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CAPITOLO I
SUSAN
Il mare era di fronte a lei, e Susan sorrise. Era la prima volta che lo vedeva, e aveva dovuto attendere vent’anni.
Da quando era nata, i suoi occhi avevano sempre e solo visto strade asfaltate, Ametan, altissimi grattacieli, palazzi di vetro. E gente che correva follemente dappertutto. Lei non aveva mai sopportato tutta quella frenesia, quella fretta, quella rapidità.
Quell’Efficienza.
Deglutì. Aveva detto la parola magica, la parola che per tutti quelli che conosceva era sinonimo di benessere, prosperità e progresso, ma per lei ogni volta anche il solo PENSARE quella parola le dava il voltastomaco.
Non poteva farci niente: nonostante tutte le frasi martellanti sulla giustizia della filosofia dell’essere efficienti e produttivi, lei continuava a pensare diversamente. Scosse la testa. Si chiese perché pensasse diversamente dagli altri, perché, arrivata alla fine delle dodici ore di studio sfiancante e senza senso, la sua mente vagasse per altri lidi, perché guardasse le stelle dalla finestra della sua stanza, perché amasse così tanto la musica, una cosa che i Cinque Efficienti Generali sopportavano a stento, tanto da multare chi componesse musica solo per proprio diletto personale. La musica, per loro, doveva servire solo per finalità pratiche. Lei non riusciva ad accettarlo.
Si era sempre sentita diversa: sin da bambina, e poi da adolescente, negli Istituti di Efficienza- il nome che ora avevano le scuole- era stata additata come quella “matta”, con la testa tra le nuvole, quella che “se continui così, non farai molta strada”. Il suo parlare a scoppi, a tratti velocissimo e in parte lento, intervallato da balbettii, e i suoi discorsi strani, conditi da musica, poesia, film, l’avevano trasformata in una reietta; i suoi anni di scuola erano stati un vero e proprio inferno, senza nessuna vera amicizia.
Nonostante tutto, però, a scuola era sempre andata molto bene, perché anche se era molto poco Efficiente, era curiosa, e aveva un ottimo intuito, che le aveva permesso di eccellere anche in materie di cui a lei non importava nulla.
Scienza del telegiornale, Metodi e tecniche per uno scoop di Provincia, Produttività, Tecnologia del Reality: tutte cose che aveva odiato profondamente, ma otto anni sono tanti, e bisogna sopravvivere in qualche modo.
Gli unici momenti belli erano stati quelli con suo padre- sua madre era morta quando lei aveva due anni- nella valle dove abitavano, senza Efficienza o produttività che li disturbasse: il vecchio Franklyn era come lei, e aveva visto i giorni in cui nessuno aveva mai sentito nominare l’Efficienza. Quante cose le aveva raccontato! Storie dei tempi andati, le vicenda di Nandèra, il loro piccolo paese, i racconti dei viaggi che aveva fatto, i concerti di musica libera a cui aveva avuto la fortuna di assistere.. suo padre per lei era un eroe. Le aveva dato tante cose, tra cui una passione smodata per Bill Ravers, “l’ultimo grande cantante di Nandèra”, di cui suo padre aveva conservato gelosamente e segretamente tutti i dischi. Chi possedeva dischi di musica libera era tollerato, ma a stento.
Sorrise. Ora era su quella spiaggia, in quella mattina di Settembre, nel periodo detto del Ristoro Ufficiale, quando a tutti erano concessi tre mesi di vacanza dopo un lungo anno pieno di Efficienza ( con orari inumani, si disse Susan). La gente di solito era troppo sfinita da un anno di Efficienza- anche se pensavano fosse una fatica bellissima- e se ne stavano tutti a casa.
Lei non l’avrebbe sopportato; e siccome ora viveva da sola a Seraya, la grande capitale di Nandèra, non aveva nessuna intenzione di rimanere là: odiava quel posto, gli serviva solo come dimora, ma la sua vera casa non era lì. E presto sarebbe andata davvero a casa, per un po’.
Prima però voleva vedere finalmente il mare.
Il Lido di Seraya era a soli dieci minuti dalla città, e una piccola deviazione non avrebbe fatto allarmare suo padre.
