irraggiungibile e infallibile. E così, per proteggere chi ama e sé stessa, finisce per mentire, portando il peso di una fragilità che nessuno sembra vedere. Durante i festeggiamenti per il cinquantesimo anniversario dei genitori, la famiglia si ritrova attorno a una tavola di parole non dette, di affetti ingombranti e segreti mai affrontati. Amanda capisce che è tempo di cambiare, e forse il primo passo è raccontare e raccontarsi la verità. Perché ogni famiglia nasconde fratture sottili, silenzi troppo lunghi e ruoli che fanno male. E lei non è l’unica a portare dentro una questione rimasta in sospeso. Le sorelle, la madre, persino il padre: ognuno ha un segreto da custodire.
È questa la trama di “Questioni di famiglia”, l’ultimo libro dell’autrice genovese Cinzia Pennati, edito dalla Sperling&Kupfer. Un romanzo corale che scava nelle pieghe più profonde di una famiglia che si confronta con il peso delle aspettative e con i sensi di colpa. Un romanzo attuale e sincero che dà voce a immagini di donne vere, reali. Le protagoniste sono donne piene di sogni, di contraddizioni, di paure. Sono donne che lottano, che cadono e si rialzano per sé stesse e per gli altri.
L’autrice tocca il tema dei conflitti familiari, dell’identità femminile, della maternità, della sorellanza, del timore del giudizio della società, delle difficoltà oggettive che le donne vivevano nei tempi passati e delle lotte per l’emancipazione o, più semplicemente, per l’accettazione di sé. Tutti argomenti che vengono affrontati con delicatezza e ironia obbligando il lettore a interrogarsi sulla ricerca della propria felicità.
La narrazione è affidata alle due voci femminili predominanti: Anna e Amanda, che sono, rispettivamente, madre e figlia. Si tratta di due generazioni a confronto, ma soprattutto si tratta di due donne smarrite e alla ricerca di sé stesse.
Leggendo queste pagine, quasi tutte d’un fiato, ho simpatizzato con Amanda, ho compreso la sua frustrazione e il suo senso di inadeguatezza nato da un confronto con chi sembra avere una vita perfetta, perché, in fondo, “siamo la somma della storia che ci portiamo dietro” e spesso è più facile vivere una vita tiepida piuttosto che percorrere strade sconosciute.
Amanda fa tenerezza perché ha paura… teme il giudizio degli altri, della sua famiglia in primis, teme il confronto con le sorelle, teme la solitudine, teme di non essere una buona madre e teme di non essere stata una buona moglie, capace di donare ai propri figli una famiglia normale perché “aspiriamo sempre a una normalità per essere apprezzate da chi amiamo”.
Se lo chiede Amanda e me lo sono chiesta tantissime volte anch’io dove abbia sbagliato, quale sia stata la curva presa male, quale quella decisione che ha cambiato il corso degli eventi. Dopo aver letto questa storia ho compreso che non esistono scelte errate, esiste la vita che va avanti a modo suo e tante volte decide per noi. Leggendo questo romanzo ho imparato che a volte “tutto è relativo e i ricordi non sono mai veritieri”. Sottolineando queste pagine mi sono resa conto che spesso “per me il benessere degli altri è una priorità e mi sembra sempre di dover chiedere scusa, senza riuscire a dire quello che penso”. Soprattutto, però, ho capito che “forse la normalità ha delle maglie troppo strette; a volte è solo un carico che portiamo sulla schiena per sentirci esattamente come gli altri”.
Insieme ad Amanda, dunque, mi sono arrabbiata contro la vita che non va come vorremmo, che scombina in nostri piani e ci fa temere di non essere all’altezza di affrontarne le conseguenze.
Insieme ad Anna, invece, mi sono commossa, mi è sembrato di vivere, sulla mia pelle, il suo dolore… il dolore per il non detto, la sofferenza che causano le bugie anche quando si dicono per non ferire, anche quando si sussurrano per proteggere.
E infine ho riflettuto sull’importanza delle parole, sulla rilevanza e sul peso del nome, del proprio nome che è identità, storia, memoria. Qual è la prima cosa che ci identifica? Qual è la nostra essenza se non il nostro nome proprio? Forse non c’avevo mai riflettuto abbastanza, forse a volte mi ostino a volerlo scordare anche se “le dimenticanze tornano come uragani e io non so fermarle”.
Buona lettura a chi sa che “ci sono dolori che non si superano, semplicemente impariamo a conviverci”. Buona lettura a chi pensa che “non si smette mai di accordarsi alla vita, nemmeno dentro le assenze. Il rancore si trasforma in perdono, il passato in futuro”. E infine buona lettura a chi ha imparato che “non si tradisce nessuno nel cercare un’esistenza migliore, solo noi stesse se non ascoltiamo le nostre aspirazioni”.
