Una grande solitudine civile
La poesia di Renée Nicole Good sta circolando ovunque dopo la sua morte, e mi sembra confermare un paradosso crudele: il linguaggio che esprime la vita acquista piena rilevanza solo quando la vita è stata sottratta. Lo so che detto così può sembrare retorico e canzonatorio, ma cerco di spiegare meglio.
È come se la poesia — e con essa ogni forma di senso non immediatamente funzionale — fosse relegata a un uso postumo, commemorativo, mai quotidiano. Non è pratica, è reliquia. Non è respiro, è prova di essere stato. Eppure, proprio quella poesia, Sull’imparare a dissezionare i feti di maiale, termina con un richiamo radicale alla materialità dell’esistenza: l’incontro tra ovulo e spermatozoo, la vita ridotta al suo innesco biologico, e tutte le piccole cose che muoiono dentro di noi. Forse sono quelli i veri momenti della vita umana oggetto di memoria: non l’atto in sé, ma ciò che si spegne mentre viviamo.
Questo cortocircuito tra materia e senso mette a nudo una contraddizione più ampia. Da un lato, l’essere umano continua a percepire la bellezza, il potere del genio creativo, persino in punto di morte; dall’altro, accetta sistemi di valori e di norme che giustificano l’annientamento della vita, purché avvenga nel perimetro di una legalità formalmente legittima. È quello che sostengono i vicini all’amministrazione Trump, i posizionati a destra, i forcaioli che trovano altro pane per i loro denti se non pubblica qualcosa Ilaria Cucchi. L’omicidio diventa “atto conforme”, l’abuso di potere “applicazione della legge”, e la legittima difesa — svuotata di ogni dimensione etica — si trasforma in un dispositivo che assolve la forza bruta. In questo passaggio, il diritto non protegge più la persona: le sottrae senso, la riduce a corpo amministrabile, a rischio calcolabile, a scarto tollerabile. Scudi umani, vittime lecite di nuovi dei e nuove idee, come nel bel saggio di Nicola Perugini e Neve Gordon.
Qui la poesia diventa pericolosa. Non perché inciti alla violenza, ma perché restituisce complessità là dove il potere pretende semplificazione. Perché rifiuta la logica binaria di colpa e innocenza, ordine e disordine, amico e nemico. Nelle culture in cui la poesia è ancora simbiosi vitale — come in certe tradizioni russe o indiane, dove la preghiera non è altro che poesia ripetuta, suono che plasma il tempo — il linguaggio non è separato dalla vita. È ascesi, esercizio quotidiano, forma di resistenza. In Occidente, invece, la poesia è spesso consumo culturale, ornamento, oppure prova a carico di qualcuno: un testo da estrapolare, isolare, usare contro un corpo ormai silenzioso.
È così che il diritto, da strumento di convivenza, diventa baratro dell’impunità. Dalla Palestina al Venezuela, passando per le nostre democrazie stanche, la legge si trasforma in contenitore vuoto, riempito a uso e consumo dell’imperatore di turno. Non è più messa in discussione la norma, ma la persona. Non l’impianto giuridico, ma i diritti umani che dovrebbe garantire. Mentre siamo ancora capaci di riconoscere la bellezza di una poesia, di commuoverci davanti a una vita spezzata, non riusciamo a organizzarci in un manifesto collettivo, in una visione condivisa che tenga insieme etica, diritto e linguaggio. Quando la Global Sumud Flottilla ha dato il via a proteste che non si vedevano da decenni, l’entusiasmo di partecipare lasciava il posto a una grande paura: quella del dopo. Un momento successivo in cui il vuoto di sostanza e progettazione sarebbe stato ancora più terrificante, perché si era conosciuta la possibilità di una potenza popolare e si era lasciata spegnere. Chi scrive resta sempre nella partecipazione e nella speranza, ma resta anche una grande solitudine: quella di chi sente che qualcosa non torna, che la vita non può essere ridotta a procedura né la morte può essere archiviata come atto conforme. Una solitudine abitata da parole che arrivano sempre troppo tardi (quando il corpo non può più parlare) e che proprio per questo continuano a interrogare ciò che siamo diventati. E ciò che, forse, abbiamo lasciato morire dentro di noi.