Ora era finalmente lì, e Susan chiuse gli occhi, assaporando l’aria ancora miracolosamente pura di quel luogo. Era un vero miracolo, in una società così produttiva, che costruiva e avvelenava ovunque.
La ragazza si tolse le scarpe, e si sedette a piedi nudi sulla spiaggia, sciogliendo i suoi folti capelli neri e tirandosi su le maniche della maglietta bianca che portava quel giorno. Aveva la pelle molto bianca, e un po’ di sole le ci voleva proprio.
Sorrise, e tirò trionfalmente fuori dallo zaino il suo più grande segreto, che custodiva gelosamente: una Eco- chitarra, una piccola chitarra fatta di corde di lino, regalo di suo padre: le aveva insegnato a suonarlo, e lei cantava sempre le canzoni di Bill Ravers. Franklyn gliele aveva insegnate tutte.
Di solito suonava sempre di nascosto, e cantava bassa voce; ma quella mattina non c’era nessuno, e lei potè finalmente cantare senza temere sguardi indiscreti, o salate multe dei Vigilanti.
Pizzicò le corde, e attaccò il suo pezzo preferito, Destinato a volare:
“ Le ombre della città attorno a me,
la luce che abbaglia davanti ai miei occhi:
quale strada sceglierai tu, ragazza,
perché sai, io ho già capito dove andare,
e la via è dritta davanti a me.
So che hai paura, ma io ti amo
E con te percorrerò infiniti sentieri
Che portano tra le stelle e le comete;
Non so se sarò forte, ma con te camminerò dritto e sicuro.
Io sono qua , ragazza, e ti aspetterò,
anche se non voglio fermarmi sai,
perché io sono destinato a volare.
Sono destinato a volare, e anche tu lo sei.
Basta solo che ci credi, e io aspetterò con le mani tese
Fino a quando vedrò i tuoi occhi luminosi venire verso di me.
E allora correremo verso il sole, ragazza, perché io e te
Siamo destinati a volare”.
Susan depose la chitarra, e sorrise. Quanto amava quel pezzo! Avrebbe tanto desiderato anche lei avere un amore di quel genere, ma in una società come la sua era difficile trovare qualcuno che la pensasse come lei sul mondo..
Alzò gli occhi, guardando verso la coperta azzurra del mare, limpido come solo il mare della prima mattina sa essere: voleva dargli un ultimo sguardo prima di partire per il suo piccolo paese.
Trasalì. In mezzo alle onde aveva intravisto qualcosa di scuro.
Si alzò, e si avvicinò all’acqua, immergendo i piedi sulla riva. Ora lo vedeva meglio: non era un oggetto, era un corpo. Rovesciato inerte nell’acqua.
Non perse tempo a chiedersi chi fosse, se fosse affogato meno. Corse rapidamente dentro l’acqua, e si tuffò. Nuotò più veloce che potè, e raggiunse in breve il corpo inerte. Lo girò delicatamente, e vide che si trattava di un uomo ancora giovane, dai capelli neri ricci e lunghi, con una barba incolta da giorni. Si accorse che respirava, quindi era arrivata in tempo. Stava decidendo se chiedere aiuto a qualcuno, per sapere chi fosse, quando il giovane aprì improvvisamente gli occhi. La guardò intensamente con due profondissimi occhi verde mare, e lei si sentì trafitta da quello sguardo febbrile. “Dove sono?”, chiese, quasi in un sussurro.
Lei aveva ancora la profondità dei suoi occhi davanti al volto, quindi fu colta di sorpresa dalle sue prime parole. “Ah!- balbettò- siamo.. siamo sul Lido di Seraya, nella regione di Derkamel”.
Lui le strinse forte il braccio. “Ti prego, non dire a nessuno che sono qui- ansimò- portami sulla spiaggia e basta, per ora. Sarà sufficiente, non c’è bisogno di disturbare nessuno”.
Lei lo guardò, colta da un’intuizione. “Non sarai per caso un Ronya?”, chiese. Quando vide l’espressione di angoscia del giovane, capì di aver colto nel segno. “Non ti preoccupare- gli disse- io non sono molto Efficiente, non dirò a nessuno chi sei. Adesso ti porto sulla spiaggia, altrimenti ti ucciderò a furia di parlare!”. Sorrise calorosamente, e lo sollevò con delicatezza, avviandosi lentamente.