ALESSANDRA D’AGOSTINO
Vorrei tornare indietro e cambiare la mia storia”
Amanda De Santis è una donna single, con due figli – Teo, un adolescente complicato, e Bianca, una seienne determinata -, un lavoro precario che non le piace affatto, ma che la aiuta a sopravvivere, Gabriele un ex marito assente e Marco un compagno incapace di sceglierla. È divorata da una costante sensazione di inadeguatezza, intrappolata nel confronto con le sue sorelle, Violante e Flaminia, all’apparenza impeccabili, e schiacciata dall’ombra di una madre – Anna – che incarna un ideale irraggiungibile e infallibile. E così, per proteggere chi ama e sé stessa, finisce per mentire, portando il peso di una fragilità che nessuno sembra vedere. Durante i festeggiamenti per il cinquantesimo anniversario dei genitori, la famiglia si ritrova attorno a una tavola di parole non dette, di affetti ingombranti e segreti mai affrontati. Amanda capisce che è tempo di cambiare, e forse il primo passo è raccontare e raccontarsi la verità. Perché ogni famiglia nasconde fratture sottili, silenzi troppo lunghi e ruoli che fanno male. E lei non è l’unica a portare dentro una questione rimasta in sospeso. Le sorelle, la madre, persino il padre: ognuno ha un segreto da custodire.
È questa la trama di “Questioni di famiglia”, l’ultimo libro dell’autrice genovese Cinzia Pennati, edito dalla Sperling&Kupfer. Un romanzo corale che scava nelle pieghe più profonde di una famiglia che si confronta con il peso delle aspettative e con i sensi di colpa. Un romanzo attuale e sincero che dà voce a immagini di donne vere, reali. Le protagoniste sono donne piene di sogni, di contraddizioni, di paure. Sono donne che lottano, che cadono e si rialzano per sé stesse e per gli altri.
L’autrice tocca il tema dei conflitti familiari, dell’identità femminile, della maternità, della sorellanza, del timore del giudizio della società, delle difficoltà oggettive che le donne vivevano nei tempi passati e delle lotte per l’emancipazione o, più semplicemente, per l’accettazione di sé. Tutti argomenti che vengono affrontati con delicatezza e ironia obbligando il lettore a interrogarsi sulla ricerca della propria felicità.
La narrazione è affidata alle due voci femminili predominanti: Anna e Amanda, che sono, rispettivamente, madre e figlia. Si tratta di due generazioni a confronto, ma soprattutto si tratta di due donne smarrite e alla ricerca di sé stesse.
Leggendo queste pagine, quasi tutte d’un fiato, ho simpatizzato con Amanda, ho compreso la sua frustrazione e il suo senso di inadeguatezza nato da un confronto con chi sembra avere una vita perfetta, perché, in fondo, “siamo la somma della storia che ci portiamo dietro” e spesso è più facile vivere una vita tiepida piuttosto che percorrere strade sconosciute.
Amanda fa tenerezza perché ha paura… teme il giudizio degli altri, della sua famiglia in primis, teme il confronto con le sorelle, teme la solitudine, teme di non essere una buona madre e teme di non essere stata una buona moglie, capace di donare ai propri figli una famiglia normale perché “aspiriamo sempre a una normalità per essere apprezzate da chi amiamo”.
Se lo chiede Amanda e me lo sono chiesta tantissime volte anch’io dove abbia sbagliato, quale sia stata la curva presa male, quale quella decisione che ha cambiato il corso degli eventi. Dopo aver letto questa storia ho compreso che non esistono scelte errate, esiste la vita che va avanti a modo suo e tante volte decide per noi. Leggendo questo romanzo ho imparato che a volte “tutto è relativo e i ricordi non sono mai veritieri”. Sottolineando queste pagine mi sono resa conto che spesso “per me il benessere degli altri è una priorità e mi sembra sempre di dover chiedere scusa, senza riuscire a dire quello che penso”. Soprattutto, però, ho capito che “forse la normalità ha delle maglie troppo strette; a volte è solo un carico che portiamo sulla schiena per sentirci esattamente come gli altri”.
Insieme ad Amanda, dunque, mi sono arrabbiata contro la vita che non va come vorremmo, che scombina in nostri piani e ci fa temere di non essere all’altezza di affrontarne le conseguenze.
Insieme ad Anna, invece, mi sono commossa, mi è sembrato di vivere, sulla mia pelle, il suo dolore… il dolore per il non detto, la sofferenza che causano le bugie anche quando si dicono per non ferire, anche quando si sussurrano per proteggere.
E infine ho riflettuto sull’importanza delle parole, sulla rilevanza e sul peso del nome, del proprio nome che è identità, storia, memoria. Qual è la prima cosa che ci identifica? Qual è la nostra essenza se non il nostro nome proprio? Forse non c’avevo mai riflettuto abbastanza, forse a volte mi ostino a volerlo scordare anche se “le dimenticanze tornano come uragani e io non so fermarle”.
Buona lettura a chi sa che “ci sono dolori che non si superano, semplicemente impariamo a conviverci”. Buona lettura a chi pensa che “non si smette mai di accordarsi alla vita, nemmeno dentro le assenze. Il rancore si trasforma in perdono, il passato in futuro”. E infine buona lettura a chi ha imparato che “non si tradisce nessuno nel cercare un’esistenza migliore, solo noi stesse se non ascoltiamo le nostre aspirazioni”.
ALESSANDRA D’AGOSTINO
Sono una prof di Lettere appassionata e sorridente! Amo insegnare, leggere e scrivere recensioni, racconti e poesie che, spesso, hanno ricevuto pubblicazioni e premi letterari nazionali. Il mio motto è: "Se la fatica è tanta, il premio non sarà mediocre"... La vita mi ha insegnato che Giordano Bruno non si sbagliava!