Contro il tabù della morte

Che cos’è quell’espressione timorosa che hai in volto oggi? Che c’è? Non mi riconosci più? Si, siamo stati tante di quelle volte in giro, abbiamo passato estati insieme, ammirato tramonti mozzafiato! E tu? Che faccia oggi! Cosa t’è successo? Stai bene?

Proseguo a camminare lungo l’isola pedonale assolata, dopo la tempesta degli ultimi giorni. Capita di specchiarmi in qualche vetrina di negozio con quei cartelloni giganti al saldo, mi aggiusto volentieri lo sciarpone, poi proseguo, ogni tanto ritorno a fissarmi lungo i vetri. Sono bella oggi. Oggi sto sorridendo, ma anche ieri sorridevo, pure ieri sera dopo tutto, oggi sorrido, sono bella, i miei capelli al sole brillano, e sorrido. Eppure, cosa c’è che non va? Perché tutti quelli che incontro non vedono il mio sorriso? Perché tutti quelli che incontro pensano che io stia male? Perché sono tristi?

Cosa diavolo hanno gli altri, quando sanno di te che vivi una malattia, chè quando ti vedono non riescono a vedere il tuo sorriso, né a ricambiarlo?

Lo scorso anno, d’inverno, passavo giornate a chiedermi della morte. In alcuni momenti avevo ormai creato con essa un rapporto speciale, la sentivo addirittura come un’amica, mi confrontavo con lei, ragionavo con lei. Iniziavo a pensarla e allora, col tempo, lei rispondeva, eravamo sempre molto vicine. Essì, cavolo, avevo paura di lei, eppure quando incontravo la gente che affrontava una malattia non succedeva mai che io le voltasi le spalle, che non ricambiassi un sorriso, che mi mettessi paura della gente che affrontava una malattia neanche l’ombra. Invece oggi il mondo ha paura, tanta paura. E passa avanti, massaggiando i display, nelle notizie che non fanno comodo, sulle home dei social network, e passa dritta per strada per non salutarti, e se ti saluta cambia discorso, non ti chiede mai come stai, ne vuole pensare a te che esisti e che combatti questa malattia.

Il mondo ha paura di leggere certe paura e di pronunciarle, di associarle agli altri, perché ha paura al solo pensiero di impacchettarle su di sè, forse si impazzirebbe, forse si morirebbe all’istante.

E allora la morte diventa tabù da sconfiggere, assieme alla numerosità di tabù che viviamo, ogni giorno, in questa società post moderna sempre più fragile, inutile, disumana, polverizzata in sogni di pietra. Un tabù da sconfiggere insieme all’idea di un futuro fatto di grandi progetti per cui perdere la testa, insieme all’idea di una vita terrena eterna. Un tabù da sconfiggere per rimediare a tutto ciò che ci discosta dal pensarci come esseri umani, fatti di carne e ossa. Un corpo il nostro che prima o poi cesserà.

E invece perdono occasioni. Si, le persone perdono l’occasione di incontrare le metamorfosi in atto proprio grazie alla malattia, e alla paura della morte che piano piano cambia volto. È parecchio sorprendente vivere ciò che per pochi e fottuti secondi, a seguito di una notizia che si cerca di eludere, si immagina. Quando in un attimo ti trovi a vivere ciò che spesso sarà capitato di sognare durante una notte di agitazione, quando ti sarai svegliata di soprassalto e avrai sussurrato fra te e te: menomale ch’era un sogno! Sorprenderti, a vivere un incubo nella realtà di tutti i giorni, ti cambia radicalmente. La comune vulnerabilità acquisisce una veste di vulnerabilità adatta solo a te stessa, l’umore cambia si, ma non più di due volte al giorno e quando cambia lo sai perfettamente gestire, insieme a una razionalità che prima era assai carente. Impari a dare un peso alle cose, in maniera del tutto diversificata dal passato, quando ti arrabbiavi per un commento sui social, quando ti arrabbiavi con tuo fratello per la programmazione di un evento culturale del cazzo, impari a dare un peso alle cose importanti. E allora, grazie a quello che il mondo immagina solo per poco, la malattia, quale peggiore tabù, da sconfiggere s’intende, diventa la tua più grande forza, il motivo per cui adesso, finalmente, puoi uscire da uno stallo fatto di incertezza, la tua incertezza dello stare al mondo. La paura diventa bellezza, e il tempo lo puoi vivere con estrema dolcezza.

Non abbiate paura di me amici miei, amici che reputavo tali e sono invece scomparsi, altri che non reputavo possibili e lo sono diventati da poco, non abbiate paura dei miei sorrisi, dei miei occhi che, nonostante tutto, cercano di afferrare sempre dritto altre pupille, che nella vita non c’è cosa più bella che toccare con mano questa terribile corrispondenza d’amorosi sensi. Combattiamo il tabù della morte con la ricerca della verità.

Valeria D'Agostino

Nata e cresciuta a Lamezia Terme, ha 29 anni, i suoi studi sono giuridici ma attualmente è la letteratura ad essere al centro di ogni cosa. Componente del blog collettivo Manifest. Corrispondente per un giornale locale, collabora con alcune riviste nazionali online. È vicepresidente di Scenari Visibili, associazione culturale teatrale, fa parte del direttivo TIP Teatro. Appassionata di poesia, antropologia, luoghi e paesaggio.

Leave a comment

  • ©2016 Manifest. Tutti i diritti sono riservati agli autori delle singole opere.
  • Il blog è stato realizzato da Siti Web Torino.