Era un bene che fosse mattina presto, e non ci fosse nessuno sulla spiaggia. Un Ronya che arrivava libero sulle spiagge di Nandèra non aveva mai un bel destino, e la Vigilanza di solito se ne prendeva cura.
Anche se cura non è esattamente il termine giusto, si disse Susan.
Alla fine arrivarono sulla spiaggia, e Susan posò delicatamente l’uomo sulla sabbia. Doveva essere un tipo decisamente forte e resistente, perché dopo qualche attimo in cui rimase immobile, disteso sulla spiaggia, respirando lentamente, si alzò e la guardo negli occhi.
“Grazie per il tuo aiuto e per il tuo silenzio- le disse- il mio nome è Zetoya”. Lei gli strinse la mano. “Io sono Susan- rispose- da dove vieni? So che i Ronya sono molti, e vivono in vari luoghi del Continente Esterno”.
Lui la guardò, e Susan notò che i suoi occhi fiammeggiavano. “Sì, sono del popolo dei Ronya- rispose- un popolo che conosce bene la tua Nandèra, perché vi ha abitato per secoli. Ora siamo costretti a vagare in luoghi che non ci appartengono, e dove siamo malvisti, perché chi viaggia senza fissa dimora è sempre considerato uno straccione e un potenziale.. terrorista”. Calcò molto su quella parola, e Susan avvertì il suo disprezzo.
Nelle nostre scuole si dicono altre cose-commentò Susan- i Ronya sono considerati dei terroristi sin dalla nascita, che da secoli vogliono più spazio di quello che spetta loro, che non sanno convivere con gli altri, né lavorare. Insomma, sono i nemici dell’Efficienza”. Sorrise con amarezza.
“Io non sono una grande amica dell’Efficienza, e così mio padre. A noi i Ronya sono sempre stati simpatici, e mio padre ne ha accolti alcuni nel corso degli anni. Ho imparato a rispettarli e a stringere amicizia con loro, e ho appreso la vostra storia. Con me siete al sicuro”, disse, infervorata, la mano sinistra lungo il fianco. Era la posa che suo padre chiamava “la posizione del leone”, e accadeva quando Susan si infervorava parecchio. Era una che ci metteva il cuore in tutte le cose che faceva, e l’Efficienza per lei era un veleno.
Zetoya si alzò, e la guardò con uno strano e nuovo interesse. Susan si accorse che era molto alto, ben più di lei- si era sempre vista come una briciola di pane, rispetto a tanti- e la sua pelle era olivastra, il che faceva risaltare ancora di più quei suoi occhi così particolari. Cercò di non pensarci.
“Sono stato salvato dalla persona giusta, allora- replicò Zetoya- e quello che hai appena detto mi incuriosisce. Tuo padre deve di certo essere un amico del mio popolo. Come si chiama?”
“Si chiama Franklyn. Franklyn Honesey”.
Zetoya sorrise improvvisamente, grattandosi la barba. “Ma guarda-disse- è davvero incredibile come io venga salvato dalla figlia di un uomo che ha fatto tanto per noi. Anzi, io avevo solcato il mare proprio per cercarlo. Nel Continente Esterno stanno succedendo delle cose terrificanti, e la nostra gente sta tornando indietro. In tanti solcano il mare, e stanno venendo qui”.
Susan lo guardò, e rimase a bocca aperta. “Ma.. è una pazzia. Lo sanno bene com’è qui, con il Presidente Mermeris e i suoi. E’ un suicidio!”
“Oh, lo è sicuramente- ribattè amaramente Zetoya- ma tutto quello che sta accadendo là proviene da qui, dalla vostra Nandèra. Te lo racconterò, se mi porterai da tuo padre. Lui almeno potrebbe fare sì che alcuni di noi possano trovare il modo di arrivare fino a Valonia, il paese al di là delle montagne di Darràt. Lì non c’è Efficienza, per quel che ne so”.
