I Putan Club aboliscono il palco per possederti
Questa in cui viviamo è una città strana. Vive sul filo di un’ambivalenza sfrenata, e lo fa in un modo proprio, che ormai gli appartiene, perché tanto se ne impregnano, in modi e con metodi così diversi, i suoi abitanti quanto, alla fine, proprio lei è riuscita ad assurgere a organismo vitale o mortale. Quando sapevamo che i Putan Club, dopo diversi anni d’assenza, sarebbero tornati a Lamezia Terme… ci siamo aspettati da subito una serata vitale. Luogo: isola pedonale, ospiti di quel Bircock Speakeasy Pub che è posto familiare, caldo. Alla fine, dopo un’ora e mezzo di Putan Club, la serata non è stata vitale. È stata trascendentale. E la strada, tutto il Bircock, non era solo caldo. È stato rovente.
Di François-Régis Cambuzat e Gianna Greco in quanto artisti, in quanto visionari, in quanto poeti, staremmo a parlare per lunghe e lunghe notti. Inutile, qui, aggiungere anche della loro spiccata sensibilità e curiosità, una forza tale che trasuda lungo ogni poro sudato delle loro pelli, e in quella luce rara, rarissima ormai, che scorgi negli occhi di chi ancora, con testa dura, si ostina a vivere di musica dal vivo. A vivere dal vivo, e basta. Quasi.
Inutile, dicevamo, perché dei Putan Club puoi avere esperienza completa solo in maniera diretta. Accogliendo François mentre ti salta addosso con la sua chitarra, o quando ti fa volare via da una sedia inutile presa malamente a calci, o mentre ti lasci rapire dalle magarìe di Gianna e, senza che te ne accorgi, cominci già a muovere il tuo corpo seguendo una tra le musiche più inetichettabili del panorama contemporaneo. Ma apriamo questa benedetta parentesi.
Chi cazzo sono i Putan Club?
Ci inseriamo subito a gamba tesa rispondendo a una delle nostre domande preferite.
Nati nel 2013 come progetto sperimentale che sarebbe dovuto durare qualche mese, i Putan Club sono un duo italo-francese che non è mai più riuscito a fermarsi. Non per fama, ma per necessità. E non lo stiamo supponendo.
Da giorno zero rifiutano qualsiasi coinvolgimento con agenti o stampa. Approccio totalmente anti-commerciale: un ristrettissimo merch, un paio di dischi, qualche poster. Stop. Il cuore di questo progetto Industrial-Techno pulsa tutto nei live, sparsi in ogni angolo del globo da marzo a dicembre.
E i loro spettacoli sono un’altra cosa. Da anni hanno abolito il palco – via quella cazzo di separazione tra musicisti e pubblico. Chitarra, basso e Ableton aperto sul pc, procedono a punzecchiare e infastidire chi sta seduto, costringendo tutti a partecipare, a lasciarsi andare.
Ma quello che rende il progetto davvero unico è il concetto su cui si fonda tutto: l’adorcismo. Sì, hai letto bene. Mentre l’esorcismo espelle entità considerate dannose, l’adorcismo le invita deliberatamente dentro. Le accoglie nel corpo del partecipante per poi “accomodarle” attraverso musica, danza e cerimonia.
L’altra colonna portante? La “musica di elevazione”. I due si sono accorti che la musica può catapultarti in stati di coscienza alterati, e invece di farsene una pippa mentale, sono andati nel deserto a cercare risposte. Gianna ci ha confermato che si sono davvero recati là fuori, ascoltando i Sun O))) per trovare nuove ispirazioni (ma dubito che tu che leggi possa essere pronto per il drone metal).

Ora che hai ben chiaro chi sono.
Il nostro cruccio qui, però, è anche di altro tipo. È quasi esclusivamente politico. Perché sono loro, i Putan Club, con la loro performance urbana travolgente, a essere questa sera una presenza politica, anarchica. Come una bomba gentile, se mai se ne potesse immaginare una, di questi periodi poi, come un ordigno innescato che non smembra, ma riunisce. È la vera riunione di corpo e spirito che ci concediamo, tra le urla di Gianna e François, le violenti schitarrate e beat ossessivi. Risulterebbe riduttivo persino descriverlo come l’ennesimo rito collettivo. Di troppi riti collettivi abusiamo oggi, nelle mefistofeliche e grigie giornate che (non) ci concediamo. Un live dei Putan Club è esperienza artistica diretta, dove il collettivo non è limitato al momento dell’esecuzione rituale, ma ti si trascina addosso, te lo porti dietro per giorni e giorni a seguire.
Tutte cose, pensiamo tra un brano e l’altro, in quelle rare pause di un lungo continuum senza sosta, che qui, alle nostre latitudini, attorno ai nostri paesaggi quotidiani… temiamo si stiano perdendo. E allora questo delirio orgiastico che di base è musicale – ma che poi sconfina nell’Arte nella sua totalità, in accordo all’eclettismo estremo di questi due Profeti post-contemporanei – ci dà l’impressione di risanarli per davvero i grandi e silenziosi malanni di cui soffre questa terra. Un vecchio problema irrisolto, forse, di cui si parla, senza nemmeno renderci conto con quanta malinconia, a François stesso, quando il giorno dopo insieme a Gianna passano a salutarci al TIP Teatro.
È la Vigilia di Natale, “e noi stiamo qui, a resistere ancora, con tanti, troppi sacrifici – gli diciamo – come avviene sempre in provincia, nelle Periferie”. E lui non ha dubbi. Ci scuote, con la dolcezza e delicatezza che lo contraddistinguono quando non è sulle scene: “perché?” ci domanda François “io penso, sono sicuro che siete voi, sono le Periferie a essere il vero centro”. E via lì… a parlare di Europa, di Europe, anzi, di globale, di Sud del mondo, di deserti e di Afriche, di Vie della Seta e di Caucaso, di Sudamerica, di Francia e di Salento. Inevitabilmente.
Ci siamo abbracciati a lungo, con i Putan Club, il giorno dopo di quel concerto che, ancora una volta, rimarrà a lungo impresso nella nostra memoria. E nella memoria di chi è stato presente, di chi è stato testimone, di nuovo, di una resistenza artistica ben precisa, di chi è stato testimone di quelle Altre Vie possibili, lontane da ogni logica di ogni maledetto Capitale del cazzo. Grazie.
Vive a Lamezia Terme, legge e scrive dove gli capita. A tempo perso si è laureato in Beni Culturali e in Scienze Storiche, a tempo perso gestisce il blog Manifest e a tempo perso è responsabile della Biblioteca Galleggiante dello Spettacolo del TIP Teatro. Di fatto, non ha mai tempo. Ha pubblicato due romanzi, "Al di là delle dune" (2023, A&B) e "Quattro apocalissi" (2024, Qed) e un racconto, "Il buco nero" (2025, Galileo Editore).
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Ero un metallaro, oggi mi ha mangiato il mondo alternative. Sono sempre alla ricerca di nuove sonorità che scuotino, con un piede nel caos e l’altro nei suoni underground, in una costante commistione di voci distorte e percussioni che imitano il battito del mio cuore. Ah, ovviamente, non prendermi troppo sul serio. Sono un idiota tanto quanto te.
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