Presentato a Cosenza “Conforme alla gloria” di Demetrio Paolin

“Conforme alla gloria” Il quadro del male duplicato, o il bene che si conforma alla gloria?

L’ultimo libro di Demetrio Paolin “Conforme alla gloria” che figura, con merito, tra i 12 candidati al Premio Strega 2016 è un quadro perfetto con dentro ipotetiche stanze, all’interno di una casa immensa, dove figurano quelle tracce attente nel delineare la letteratura del tempo presente. Il romanzo dell’autore della provincia di Asti, presentato magistralmente ieri pomeriggio dal professor Vito Teti – antropologo, in una gremita sala al piano superiore della libreria La Feltrinelli di Cosenza, insieme alla presenza di numerosi giovani, ha lasciato tanta curiosità e, se vogliamo, anche tanto entusiasmo, nonostante il pilastro portante da cui a partire da 8 anni fa muove la penna Paolin è il ‘male’. Un male che però, se viene esorcizzato, non risulterà più tale.

Come ogni cosa trascendentale e quindi fortemente letteraria, anche il male ha una sua logica fuzzy, tante sfumature quante sono le possibili verità. Un romanzo massiccio – dalle lunghe pagine – e penetrante. Paolin cerca le verità legate al male partendo da un concetto esteriore – la ‘pelle’ – per poi addentrarsi nel profondo dell’essere umano. Perché la pelle? Perché è la prima barriera, quella pronta a definire l’essere umano. La ‘gloria’ rappresentata dal quadro verrà lasciata da un padre in eredità al figlio, Rudolf – da aggiungere al periodo del 68’ da quest’ultimo vissuto, e quindi agli aspri scontri col padre. Un’eredità che sconvolge l’intera famiglia, e insieme tutti i personaggi che figurano nel quadro. C’è infatti Enea, la quale tenta una glorificazione dall’esperienza dei lager della Germania nazista, e infine si rivela autore del quadro; c’è Ana, la modella dell’opera creata da Enea – doppio della donna ucraina – e la sua trasfigurazione del corpo. Paolin mostra quindi lo stretto legame tra carnalità e spiritualità. E poi la voce fuori campo – il prologo del romanzo di Demetrio Paolin – l’umanità dolente.

“Io sono la bambola dolente con la bocca piena di pane, sogno nella notte il pane piano, il pane nero, il pane con le olive” – riprendendo alcuni passi del libro, Vito Teti vede la fame che domina i corpi degli internati “Si muore tra ‘colpa’ e ‘desiderio di dimenticare’ ma considerando il peso della memoria di Levi è meglio dimenticare o ricordare”? La vita non è il bene e neppure la morte lo è. “La penna di Paolin è forte, violenta, ma a tratti ‘poetica’ – dice Teti”. Che relazione c’è tra la ‘vittima’ e il ‘carnefice’? Restando nel campo d’azione formato da bene e male e partendo dal presupposto che è molto complesso se non impossibile dare una definizione esaustiva dell’uno e dell’altro, come spiega bene Paolin “Mentre nella Bibbia il ‘bene’ è l’unità, qui il ‘male’ si moltiplica”. Il quadro è duplicato dallo stesso quadro in altri innumerevoli quadri. “L’unico modo per opporsi al male è provare a scriverlo”.

“A dispetto della morte del romanzo, argomento di cui oggi si discorre, la parola di Paolin incide, pesa, chiede di essere letta, conduce alla grande letteratura e alle grandi domande della vita, sul senso o non senso della morte” – continua Teti.  Nella ricerca della verità c’è dentro Dostoevskij, Proust, Montale, Caproni, Penna, il Pasolini saggista, e nel giro di pochi metri quadrati c’è Pavese, con la resistenza. “Paolin rende pubblico, ed ecco l’atto coraggioso e rischioso, il concetto di colpa – dice ancora Vito Teti – e poi quello di maledizione”.

Dal dipinto della gloria di Paolin, lasciato in dono all’immaginazione di ciascun lettore e che irrimediabilmente si troverà modificato negli umori post lettura, c’è la certezza del lager che non finisce mai, con le interiorizzazioni diversificate tra vittima e carnefice. “In sottotraccia c’è una polemica con una sorta di revisionismo del nazismo – dice Teti – ma come marcato da Paolin, ogni uomo è la stessa carne di Hitler e a questo non c’è rimedio”.

Il male, dunque, diventa qualcosa di ‘metafisico’. Non siamo forse vivi perché è morto qualcun altro? “Dopo Aushwitz non c’è nessuna poesia? Dopo Aushwitz non c’è Dio” – leggendo ancora Paolin, viene da chiedersi di Dio, perché manda il male nel mondo? Forse perché impotente, non crudele. Dalle esperienze dei personaggi della gloria di Paolin vien da pensare quasi che il male, paradossalmente, possa condurre anche al bene. Che il bene sia conforme alla gloria. “Ogni cosa che facciamo la dobbiamo alla prigionia” – dicono Enea ed Ana, ma quanti Enea ed Ana conosciamo noi oggi? Capaci di affrontare il dolore ed uscirne vittoriosi, capaci di convivere col dolore, capaci di rigenerare una forza, capaci di trasformare e reinventare il male fino a giungere al successo? Allora… non sempre avviene che per testimoniare dobbiamo diventare aguzzini.

(La foto è di Andrea Bressi)

Valeria D'Agostino

Nata e cresciuta a Lamezia Terme, ha 29 anni, i suoi studi sono giuridici ma attualmente è la letteratura ad essere al centro di ogni cosa. Componente del blog collettivo Manifest. Corrispondente per un giornale locale, collabora con alcune riviste nazionali online. È vicepresidente di Scenari Visibili, associazione culturale teatrale, fa parte del direttivo TIP Teatro. Appassionata di poesia, antropologia, luoghi e paesaggio.

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