Lei annuì. “E’ vero”, ammise, e rimase in silenzio. Non sapeva cosa fare: suo padre era amico dei Ronya, e li aveva sempre accolti in casa; ma ora i controlli della Repubblica Efficiente erano molto più spietati che in passato, riguardo all’immigrazione, e per chi aiutava i “terroristi” le pene erano severissime. Suo padre sarebbe stato in grave pericolo, e lei non voleva portargli i guai in casa. Però..
Però suo padre non sarebbe stato d’accordo. E in fondo nemmeno lei era d’accordo con sè stessa.
Suo padre le aveva insegnato a vivere davvero, a pensare in modo diverso, e non avrebbe mai rinunciato a dare una mano ai Ronya, per quanto pericoloso potesse essere. Sospirò. Aveva sempre desiderato che il mondo bloccato dall’Efficienza si smuovesse un po’, e ora tutto stava accadendo così in fretta. “Fai attenzione a quello che vuoi, perché potrebbe presto bussare alla tua porta”, diceva un vecchio proverbio di Seraya. Era proprio così.
Alzò il viso verso Zetoya, e gli sorrise.
“Ti porterò da mio padre- disse infine- ed è meglio che ci muoviamo. Siamo nel periodo del Ristoro, quindi c’è molta meno Vigilanza in giro, ma è meglio non rischiare”.
Zetoya annuì. “Mi affido a te, Susan”, replicò, e la seguì lungo la grande e silenziosa spiaggia.

Susan e Zetoya si allontanarono dalla spiaggia, e la fortuna li assistette. Non c’era nessuno in giro, molti ancora dormivano e sui pochi autobus che giravano in quei giorni di Ristoro la gente era poca, e decisamente assorta a digitare chissà cosa sui Visualizzatori Telefonici.
Era una cosa che Susan non sopportava proprio: lei aveva un Visualizzatore, ma lo usava il meno possibile, e soprattutto non lo usava mai per passare ore a fissare immagini stupide su uno schermo. Preferiva camminare in un bosco, o appartarsi e suonare con la sua Eco-chitarra. Ormai aveva perso il conto di quante volte molte persone erano andate a sbattere contro di lei perché totalmente prese dal Visualizzatore.
L’Efficienza agiva anche così: sfiancandoti tutto l’anno con studio e lavoro ripetitivo e frenetico, “regalandoti” quegli aggeggi come contentino, profeti di chissà quale nuova era e nuove possibilità di restare collegati al mondo. In verità ti annullava soltanto, e a lei ogni volta le sembrava di parlare con dei fantasmi.
Comunque, oggi quella situazione era un vantaggio per loro. Aveva comprato abiti puliti in un negozio sul Lido, uno dei pochi negozi che ancora non dipendeva dai Grandi Fabbricati che stavano nelle campagne di Nandèra, e li aveva portati a Zetoya, in modo che potesse confondersi tra la gente senza essere notato.
“Ora sembri quasi un perfetto giovane Efficiente della Banca centrale di Seraya”, aveva detto lei con un sorrisetto.
“Allora sono proprio mascherato bene- rispose lui, ridendo- perché sono proprio la cosa più lontana da un tipo del genere”. Scosse la testa, e seguì la ragazza, abbandonando la spiaggia e la zona del mare, verso la strada asfaltata che conduceva verso la regione di Sevenant. Il piccolo paese natale di Susan, Bojomar, distava circa dieci mesazi da Seraya: mezz’ora di autobus.
Dopo mezz’ora di attesa, ne presero uno che passava per Bojomar, nel tragitto per arrivare, molti mesazi dopo, alla grande città di Tèranta, il centro nevralgico di tutte le attività produttive di Nandèra.
L’autobus era di un azzurro fiammante, e percorse rapido ed efficiente la strada, senza scosse o rallentamenti. L’Efficienza permeava tutte le cose, e nulla doveva funzionare male. Ci erano voluto vent’anni per realizzare tutto questo, e Susan era cresciuta quando già l’Efficienza era ben consolidata, e ormai la gente la considerava la cosa più normale del mondo, anche quelli che avevano visto un altro tipo di società.
