Poesie per l’autunno
***
Saremo mille volte gli altri, sotto la pioggia
mutiamo in ore silenzi sguardi corrisposti
sotto la pioggia, i cinema improvvisamente si riempiono
le luci sgargianti servono a salvare il primo incontro
il primo amore,
a non doversi salutare con il cappotto in testa
e un rapido ciao gridato di spalle, altrimenti
sarebbe subito ricordare elementi frasi che hanno colpito
come un cazzotto nell’atmosfera
(i silenzi accaduti, quelli che sono turbolenze
che ci fanno temere la caduta imminente,
i vuoti d’aria commessi per dispetto)
ricordare elementi particelle l’odore della pelle
il colore delle scarpe, la musica delle risate
se soffocate o meno, subito ricostruire i vecchi amori
e comparare, sotto il diluvio
prima di entrare in sala e tendere la mano
la mano nel buio nel vuoto immenso delle ipotesi
quelle che esistono prima di nascere
e mentre si vive,
se è vero che qualcuno scandisce le ore negli amori provati
subìti nascosti cercati,
e pioggia, sotto cui saremo mille altre persone
tante quante ne vivono nel mondo,
stanotte ora che costruisci baci silenzi eterni copioni.
Pioggia, vento, che ci parlate dalla voce delle strade
Noi saremo mille cose diverse
mille volte l’amore provato nelle
mansarde estive
qualcosa di più di un solo per sempre.
***
Notte. come un graffio arriva, coi suoi tormenti.
Una luce bianca illumina il capezzale,
si riflette sulle nostre gambe
in bilico tra il parquet e il mare.
Amo anch’io i canali
dove il vento percorre
le fratture antiche di queste strade.
Amo il tuo dormire quando mi domando
in quale mondo abiti.
***
Prima di nascere,
nell’utero,
sei nello stomaco
di un’ipotesi.
Ora che albeggia ho in serbo
le domande di ognuno.
***
Sulla strada, lontano, un uomo piange,
si dimena nel vuoto di questa notte
il canto antico della miseria, si propaga
per svilire l’uomo.
L’ascensore è fermo al mio piano da ore,
l’ultimo sonnambulo si è coricato da tempo.
Quando tutto tace.
Come un miracolo.
La voce dei fratelli.
Immensa, lì, dove io non posso stare.
Ma ora è cessato il pianto.
Si prepara un mattino d’autunno.
All’uomo restano le grida e qualche voce di conforto
che sigillano il ricordo di un per sempre.
***
Si viene dal nascere,
anche se per te non è abbastanza.
Si proviene dal gorgo, dalla voce soffusa
delle camere bianche,
certe immense stanze della vita.
Si viene al mondo sotto luci pallide e stanche,
il cui compito è simulare il giorno
nell’attesa che il sole illumini la carne.
Anche se per te non è abbastanza,
quando guardandomi non sei in grado
di conoscere gli uomini che sarò.
Oggi ho aperto la vecchia finestra che tutti hanno dimenticato,
il cigolio delle persiane ha intonato il misterioso canto delle ore trascorse.
È ormai un secolo che guarda questa strada
dal suo vetro sporco;
è il gran libro di storia che non potrò mai leggere,
la biografia del mio tempo che non ha voce di questi giorni.
Sono rimasto a lungo coi gomiti poggiati sul bancale di pietra
– di pietra fredda, su cui nessuno si affaccia da anni –,
ho accolto il sole con un sorriso
come un bambino,
e nel profumo delle terrazze ho perdonato questa città crudele,
per minuti soltanto
ho scorto il dolce lato di queste strade.
Quando morirò la finestra che nessuno ricorda
non saprà che ho scritto centinaia di poesie
per una donna inesistente,
dalle caute piogge di ottobre non avrà sentito ancora
il triste annuncio dell’inverno
(non avrà sofferto i corpi di queste donne
che vi sono passate di rado, le pallide frasi di circostanza
pronunciate un attimo prima di gettare i vestiti per terra).
Quando questo palazzo verrà demolito
della mia generazione resterà un’eco per queste infinite strade,
e questa magnifica visuale sul mondo
sarà, infine, tutt’uno col vento.
Come noi. Ma senza elegia, né rancore.
Quante volte ho desiderato possedere
un pensiero in grado di resistere, l’Idea che conduce le giornate dei geni,
ma ho conosciuto il piacere di essere come tanti,
in grado di condurre soltanto una vita, fatta di umili esigenze
– l’amore, l’ira, qualche buon pasto per tappare la fame –
e certo fatta di sogni, immagini, memorie sbiadite,
ma condotta col piacere di essere cento uomini alla volta,
falsi miti nelle occasioni della notte,
angeli quando si ha l’occasione di credersi redenti.
E da questa finestra…
… ho guardato centinaia di sagome, volti indefiniti
all’ombra di un sole sempre più distante, uomini come lo sono io,
con i drammi che ci competono da secoli,
persi nella fanfara del traffico – perché il mio quartiere
è un campo di battaglia, dove qualcuno a volte si innamora –
innamorati di questa vita quasi di nascosto,
come si ha paura di amare una creatura
che a noi sembra troppo distante.
Dopo poco ho richiuso le persiane; quante cose potremmo raccontare
da una sola prospettiva, immagini di un momento,
certi eventi singolari del caso,
ma sono ritornato nel mio studio, e fumando ho provato una certa quiete,
pensando che finirò dove mi spetta,
nel corpo di mia madre o nello scheletro di me stesso;
non sarà qui, dove ora nascono le mie parole,
non sarà altrove, dato che qui si sta già altrove.
Allora non ha importanza.
Vivrò convinto di non essere più o meno della finestra che nessuno ricorda,
un cuore fatto di palpebre,
aperto sempre da una mano estranea.