Il Joker, tra critica sociale e disagio psichico

Uno dei più grandi successi di critica e di pubblico di questo 2019 cinematografico è stato sicuramente il Joker di Todd Philips. Phoenix si presta benissimo alla interpretazione della nascita di uno dei cattivi più famosi della storia del cinema, uscendo fuori dagli standard fumettistici di Nicholson, del primo Joker nel Batman I di Tim Burton, ma ispirandosi ad esso naturalmente, nel ghigno e nelle movenze.

L’episodio, che dovrebbe essere un presequel dell’epopea del cavaliere mascherato, in realtà se ne allontana, man mano che il film avanza. Joker infatti non è semplicemente un mafioso, ma è un clown affetto da ristata compulsiva ogni qual volta elementi stressanti e oggettivamente degradanti si affacciano alla sua vita. Frutto di una società malata, quale quella newyorkése e americana dei primi anni ’80, dilaniata dal neoliberismo che amplifica le differenze sociali e taglia le spese pubbliche per la sanità e i servizi assistenziali (lo stesso Arthur Fleck subirà in prima persona i tagli alla spesa sanitaria, con conseguente drammatico peggioramento del quadro clinico di cui è affetto), il Joker è la personificazione di tutto ciò che non va. Alienato da sé stesso, ha problemi economici, vive con una mamma disturbata psichicamente, ma al contempo invece di canalizzare il suo disagio in una lotta politica, forse impossibile, insegue le chimere improbabili del successo nella società dello spettacolo. Le vicende, in un susseguirsi più tragico che comico (la risata dello stesso Joker non ha nulla di allegro, ma è uno spasmo) degenereranno infine in una protesta diffusa di stampo nichilista. L’oscurità inizierà ad avanzare su Gotham City e il Joker ne diventerà il vessillo per tutti quei cittadini che definitivamente sconfitti, piuttosto che continuare a sperare decidano di darsi alle scorribande, per una protesta cieca e totale, il cui stadio finale sarà la distruzione generalizzata.

Molti hanno visto nel Joker di Todd Philips una distopia dei nostri tempi, con l’avanzata dei movimenti populistici e i comici che diventano capi politici, ma noi ci distanziamo da questa visione di destra. Il Joker è piuttosto una fotografia della realtà, dove il singolo dissociato e atomizzato si vede impotente di fronte e forze economiche sempre più schiaccianti, e a un sistema politico distante e corrotto.

È quindi un avvertimento questo film, che qualora il disagio sociale venga lasciato a sé stesso senza rappresentanza esso rischia di sfociare in vera e propria eversione (si pensi ad esempio alla triste parabola dei Gilet gialli in Francia).

Ma è anche, forse e soprattutto, una meravigliosa opera d’arte questo Joker, in cui la splendida fotografia crepuscolare di Lawrence Sher e la meravigliosa interpretazione dell’attore protagonista Phoenix, si intrecciano con continui rimandi a quei grandi classici della storia del cinema, Toro Scatenato, Taxi Driver, con le quali Scorsese ha segnato un’epoca.

Insomma, come per ogni opera d’arte non si può prescindere dai risultati estetici che essa ottiene nel darne un giudizio che sia innanzitutto formale, senza il quale questo come altri film sarebbero semplicemente dei trattatelli di sociologia un po’ banalotti, mancanti di quell’ambivalenza, fatta di luci e ombre, che mette alla prova le nostre capacità di giudizio in una ginnastica interpretativa che ogni buon film ci indice e in qualche modo ci ordina.

Davide De Grazia

Il poeta non è altro che un canale, un medium per l'infinito, che si annulla per fare posto a forze che gli sono immensamente superiori e, per certi versi, persino estranee. D'altra parte chi sono io di fronte al tutto, ma al contempo, cosa sarebbe il tutto senza di me?

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