Suo padre però ricordava, e non aveva affatto dimenticato, per cui Susan sapeva molte cose del passato, e non era mai diventata davvero Efficiente. C’erano altri come lei e suo padre, le aveva detto Franklyn, sparsi per tutta Nandèra; ma ognuno si era rifugiato nei propri luoghi e pensava solo a sopravvivere e ad andare avanti. Nessuno si era più scritto né chiamato da allora. Erano passati trentacinque anni dal grande cambiamento, dalla Mozione Innovatrice. Suo padre era appena entrato all’Università- che allora aveva ancora quel nome- e si ricordava bene ogni momento di quella giornata che nessuno avrebbe mai scordato.
Franklyn era iscritto alla Facoltà di Giornalismo, e quel giorno il gruppo di studenti di Legislazione Parlamentare era stato portato dal docente- un parlamentare degli Idealisti, il partito progressista- a visitare il Senato, e ad assistere a una giornata d lavori parlamentari.
Il destino volle che i ragazzi vivessero quell’esperienza in un momento molto particolare della storia di Nandèra. Dopo duecento di anni governi instabili, che cadevano sempre nel giro di pochi anni, con leggi che non avevano mai attuazione perché ogni partito tirava l’acqua al suo mulino, e inseriva norme che annullavano nei fatti ogni possibilità di riforma, un grande scandalo aveva travolto il partito che aveva retto le leve del potere per così tanto tempo, gli Stabili: il denaro per i lavori pubblici, per gli ospedali, le biblioteche e l’agricoltura era stato dirottato verso le casse del partito, segretamente e con la compiacenza di ogni struttura sociale. Lo scandalo venuto fuori grazie alle indagini dei giudici e delle inchieste parlamentari di un politico dell’opposizione, Sandor Brae, aveva messo a nudo la corruzione secolare degli Stabili, e il partito era crollato, senza più riprendersi.
Finalmente, i due partiti di opposizione, i Pratici e gli Idealisti, avrebbero avuto la loro possibilità di cambiare le cose.
Le cose, però, si erano rivelate più complicate del previsto, perché il potere è come un incantesimo: se non stai attento, è lui che ti porta a cantare la sua canzone, e non viceversa.
Così, i due partiti, nonostante fossero alleati, litigavano su tutto: le differenze tra loro erano minime, ma molti si accapigliavano a tutto, pur di non perdere mai una piccola fetta di potere, autorità e privilegi. Nandèra sprofondò di nuovo in una palude di parole, discorsi retorici e fatti che cozzavano con i magniloquenti discorsi parlamentari. La corruzione non diminuì affatto, la disoccupazione aumentò, Sevenant- la parte meridionale del paese- rimase sempre in preda delle malavite locali, debitamente foraggiate e finanziate da alcuni politici avidi di voti, e la gente era sempre più disperata.
Sandor Brae divenne Presidente del Governo dopo l’ennesimo ribaltone. Aveva contribuito a far cadere gli Stabili, e voleva davvero cambiare le cose. Aveva un alto senso della democrazia, ma era circondato da persone che non avevano le sue stesse aspirazioni. Sapeva che se non avesse trovato alleati, il suo governo sarebbe caduto, come tutti gli altri. E non poteva permetterlo, aveva il terrore dell’anarchia.
Si rivolse allora a una fazione dei Pratici che era sempre stata un po’ nell’ombra, capeggiata dalla famiglia Mermeris, una delle più antiche di Nandèra. Proprietari terrieri, banchieri, industriali: per secoli avevano appoggiato gli Stabili, ma quando lo scandalo era venuto fuori, avevano abbandonato rapidamente la nave, votando per i governi successivi, ogni volta che i loro interessi potevano avere esito positivo. Brae sapeva che non erano del tutto estranei allo scandalo di qualche anno prima, ma pensò che si potesse chiudere un occhio, vista l’importanza del momento.
I Mermeris annunciarono pubblicamente il loro appoggio, e venne così il giorno in cui il nuovo governo avrebbe dovuto essere istituito, con un giuramento di tutti i suoi membri. Era quello il giorno prescelto dal docente di Franklyn.
Il giuramento fu rapido, e Brae si preparò a prendere la parola per illustrare le prime mosse del governo, ma una mano si alzò dalla parte destra dell’aula del Senato.
Era uno dei Mermeris più giovani, Sayar, che chiedeva di poter prendere la parola. Si alzò dalla sua postazione, e tutti lo videro bene: alto, capelli lunghi e castani, baffi alla moda antica, vestito elegantemente con una camicia verde e pantaloni attillati. Aveva molti anelli alle dita. Presso l’opinione pubblica passava come uno alternativo, sempre con la battuta pronta. Era da poco in Senato, e quello era forse il suo primo intervento davvero significativo.
“Oggi nasce un nuovo governo- esordì, con uno tono di voce pacato e suadente- e abbiamo udito molte parole di fiducia e responsabilità. Si potrebbe quindi essere fiduciosi sugli sviluppi futuri; ma queste parole le abbiamo udite tante altre volte, non è vero? Onorevoli colleghi senatori, non è forse l’ennesima volta in cui si dice “ripartiremo da zero” e “ora il paese svolterà”? Perché questa volta dovrebbe essere diverso? Non abbiamo molte speranze che cambieranno le cose. Eppure, noi Pratici abbiamo deciso di sostenere il Governo Brae perché l’unità è la cosa più importante, soprattutto in momenti come questi, dopo l’attentato alle fabbriche di Tèranta. I terroristi non vinceranno. Abbiamo bisogno di unità, sicurezza e protezione. Pertanto, il nostro voto per il governo è senza esitazioni. Ma- fece una pausa, e tutti si volsero verso di lui, anche quelli che di solito giocavano di nascosto con aggeggi tecnologici- noi Pratici vorremmo porre all’attenzione del Senato una Mozione, che possa facilitare l’operato del governo, una Mozione Innovatrice, e che sia votata subito, visto che tratta dello sviluppo e della sicurezza dello Stato, come previsto dalla nostra Carta Statale”.
La sala del Senato era ammutolita: tutti ricordavano bene l’esplosione della fabbrica di amianto di Tèranta, che aveva causato centinaia di morti e avvelenato l’acqua del fiume Selenia, ma le indagini erano ancora in corsa e la pista terroristica era una delle meno probabili: si ipotizzava un malfunzionamento della struttura. Certi giornali, però, e molti membri dei due partiti avevano subito parlato di terrorismo, indicando come colpevoli gli abitanti di Valonia, la piccola regione nel Nord di Nandèra, tra i monti Darràt, semi indipendente, casa della popolazione Ronya, antica abitante di Nandèra che da secoli però era in conflitto con il resto del paese. Ogni catastrofe, delitto o incidente veniva sempre attribuita a loro, ormai, spesso senza fondamento. Ma era un’idea che aveva attecchito tra le persone. E quel giorno, Sayar fece centro: Nandèra si sentiva assediata, e quelle parole trovarono approvazione. In più, una Mozione Innovatrice era perfettamente legale.
Sayar capì dagli sguardi che non avrebbero obiettato, e chiese il permesso al Presidente di continuare. Brae era come inebetito, ma per lui l’appoggio dei Mermeris era troppo importante, e di qualsiasi cosa trattasse la Mozione, lui non si sarebbe opposto, era evidente.
“Propongo- disse- che la nostra azione di governo cominci da una ristrutturazione morale del paese, e di noi stessi. Dobbiamo avere qualcosa in cui credere, per cambiare le cose, qualcosa a cui aspirare, per diventare migliori, più produttivi e rapidi, senza questi orpelli che ci rallentano e ci fanno solo perdere tempo. Noi proponiamo quindi che nella Carta venga inserito un nuovo articolo, il numero 58: “Ogni cittadino dovrà ambire all’Efficienza personale e pubblica. Chi perderà tempo e non sarà Efficiente sarà considerato un nemico dello Stato”. Basta discussioni inutili, basta orpelli della mente che ci fanno perdere tempo: chi vive di musica, libri, pittura, scultura e simili potrà farlo solo se queste cose serviranno ad aumentare produttività ed efficienza personale e dello Stato; basta animali da compagnia, essi dovranno servire solo come strumenti per attività lavorative; basta dialoghi inutili, abbiamo eccellenti Visualizzatori telefonici che permetteranno conversazioni più brevi e più rapide”. C’erano molti altri commi legislativi, e organizzavano completamente la vita delle persone e l’attività statale. Franklyn, dalla sua postazione, stentava a credere alle proprie orecchie: che razza di Mozione Innovatrice era mai quella? L’Efficienza, figurarsi.. come si poteva pensare di creare una specie di fede di Stato praticamente dal nulla, e sperare che la gente vi si fiondasse? Era evidente che quello era una specie di piccolo colpo di Stato, per accelerare le decisioni a scapito della democrazia. Non avrebbero mai permesso una cosa del genere.
Eppure, si sbagliava. Perché il Senato approvò, seduta stante.
Evidentemente, Sayar e i suoi non si erano inventati l’Efficienza in una notte, ma per mesi, forse anni, avevano contattato in segreto i senatori, convinto gli scettici con promesse di potere e ricompense, e quella giornata era solo il tocco finale.
Ma il peggio doveva ancora venire: nel giro di un anno, infatti, i pochi che non avevano approvato per nulla quella svolta si accorsero che la gente applaudiva a ogni enunciazione della nuova legge, e vi si lanciò come topi sul formaggio. Cominciarono riforme su riforme, e il lavoro divenne qualcosa di mai visto prima: turni di quindici ore al giorno, senza una pausa, tagli al personale “inutile e inefficiente”, trasferimenti in massa di lavoratori di piccole imprese e fabbriche presso grandi industrie e grandi magazzini. Per questioni di “sicurezza”, le libertà di transito vennero limitate pesantemente, e ogni persona doveva mostrare la propria Carta Identificativa ogni giorno: non si sapeva mai se si aveva di fronte un inefficiente o peggio, un Ronya “terrorista”. Venne istituita una Vigilanza- si presentarono in massa un mucchio di volontari- e le strade vennero controllate senza mai una pausa, a parte nei mesi del Ristoro, istituiti ufficialmente dalla stessa Mozione.
Chi non era d’accordo, dovette scegliere: o rinnegare sè stesso e i propri ideali, o fuggire tra le montagne. Perché una via di mezzo non c’era: chi ci aveva provato era sparito, e non si sapeva più niente di lui. Ma a pochi interessarono queste scomparse, perché la gran massa della gente aveva abbracciato l’Efficienza, e l’indifferenza cominciò a diventare uno dei valori portanti della nuova Repubblica, “slanciata verso un luminoso futuro”.
Sandor Brae si dimise per malattia, e nessuno seppe più nulla neppure di lui. Sayar Mermeris divenne Presidente, e mise mano a un’altra riforma: il Senato rimase, ma solo con potere consultivi e di approvazione delle leggi, che vennero decise da un neonato Consiglio di Efficienza, composto da cinque membri, con a capo Sayar. Le elezioni rimasero, ma era evidente , ai pochi che volevano ancora vedere, che erano una farsa. Le decisioni stavano da tutt’altra parte.
L’Efficienza presto divenne davvero una Fede di Stato, e Franklyn si ritirò nel suo piccolo villaggio, dove visse dei prodotti della sua terra, eredità di famiglia. Abbandonò tutto, e si sposò con una ragazza del suo villaggio, Clara, che però morì poco dopo la nascita di Susan: aveva uno strano male degenerativo, che nessuno riuscì mai a capire cosa fosse.
Franklyn a volte si sentiva un vigliacco, per non aver lottato: ma in fondo, altri avevano fatto come lui. Eppure, qualcosa lo tormentava nel profondo, e non educò mai Susan con i dettami dell’Efficienza; era come espiare una colpa che sentiva di avere. Il prezzo per sua figlia finora era stato alto, ma lei non lo rimpiangeva. Ora aveva conosciuto Zetoya, e tutta la sua storia, finora così diversa, stava acquistando un suo senso.
Mentre l’autobus stava imboccando la curva verso il suo villaggio, sentì dentro di sé crescere la profonda convinzione che presto sarebbe partita, e avrebbe abbandonato quel mondo tanto Efficiente, ma per lei così disumano.

Di Pierluigi Cuccitto

Di Pesaro. Ho trentaquattro anni, vivo e scrivo da precario in un mondo totalmente precario, alla ricerca di una casa dell’anima – che credo di aver trovato – e scrivo soprattutto di fantasy e avventura. Ho sempre l’animo da Don Chisciotte e lo conserverò sempre!

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